Bajamin S. Case Rivolte di strada. Al di là della violenza e della non violenza, Meltemi 2026, collana Culture radicali
Benjamin Case, Rivolte di strada
Benjamin Case, Rivolte di strada, traduzione del collettivo Ippolita
In un periodo segnato da proteste di piazza, scontri con la polizia, barricate in fiamme e città attraversate da rivolte, la sinistra sembra ancora prigioniera di un dilemma irrisolto: violenza o nonviolenza?
In Rivolte di strada, Benjamin S. Case interroga in modo critico le teorie della “nonviolenza strategica” divenute egemoni negli studi sulla resistenza. Rifiutando ogni semplificazione moralistica e approccio ideologico, l’autore costruisce un’analisi lucida e articolata del ruolo delle rivolte nelle dinamiche del cambiamento sociale. Inoltre, esamina il modo in cui le forme di ribellione si intrecciano con le pratiche quotidiane di resistenza, fino a mettere in discussione l’idea secondo cui ogni manifestazione di violenza sarebbe automaticamente controproducente.
Il volume propone un nuovo modo di intendere la lotta all’oppressione, offrendo strumenti concettuali preziosi per riflettere sul significato politico delle rivolte nel mondo contemporaneo.
Benjamin Case vive a Pittsburgh (Pennsylvania) ed è attivista, educatore e scrittore. È inoltre ricercatore presso il Center for Work and Democracy dell’Arizona State University e assegnista presso la Resistance Studies Initiative della University of Massachusetts Amherst. Ha pubblicato: The Anarchist Turn in Twenty-First Century Leftwing Activism (con J. Markoff, H. Lazar e D.P. Burridge, 2024).
Traduzione di Ippolita, gruppo di ricerca indipendente che si occupa di teoria critica dell’automazione, filosofia dell’informatica e tecnopolitica. È autore collettivo di numerosi saggi, tra cui Anime elettriche (2016), Tecnologie del dominio (2017), Etica hacker e anarco-capitalismo (2019) e Hacking del sé (2024).
Quando in occasione di cortei e manifestazioni si verificano disordini, le reazioni indignate spesso provengono anche da chi solidarizza con le ragioni di chi è sceso in piazza. Un possibile successo politico sarebbe stato compromesso dall’azione di «pochi violenti» o dei «soliti provocatori». Implicitamente, si assume che, per le rivendicazioni dei movimenti, solo la via della nonviolenza sarebbe in grado di condurre a concreti risultati. Se dalle nostre parti tale posizione si basa su un generico senso comune politico, nell’anglosfera si è consolidata intorno a coordinate politico-culturali ben precise.
Leggi la recensione di Massimo Guareschi su Il manifesto