[Traduzioni] Re: Digest di Traduzioni, Volume 3, Numero 8

alberto prunetti ittoni a iol.it
Dom 25 Set 2005 23:53:33 CEST


Ciao a tutti, leggo la mail di obaz e vi invio alcuni frammenti della mail
di cui lei parla. I frammenti si riferiscono al concetto di opera derivata e
soprattutto ai problemi economici del lavoro di traduzione. Non so, sono
solo alcuni spunti. Penso che il problema principale sia quello economico.
In secondo luogo, penso che sia necessario, per poter eseguire un'opera
derivata, fare molto di più che quello che si fa quando si riceve un
incarico da un editore. Bisogna conoscere l'autore e l'opera, esplorare il
loro mondo, e poi ricrearlo con le proprie parole. Vi faccio un  altro
esempio. Ho intervistato mesi fa un mapuche. Lui parlava spagnolo, ma
traduceva concetti che esprimeva in altri concetti in mapudugun, la lingua
dei mapuche. Io ho tradotto dallo spagnolo all'italiano la radicalità e la
tensione delle sue parole, in un articolo che è stato pubblicato su un
giornale italiano, sotto forma di intervista. Recentemente sono stato
informato che c'era una rivista americana interessata a tradurre la mia
intervista, e un traduttore americano ha trasformato le mie parole italiane
in altre parole inglesi. Ora, tradurre non è trasformare una parola in un
altra parola. Vorrei dire che quello che si traduce è una nebulosa di senso.
Il mio amico mapuche direbbe: una cosmovisione.  Allora questa operazione di
trasformazione da una cosmovisione in un altra, attraverso il mapuche,
castigliano, italiano e inglese d'America è un esempio di quello che succede
quando si traduce. A chi appartenevano quelle parole che il traduttore
americano mi ha inviato? Al mapuche che parlava spagnolo? All'intervistatore
italiano, cioè io,  o al traduttore americano? Ognuno ha rubato le parole
all'altro, per rendere la loro radicalità a una comunità di lettori abitanti
in luoghi tanto lontani del pianeta. Ma il gioco traduttivo ha funzionato
perché tra tutti noi, che non ci saremmo conosciuti senza questo corto
circuito di parole, si era instaurata una complicità. Quello che voglio dire
e che se non si instaura una complicità tra autore-testo-traduttore, non si
innesca il meccanismo di una traduzione efficace.

Fatemi sapere che ne pensate, e intanto vi propongo di seguito gli estratti
della mia mail a Obaz:
Quella dell'edit version o dell'opra derivata è effettivamente una cosa
a cui sto pensando, però richiede da parte del traduttore la capacità di
farsi autore (e non mi riferisco solo a competenze stilistiche, ma anche
alla capacità di sviluppare competenze cognitive relative al campo del
sapere inerente all'opera "matrice"). In ogni caso, penso che autore e
traduttore dovrebbero dialogare, e che anche l'autore abbia il diritto
di sapere cosa sta facendo il traduttore dell'opera che lui ha scritto.

Però la difficoltà più grossa rimane quella economico, e devo dire che
il problema dei traduttori, dei redattori e degli scrittori è la
 mancanza di chiarezza rispetto alla parte economica del lavoro: quando
si prova a parlare con un editore di come va il proprio libro, iniziano
a parlarti di imprescindibili necessità economiche che non permettono a
certe opere tanto radicali di vendere, della tirannia del mercato, etc;
se poi cerchi di incalzarlo sul piano della correttezza economica,
l'editore fiuta subito il pericolo e inizia a parlarti di politica, ti
dirà che sono necessari dei sacrifici, bisogna resistere, non chiedere
troppi soldi per favorire la pubblicazione di opere più radicali...

In definitiva sono d'accordo su qualunque operazione culturale
 (traduzioni aperte, uso comunitario dei diritti, e tutto quanto), ma a
 costo di apparire per una volta un rozzo materialista, voglio dire che
 fina a quando non si parlerà di come mangia un traduttore, non si
 potranno avere buone traduzioni. Se io traduco di sera perché di giorno
 vado a spalare merda in un ippodromo, come a me è successo, sarà
 difficile che possa avere tutta la lucidità per fare traduzioni a prova
 di Osimo.





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