Contro l’impero della normalità” un’intervista di Martina Lodi a partire dal volume di Robert Chapman

Neurodivergenza e capitalismo della soveglianza

Sulla rivista Ibridamenti esce l’intervista a Ippolita sulla curatela del libro L’impero della normalità di Chapman traduzione Gilda Dina, postfazione Enrico valtellina edito da Mimesis nella collana Postuman3

Neurodivergenza e capitalismo della sorveglianza.

La pubblicazione italiana del lavoro di Rob Chapman è stata seguita dal Gruppo Ippolita, che ne ha anche curato l’Introduzione. il Gruppo Ippolita è un collettivo utoriale che tra i primi in Italia si è occupato delle intersezioni tra capitale, infrastrutture di comunicazione digitale e le diverse sfaccettature del controllo nelle società contemporanee. Insieme a loro abbiamo discusso i temi principali affrontati nel saggio.

Martina Lodi: Vi chiederei se vi va di tornare su alcuni punti della vostra Introduzione – in particolare sulla questione che riguarda automatismo e automazione, che sollevate a partire dalla citazione di Nietzsche in esergo. Come si incarna la resistenza a questa automazione che porta alla dissonanza per cui traiamo piacere dal “diventare merce”? Mi chiedo come si interseca con la prospettiva di rifiuto del paradigma della normalità elaborata da Chapman in questo libro.

Gruppo Ippolita: Per resistere alla totale automazione di viventi e non viventi – e quindi alla piena sussunzione – è fondamentale rimanere nei momenti di sospensione e attrito. Istanti in cui ci accorgiamo ad esempio che è il dispositivo ad agirci, in cui sentiamo di girare a vuoto in maniera quasi ipnotica – pensiamo in particolare all’uso che facciamo dello smartphone – e percepiamo la frustrazione, il senso di impotenza nel continuare a ripetere le stesse azioni anche quando non ce la facciamo più e perdono di senso (quante volte vaghiamo online senza alcun motivo, senza piacere, dicendoci che è solo per noia?). Di fatto è necessario riconoscere la postura abusante dei dispositivi del capitalismo della sorveglianza: un momento di autodeterminazione doloroso e complesso, che richiede di essere attraversato collettivamente e arrivare insieme alla consapevolezza dell’abuso. Il processo di desoggettivazione e disidentificazione dalla norma ci permette di riappropriarci della nostra soggettività ed è proprio ciò che abbiamo definito hacking del sé, che in ottica postumana implica una forma di cura, di sé e delle altre soggettività, che problematizza ed elude qualsiasi logica di sfruttamento. L’opera di Chapman fa emergere come la naturalizzazione sia sempre al lavoro come dispositivo di governamentalità e di come abbia assunto forme sempre più sottili e pervasive: l’eugenetica contemporanea non agisce più attraverso il controllo biopolitico diretto, ma mediante l’interiorizzazione neoliberale dell’obbligo al corretto funzionamento. In questa torsione ogni soggettività viene catturata in un regime di auto-ottimizzazione permanente, dove la cura di sé coincide con la propria adesione alla norma. L’hacking del sé, dunque, è un gesto di contro-condotta cognitiva e un atto di riappropriazione politica: sabotare i dispositivi che trasformano tutto ciò che fa resistenza allo sfruttamento e alla sussunzione in difetto significa restituire alla nostra vulnerabilità la sua forza generativa e aprire uno spazio di soggettivazione co-costruita collettivamente, al di fuori della razionalità strumentale e della postura del dominio.

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