Rivolte e resistenza
Benjamin S. Case Rivolte di strada. Al di là della violenza e della nonviolenza.
Estratto dal volume edito da Meltemi nella collana Culture Radicali, traduzione del gruppo Ippolita
Da quando esiste la proprietà privata, ci sono state folle inferocite che le hanno dato fuoco. Le rivolte hanno scosso le città in ogni regione del mondo per tutta la storia moderna, alterando il corso degli eventi politici e generando potenti immagini di resistenza. Si tratta probabilmente della manifestazione più antica e riconoscibile di lotta sociale dal basso.
Gli Stati si sono consolidati, le tecnologie sono progredite e il paesaggio della Terra si sta trasformando, eppure le proteste violente non sono meno significative oggi rispetto a un secolo fa. Semmai lo sono di più. Negli ultimi decenni, rivolte civili di massa hanno minacciato o rovesciato i governi in tutto il mondo e la maggior parte di queste rivolte ha incluso barricate in fiamme per strada, distruzione di proprietà e scontri fisici tra manifestanti e forze di polizia.
Le manifestazioni politiche stanno aumentando in tutto il mondo, sono sempre più intense e i casi di protesta violenta sono cresciuti e si sono diffusi1. Le forze di polizia delle città sono sottoposte a un addestramento mirato per la soppressione dei disordini e tengono sempre a portata di mano l’equipaggiamento specializzato nel caso in cui dovesse scoppiare una rivolta. Durante la pandemia di Covid-19, quando le persone sono state invitate a rimanere in casa e a evitare i contatti, i dipartimenti di polizia di tutti gli Stati Uniti si sono riforniti di attrezzatura anti-sommossa2. Eppure rimaniamo bloccati nelle solite discussioni su violenza e nonviolenza, sulle proteste pacifiche contrapposte alle rivolte. Dal momento che stiamo entrando in quella che si preannuncia come una nuova era globale di rivolte di strada, è giunto il momento di rivalutare il modo in cui intendiamo le tattiche e le strategie dei movimenti sociali.
Il dizionario definisce una sommossa come un violento disturbo della quiete pubblica da parte di una folla, una definizione che presuppone che la “pace” sia lo status quo.
Analizzeremo invece le rivolte quali disordini della folla che violano una facciata di pace volta a nascondere una condizione di ingiustizia sottostante. In tutto il mondo, le rivolte si verificano in risposta a misfatti simili e ripetuti: corruzione politica, espulsioni, indigenza e, soprattutto, violenza della polizia. In tutti i Paesi e contesti, i rivoltosi mostrano un comportamento tipico, per esempio distruggono proprietà, spaccano vetrine, attaccano edifici legati a nemici politici, lanciano oggetti contro la polizia e bruciano veicoli, spesso attraverso ritualità ricorrenti e regole non scritte3. La rivolta è un evento familiare – lo riconosciamo quando lo vediamo – e i personaggi coinvolti appaiono quasi intercambiabili nel tempo e nello spazio. Fondamentali nelle sollevazioni di tutto il mondo e di tutta la storia, le rivolte sono tra gli aspetti più importanti e meno studiati delle lotte sociali e politiche.
Le rivolte giocano un ruolo importante anche nel nostro immaginario. Nella cultura popolare, dai film ai romanzi, dall’arte popolare ai video musicali, la sommossa è uno dei meccanismi narrativi preferiti per trasmettere il caos, il disordine e la rabbia popolare. Il rivoltoso è stato sia demonizzato che romanticizzato, con le relative immagini che oggi si diffondono ampiamente e rapidamente attraverso i social media. Sempre presenti nella cultura popolare, i disordini hanno ricevuto una nuova attenzione in seguito alle recenti ribellioni, in particolare alle ondate globali di proteste anti-regime, alle insurrezioni per la giustizia razziale e alle rivoluzioni dei primi decenni del XXI secolo. Nel Paese chiamato Stati Uniti, negli ultimi anni le rivolte hanno occupato le prime pagine dei giornali a New York City, Oakland, St. Louis, Baltimora, Philadelphia, Minneapolis, Atlanta, Portland e in altre città e centri del Paese. Le rivolte attirano l’attenzione dei media, scatenano reazioni forti, polarizzano il pubblico e sono oggetto di discussioni continue e ricorrenti sulla loro legittimità e correttezza.
Quasi tutti i movimenti di massa che sfidano il potere prevedono azioni di strada con scontri fisici. Però, se si presta ascolto alla maggior parte delle voci pubbliche di oggi, non si direbbe. Il termine “nonviolento” è comunemente usato per indicare le proteste come buone, mentre “violento” è usato per denigrarle. Quando i commentatori dei media descrivono una protesta, si può dire con certezza da che parte stiano i conduttori in base al fatto che si riferiscano o meno alla protesta in questione come nonviolenta. Molti attivisti e opinionisti, a ogni modo, scambiano questo linguaggio retorico per un conflitto fisico. Coloro che insistono su una rigida disciplina nonviolenta sostengono che i manifestanti saranno in grado di superare le rappresentazioni negative dei loro avversari se si atterranno in modo rigoroso e incontrovertibile ai principi della nonviolenza, facendo così presa sul grande pubblico con un movimento chiaramente legittimo. I media che si impegnano a presentare le notizie in un’ottica di ordine pubblico sono tuttavia propensi a descrivere le proteste più serie con un linguaggio violento, indipendentemente da ciò che fanno i manifestanti, e le proteste delle minoranze razziali tendono a essere viste come violente dai gruppi dominanti, a prescindere dalla loro nonviolenza4. E chiunque abbia esperienza di proteste controverse sa che la polizia può essere ugualmente brutale anche con i manifestanti nonviolenti.
Gran parte della confusione deriva dalle ricerche delle scienze sociali che sostengono che le tattiche di protesta che si astengono da qualsiasi tipo di violenza sono categoricamente più efficaci. Mentre un tempo l’ideologia pacifista era incentrata sull’affermazione morale che è sbagliato essere violenti a prescindere, uno dei principi fondamentali della nonviolenza contemporanea è: funziona meglio. Questa affermazione si basa su studi accademici che affermano che le strategie nonviolente per il cambiamento politico sono più efficaci di quelle violente. Tuttavia, se guardiamo più da vicino, questi studi non dicono quello che molti pensano. La ricerca scientifica più importante che fornisce informazioni agli attivisti e all’opinione pubblica di oggi applica il termine “nonviolento” in modo generico, ignorando in modo specifico le azioni violente che non rientrano nell’ambito di una guerra vera e propria. L’articolo che hai letto, in cui si dice che la resistenza nonviolenta funziona meglio, cita studi che includono tranquillamente nella categoria della “resistenza nonviolenta” gli effetti delle rivolte. Queste stesse ricerche vengono poi rigirate e utilizzate per sostenere che le sommosse danneggiano i movimenti sulla base del fatto che non sono nonviolente. Si dice che, affinché l’azione politica abbia una possibilità di successo e l’organizzazione sia proficua, tutte le azioni devono aderire a un rigido codice di disciplina nonviolenta. In realtà, la ricerca alla base di queste affermazioni non riporta nulla di tutto ciò.
La storia della nonviolenza strategica ci ha fuorviato. Ci ha fuorviato nel vedere le azioni dei movimenti sociali in una binarietà irrealistica tra violenza e nonviolenza che restringe la nostra visione della resistenza e limita il nostro orizzonte di liberazione. L’idea che la rivoluzione puramente nonviolenta non solo sia possibile, ma che sia la migliore o l’unica possibilità che abbiamo per resistere al dominio e costruire un mondo migliore è un’idea controproducente che spinge gli attivisti a scagliarsi gli uni contro gli altri anziché costruire una spinta in base alle azioni degli altri. Non solo le rivolte sono una parte comune dei movimenti dal basso, ma spesso si intrecciano con le azioni nonviolente durante i momenti di insurrezione: una connessione impossibile da ignorare se ci limitiamo a osservare le rivolte intorno a noi, ma impossibile da vedere se ci avviciniamo ai movimenti partendo dal presupposto che la violenza e la nonviolenza sono forme di azione che si escludono a vicenda e sono intrinsecamente opposte. In realtà, come dimostra la ricerca contenuta in questo libro, le rivolte spesso corrispondono a un aumento dei livelli di protesta nonviolenta, le rivolte comunicano importanti messaggi politici e le rivolte possono avere un impatto abilitante sui partecipanti, rendendo i momenti di rivolta aspetti cruciali per le ribellioni e per i movimenti di resistenza. Se vogliamo comprendere la contestazione dei movimenti sociali, se vogliamo costruire il potere politicosociale dal basso, è essenziale confrontarsi con le rivolte.
1. S. J. Brannen, C. S. Haig, K. Schmidt, The Age of Mass Protests. Understanding an Escalating Global Trend, Center for Strategic and International Studies, Washington DC 2020.
2. L. Fang, Federal Government Buys Riot Gear, Increases Security Funding, Citing Coronavirus Pandemic, in “The Intercept”, 17 maggio 2020.
3. P. Gilje, The Road to Mobocracy. Popular Disorder in New York City, 1763–1834, University of North Carolina Press, Chapel Hill 1987, p. 17.
4. D. Manekin, T. Mitts, Effective for Whom? Identity and Nonviolent Resistance, in “American Political Science Review”, vol. 116, n. 1, 2022, pp. 161-180.
