Un’ intervista di Morel al gruppo Ippolita

a cura di Dafne Leda Franceschetti, Francesca Grispello e Ivana Margarese

Ivana: Inizierei dai nomi. Dare nome a qualcosa non è mai un atto neutro, porta con sé un posizionamento e un immaginario. Vi chiedo perché avete scelto di chiamare questa collana di Meltemi “Culture radicali”.

IPPOLITA: Culture Radicali ci dice che si può essere intransigenti e tese verso la radice dei problemi, ma al contempo plurali, capaci di un pensiero esteso e anti identitario. Meltemi nel 2019 aveva già rilanciato la casa editrice con alcune nuove collane dedicate alla scienze sociali. Come gruppo Ippolita volevamo provare a fare attivismo culturale in ambito editoriale, abbiamo fatto una scommessa e ha funzionato.
Questo ci ha portato a uscire dal campo delle tecnologie digitali, che è stato da sempre il nostro principale oggetto di studio, per passare agli altri gradi temi che sono al centro delle trasformazioni sociali: ecologia politica, femminismo queer, decolonialità. Ci siamo affidatx alla nostra voglia di radicalità e ci siamo messe in contatto con le soggettività che oggi incarnano e producono questi saperi.
Cercavamo una collana alta e controculturale, quindi abbiamo alternato e mescolato i registri disciplinari e linguistici, così come abbiamo imparato a fare attraverso il lavoro di scrittura e di ricerca di Ippolita.
Oggi il gruppo sta costruendo uno sguardo più ampio e maturo, grazie a un attenta pratica di networking, di ascolto critico delle persone più giovani e… in cantiere c’è una nuova collana “Selene”, che si occuperà di attivismo spirituale come ci ha insegnato Gloria Anzaldua

Ivana: Nel manifesto del gruppo Ippolita si leggono delle parole che in noi di “Morel voci dall’isola” risuonano fortemente: “La cultura per noi è una forma di azione diretta, un’auto-difesa, uno strumento per combattere. Non può essere scevra da passione politica; quando si fa un uso politico dei propri privilegi inizia l’esercizio antropotecnico. L’ostacolo più grande da superare è la generale mancanza di consapevolezza dei rapporti di forza”. I rapporti di forza, la questione del potere, della subalternità o della violenza come grammatica nelle relazioni è qualcosa che spesso si considera “straordinario” o “occasionale” ma che invece fa parte di un modo di pensare capillarmente diffuso. Vorrei mi spiegaste meglio questa affermazione.

IPPOLITA: Il sistema di oppressione patriarcale e capitalista riesce a fare alcune cose molto bene, primo certamente ha la capacità di diventare invisibile.

Lo fa diventando architettura, come Foucault ha magistralmente descritto nei suoi studi; quando siamo in un palazzo, o in una casa, o in una piazza pubblica ci muoviamo spontaneamente secondo le regole che lo spazio ci mostra implicitamente, non ci sono istruzioni o cartelli, eppure sappiamo intuitivamente se un luogo è fatto per sostare qualche minuto oppure per rimanere più a lungo, può dipendere dalla luce, dal calore, dalla presenza di sedute o dalla prospettiva visuale. Il dominio si struttura in “ambiente” e in questo modo “scompare”, diventando lo “sfondo” che ci educa morbidamente a quello che possiamo, e dunque dobbiamo, fare.

Già diventare consapevoli di questo è un buon modo per riacquisire “agency”, cioè la capacità di far succedere delle cose. Più inferenze logiche siamo in grado di fare osservando il mondo, meno siamo soggettx alla manipolazione della realtà da parte del pensiero unico capitalista.
Siamo di fronte a una forma immanente di violenza e già questo basterebbe. Se non fosse che il cuore pulsante del dominio è strutturare gerarchie: sulla terra, gli animali non umani, le assegnate donne alla nascita, le persone di fenotipo non bianco, e a seguire tutte le soggettività che servono a strutturare le opposizione binarie che, quantomeno in occidente, risalgono alle tassonomie aristoteliche.

La famiglia è l’unità minima di conservazione della gerarchia e, nonostante tutto ci indichi che la famiglia sia inequivocabilmente disfunzionale e nociva, ci ostiniamo a praticarne il modello con tutte le sue varianti possibili.
Siamo addestrate a rispondere, posizionarci e strutturare a nostra volta gerarchie inogni relazione, Elias Canetti chiama questo automatismo “spina del comando”. Scendere, salire o rimanere stabili sulla scala dell’oppressione è la principale preoccupazione degli umani. E il denaro è lo scambiatore universale con cui ci si muove al suo interno. Sapere di trovarci all’interno di sistemi organizzati in senso piramidale è necessario per capire cosa il sistema si aspetta da noi e scegliere di esprimere altre forme di organizzazione e saperi.

La violenza generata dalle gerarchie, al contempo ideologica, sociale ed economica è l’origine delle altre violenze cui siamo sottoposte e che perpetriamo come specie sul pianeta. La competizione per l’“inclusione” (che a seconda della scala può essere l’inclusione a un contratto di lavoro, a una facoltosa università o all’accesso all’acqua) ci getta collettivamente e trasversalmente in uno stato di ansia perenne. La sensazione di minaccia naturalmente cambia a seconda del contesto. Ma l’obiettivo del sistema (e vale per gli iscritti alla facoltosa università come per chi non accede all’acqua potabile) è che non si faccia un fiato per cambiare le regole, che si rimanga in silenzio e si dica “grazie”.
Essere consapevoli che il dominio patriarcale capitalista ci teme, teme la nostra insubordinazione, ci restituisce potere. La paranoia, l’ansia, il senso di minaccia costante per la sopravvivenza, la paura della povertà, sono sensazioni certamente reali, ma anche stimolate costantemente dal sistema.
Se riusciamo a placarci per un momento e a osservare la piramide di poteri di cui facciamo parte, vedremo che abbiamo molto più potere di quello che vogliono farci credere.

Dafne: In un articolo comparso su Not il 24 giugno dello scorso anno, intitolato “Cyberfemminismo e Controcultura”, avete pubblicato a nome di Ippolita l’introduzione al volume Zero, uno. Donne digitali e tecnocultura recentemente edito dalla Luiss University Press. La firma del volume è di Sadie Plant, fondatrice della leggendaria CCRU, la Cybernetic Culture Research Unit dell’Università di Warwick, animata insieme a Plant e al co-fondatore Nick Land, da Mark Fisher, per dirne solo uno. Oggi si recuperano questi nomi, che tornano a riempire le librerie, soprattutto grazie allo straordinario lavoro di editoria hacker (con precise scelte in campo di pubblicazioni e traduzioni) da voi curato, assieme ad altre ed altri collegh*. La sensazione è quella che abbiamo il bisogno, o meglio, l’urgenza tangibile di tornare rapidamente a quegli alfabeti, a quei codici, a quelle “tessiture”, per dirla proprio con Plant ed Haraway, che ci aiutino a districarci ed a comprendere la matassa del mondo in cui viviamo, che è fatto insieme, appunto, di organico ed inorganico. La nostra domanda è dunque duplice: innanzitutto da un punto di vista pratico, qual è la più grande lezione che dobbiamo tenere a mente, insegnataci dalla stagione “aurea” del Cyberfemminismo e dalle Tecnoscienze femministe? 

IPPOLITA: La questione degli immaginari. L’immaginario, la fantasia deve guidarci. Non il rigore disciplinare, la razionalità strumentale, il lessico accademico.Dobbiamo mescolare le discipline. Essere più che mai indisciplinatx e creativx. Sia Haraway che Plant volevano distruggere l’universalità del sapere e sono amanti esagerate della fantascienza.
Abbiamo bisogno di un pensiero anarchico che sappia, da una parte analizzare – anche scientificamente – ciò che accade, per fare divulgazione, controinformazione e inchiesta, dall’altra liberarsi dal binarismo culturale per abbracciare nuove visioni. Quindi pensiamo certamente a studiose come Simone Browne di cui pubblicheremo nel 2023 in Culture Radicali Meltemi editore Dark Matters: On the Surveillance of Blackness che amplia le analisi foucaultiane all’esperienza decoloniale; ma anche a Luce nell’oscurità/ Luz en lo oscuro di Gloria Anzaldua che lavora sul concetto di attivismo spirituale, cioè una spiritualità femminista, incarnata e sensoriale, una nuova percezione del mondo che scardina i binarismi e le tassonomie patriarcali con cui abbiamo imparato a pensare e a praticare il pensiero astratto.

Dafne: Prima di concludere vorremmo poi soffermarci su una delle vostre parole chiave, ovvero «hacking». Si tratta di una di quelle parole che in molt* credono di conoscere ma che poi non è sempre semplice spiegare. Inoltre, in numerosi vostri scritti o nei testi dai voi curati si ribadisce che «tutto può essere hackerato» e che non si tratta d’un termine legato solo all’universo digitale: innanzitutto è una pratica politica, ma è anche un gioco manuale, o tutte e due le cose. Molti dei vostri laboratori sono infatti improntati su questo punto ed hanno come destinatari anche bambini e bambine. Il gioco poi è a sua volta un qualcosa che crea comunità, in cui ci si aiuta reciprocamente, ci si inventa, si crea.
Questo aspetto ci interessa molto, vi dispiacerebbe approfondirlo?

IPPOLITA: Nell’ultimo periodo abbiamo approfondito gli aspetti legati in particolare al gioco di ruolo, con il quale abbiamo cominciato a lavorare nei nostri laboratori grazie a Marta Palvarini, designer e attivista transfemminista che ha recentemente pubblicato la nuova release di Dura-Lande. Guida alle meraviglie del post-capitalismo. L’uso dei giochi di ruolo a lezione permette di lavorare sull’attenzione in modo diverso, dimostra che è possibile concentrarsi, entrare in stato di flusso anche senza l’uso delle tecnologie digitali, ma ricreando quell’astrazione ambientale che oramai siamo abituatx ad associare allo schermo. L’apprendimento non lineare, non mnemonico, ma esperienziale permette un apprendimento rapido e efficacie anche di concetti complessi e di collegamenti incrociati.
I nostri prossimi laboratori, per l’età adulta, sono previsti per la seconda metà di Gennaio 2023, il primo è interamente nuovo per noi e sarà dedicato a chi traduce dalla lingua inglese. “Gender in Translation” è ideato e condotto da Laura Fontanella, traduttrice e attivista che si occupa di questioni di genere e problemi traduttologici e ci proporrà un laboratorio dedicato alla narrativa di fantascienza. I laboratori successivi riprenderanno temi a cui stiamo lavorando da un po’ e su cui stiamo scrivendo, e cioè un approccio sostenibile nella formazione di una memoria condivisa tra noi e le macchine e una relazione alle tecnologie che sia in grado di evitare appiattimenti cognitivi e preservare così la nostra biodiversità anche dal punto di vista neurologico.
Per quanto riguarda i laboratori per persone non ancora nell’età adulta  siamo presenti soprattutto nelle scuole. Proponiamo dei percorsi che hanno come punto di partenza il legame con lo smartphone, che non non viene visto solo come oggetto particolarmente intelligente, ma come un soggetto vero e proprio. Anche questi percorsi li proporremo, prossimamente, come webinar.

Ringraziamo  Morel voci dall’isola 

Ippolita