Presentazione del libro a Modo Infoshop di Bologna Giovedi 19 Febbraio h18.30
Robert Chapman L’impero della normalità
Robert Chapman L’impero della normalità. Neurodiversità e capitalismo Mimesis edizioni collana Postuman3. Volume a cura del gruppo Ippolita, traduzione di Gilda Dina, Posfazione di Enrico Valtellina.
Presentazione del libro a Modo Infoshop con Luca Negrogno, Margherita Busson Enrico Valtellina e il gruppo di ricerca Ippolita.
Su CheFare disponibile l’introduzione del gruppo Ippolita:
Lo stato di sorveglianza al centro del funzionamento dei dispositivi digitali del capitalismo – intelligenza artificiale compresa – è reso possibile da una forma scientifica di abuso le cui radici sono molto profonde. A una di queste radici Chapman dedica il libro che state per leggere, ricostruendone una genealogia dal punto di vista delle soggettività neurodivergenti.
Nel capitalismo del controllo ogni utente si sottopone a un processo di estrattivismo culturale che ha come obiettivo la sussunzione dei processi cognitivi.
Affinché il procedimento possa avvenire senza attriti e su scala industriale, le pratiche abusanti, come vedremo, vengono convertite in fonti di piacere. Se è vero che la cognizione è un bacino inesauribile di biodiversità, la mira del capitalismo del controllo è disciplinarla quel tanto che basta (l’illusione della libertà è necessaria) perché se ne possa trarre profitto. Innestare nell’utente automatismi proni alla produzione e ridurre al minimo le resistenze, aspettandosi che dall’altra parte le macchine siano prive di limiti e pienamente efficienti. Nella totale automazione e nell’industrializzazione di viventi e non viventi è sotteso un profondo desiderio necropolitico. Per sostenere questa violenza e abuso reciproci (in cui abusiamo delle macchine e le macchine abusano di noi) è necessario il cronicizzarsi di una relazione di dipendenza con i dispositivi. Lo stile dipendente sta diventando sempre più una vera e propria configurazione cognitiva e consegna l’utente agli stessi loop ipnotici¹ del giocatore d’azzardo. Tale postura inficia la possibilità di improntare il legame con i dispositivi digitali sull’orizzontalità, orientandosi verso la delega totale e appunto il bisogno dipendente. Questo esclude qualsiasi possibile ibridamento nel senso del cyborg harawayano, dando vita a un* automa, composto da macchine, interfacce, cognizione dell’utente, che funziona e produce senza attriti. E così viene mantenuto il binarismo servo – padrone, una profezia che si autoavvera.