CHI2019-12-09T19:22:21+01:00

Siamo un gruppo di ricerca indipendente e interdisciplinare e ci occupiamo di tecnologie digitali e filosofia della tecnica. I nostri libri sono diffusi in modo trasversale: dalle comunità hacker alle aule universitarie. Proponiamo laboratori, formazione, incontri di critica della rete, pedagogia hacker e autodifesa digitale per accademici, giornalisti, gruppi di affinità e persone curiose.

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Ippolita si forma dall’intersezione di tre fiumi: l’hacking, la controcultura e il femminismo.

Il gruppo nasce nel 2004, all’hacklab Reload in Pergola a Milano, sull’idea di reality hacking: uscire dall’immaginario e dalle pratiche più strettamente nerd per entrare in quelle più allargate dell’agire (e dell’immaginare) politico.

In sostanza, pratichiamo l’hacking del sé come antidoto alla collusività degli automatismi. Scriviamo libri, facciamo formazione. Ci occupiamo di far pubblicare altre voci, selezioniamo libri per case editrici e siamo in cerca di nuovi autori incendiari.

La cosa più importante che abbiamo fatto è stata avere il coraggio di fare ricerca indipendente e di scrivere quello che pensiamo davvero, perché contro ogni pronostico credibile ha funzionato. Perché rompe con la logica del consenso e del conformismo e nessuno se lo aspetta mai.

Abbiamo contribuito a disinnescare la narrazione dominante della Silicon Valley sulle nuove tecnologie, creando la cornice teorica necessaria allo sviluppo di riflessioni e tecnologie non-egemoniche, che noi chiamiamo conviviali sulla scia di Illich.

La cultura per noi è una forma di azione diretta, un’auto-difesa, uno strumento per combattere. Non può essere scevra da passione politica; quando si fa un uso politico dei propri privilegi inizia l’esercizio antropotecnico. L’ostacolo più grande da superare è la generale mancanza di consapevolezza dei rapporti di forza.

Anche per questo, una delle nostre pratiche è fare network con organizzazioni culturali nazionali e internazionali, realtà di movimento, hacklab, Università, Centri di Ricerca – ma da solo il metodo non basta.

Dobbiamo rompere con l’idea di futuro. La ripartizione del tempo è un dispositivo disciplinare che serve a legarci alla società della prestazione infinita. Il futuro è morto. Chi ci spiega cosa sarà sta cercando di manipolarci. Il futuro è qui e ora.

Questo testo è l’adattamento di un’intervista comparsa qui.
Si veda anche la pagina
wikipedia dedicata al gruppo.

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