Pubblichiamo un nostro articolo per GATE, il portale dell’unione buddhista italiana, che potete leggere anche qui: https://gategate.it/cura-di-se-e-vita-non-dissimulata/
Cura di sé e vita non dissimulata
Ma ciò su cui vorrei insistere, per finire, è questo: non vi è instaurazione della verità senza una posizione essenziale dell’alterità; la verità non è mai il medesimo; non può esserci verità che nella forma dell’altro mondo e della vita altra.
Michael Foucault
In riferimento all’ambito tecnologico che stiamo trattando, la nozione di hacking del sé risulta incomprensibile senza una chiara concezione di come funziona l’animale umano in rapporto alla tecnica e alle tecnologie digitali, in particolare.
Facciamo nostra, in questo caso, la lezione di Simondon e di Stiegler, che indicano come, non solo il nostro fare, ma proprio il nostro divenire umano sia intrecciato agli strumenti che usiamo. Detto altrimenti, i mezzi tecnici del nostro quotidiano contribuiscono a dare forma alla nostra individualità e alle nostre organizzazioni sociali. È quello che Simondon chiama il transindividuale ossia la dimensione relazionale che ci forma nel momento in cui – e dato che – siamo costitutivamente esposti ai flussi del nostro vivere con gli altri, con le cose, con i fenomeni, con la nostra interiorità che non è mai del tutto nostra.
Ciò che siamo e ciò che diventiamo però non sono dati una volta per sempre. Un’idea minore attraversa da sempre la filosofia occidentale, la concezione della filosofia come pratica di vita, come delineato negli studi esemplari da Hadot e tanti altri. Nel nostro caso, tuttavia, è a Foucault e ai suoi insegnamenti al College de France dei primo anni ’80 che ci rivolgiamo e in particolare a Il coraggio della verità, nel quale la cura di sé dell’antica scuola cinica viene riletta come esercizio di vita non dissimulata nella relazione che intercorre tra verità, potere e sé.
La tecnologia digitale media la relazione con il mondo, con gli altri e con noi stessi, è un abito, è uno stile di vita. Ma la tecnologia non è neutra, è espressione di un apparato di potere e di un’ideologia, quella che in questi anni dalla Sylicon Valley si è imposta in tutto il mondo, con una serie di esiti mortiferi che stiamo imparando a riconoscere. Risulta essenziale allora, se non si vuole subire passivamente tutto ciò, intervenire e ridefinire i nostri codici d’azione, i nostri stili di vita, il nostro rapporto con la tecnologia digitale e così guadagnare un certo margine di autonomia che sola rende possibile quella torsione necessaria a guadagnare un nuovo punto di vista e un nuovo modo di operare su, con e attraverso il digitale.
Foucault concentra l’attenzione soprattutto su due elementi dell’antico cinismo, a loro volta in relazione tra loro: la parrēsia, cioè la capacità di dire-il-vero e il motto «parakharattein to nomisma», ossia alterare il valore della moneta, dove alterare è legato all’idea sia di trasformare che di rivelare un valore nascosto dall’effige ordinaria. Anche «nomisma» ha un secondo significato, quello di «norma». Il cinismo associa così il modo di vita e il dire-il vero in una forma molto stretta, all’interno della medesima pratica di vita filosofica.
Abbiamo detto che per smarcarci dall’annichilimento di questo tipo di tecnologia prima dobbiamo modificare il nostro rapporto con essa perché questo ci permette di cambiare prospettiva e immaginare e praticare una tecnologia altra. Quanto appena espresso non è però una tautologia ma un percorso. E passa attraverso un lavoro su di sé inteso non come monade ma come soggettività che si individua in relazione a una collettività che compie il medesimo movimento. In questa dinamica la norma – e l’operazione da fare si di essa – ricopre un momento strategico.
Qui il cinismo e la lettura che ne dà Foucault ci offre degli strumenti culturali per direzionare le nostre energie. Oggi che la dimensione tecnologica è sempre più fusa con la nostra interiorità, la nostra cognizione e il nostro modo di fare esperienza del mondo, quelle riflessioni ci suggeriscono una possibilità d’azione. Non tanto una via d’uscita, quanto una modalità di riappropriazione delle nostre vite contro l’ideologia delle società del controllo, un’ideologia estrattivista e coloniale che non smette di fare mondo, cioè di plasmare la realtà impoverendoci tanto a livello materiale quanto a livello simbolico, culturale, creativo. Intervenendo congiuntamente sulle consuetudini e le norme, elaborare creativamente i valori che abbiamo ereditato e che dominano il mondo globalizzato, vincolata e soggiogato da norme tossiche. Etica, politica ed estetica, unite in un unico gesto.
Ricordiamolo, non è la tecnologia di per sé a costituire il problema, bensì questa tecnologia così orientata e connotata. Il nostro divenire, come persone e come specie, sarà sempre influenzato dagli strumenti di cui ci dotiamo perché è così che ci affacciamo alla vita, è così che ci muoviamo nel mondo. Questo non vuol dire che ogni strumento sia equivalente a ogni altro, tutto l’opposto: ogni strumento ci predispone in una differente prospettiva, ci forma e ci informa. È questo che vuol dire che la tecnologia media la nostra relazione con il mondo. Così facendo orienta la nostra esperienza e questo modifica ciò che siamo, il nostro modo di fare e di intendere le cose.
Noi quindi con-diveniamo con gli strumenti e con le pratiche che adottiamo, così come con-diveniamo con virus e batteri, con l’ambiente naturale, con gli esseri viventi e non-viventi. In un certo senso gli strumenti sono delle seconde pratiche, il concretizzarsi, il sedimentarsi storico-concettuale di pratiche e abiti preesistenti.
In questo senso l’hacking del sé è un processo di coscientizzazione senza fine che scaturisce dal riconoscimento che non ci sono confini rigidi tra interno ed esterno, tra individualità e collettività, e che siamo già cyborg in diversi modi e da molto tempo. Dirselo significa osare agire la metamorfosi nei limiti delle nostre possibilità, divergere dalla strada segnata per riappropriarci nei nostri corpi porosi, imperfetti, aperti.