capitolo quinto

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1. Formazione permanente

Educazione e formazione sono due elementi cardine dell’economia dell’era informazionale.
È evidente, ad esempio, che una scuola situata in una condizione di isolamento relazionale, in un mercato sempre più improntato alla trasmissione dell’informazione, non riuscirà a fornire le capacità di interagire con il mondo circostante: si trasformerà quindi in un terreno fertile per la cosiddetta “irrilevanza sociale” (1).
Simili analisi sono valide e condivisibili per quanto riguarda la sistematizzazione di alcuni processi; decisamente meno convincenti sono però le conclusioni.
Sottolineare l’importanza della condivisione e del networking, ribadendo però continuamente il ruolo di garanzia delle istituzioni, conduce sempre a sostenere la possibilità di formare persone per un “altro capitalismo possibile”. L’ottica proposta rientra a pieno titolo nei meccanismi di mercato e di produzione, anche informazionale: è improntata al consumo e basata pur sempre su modelli statici e repressivi, come solo lo possono essere le istituzioni e il loro sistema di rappresentanza e delega.
La rivalutazione della “democrazia reale” sembra essere il leitmotiv dell’intellighenzia socialdemocratica, ben decisa a conquistarsi la maggiorità ancor prima della maggioranza; questo orientamento non si pone affatto problemi riguardo invece a percorsi che – ben più profondi e critici – tendono a invertire il senso: non una base più ampia, che garantisca maggior consenso e dunque maggior potere, ma più basi autogestite, fittamente intrecciate fra loro in contesti di affinità (2).
La formazione, una delle chimere dell’era informazionale, considera l’utente come produttore e consumatore: sfuma le differenze, finge di ampliare le scelte, salvo poi ridurle a quelle realizzabili, praticabili sul mercato. Questa formazione serializzata e l’educazione alla disponibilità totale tende a trasformare anche il tempo dell’ozio – in generale il tempo “improduttivo” e “libero” – in una produzione “sistematica” attraverso il consumo, l’enfasi sull’occupazione e la chiusura della proprietà delle informazioni.
Nell’ambito tecnologico un esempio paradigmatico è quello delle patenti europee informatiche (ECDL): un attestato che rivela non capacità critiche ma un utilizzo da automa del computer, con Windows come solo sistema operativo. La patente di guida del computer è limitata quindi solo all’uso e non certo alla comprensione di come funziona una macchina, al porsi domande, a percepire la possibilità di una formazione permanente di ben altro livello, che le comunità invece sono in grado di creare.
Viviamo in un’epoca di produzione su larga scala anche relativamente alle competenze, tesa alla creazione di produttori e consumatori degli stessi prodotti, alla rincorsa costante degli aggiornamenti, perché la formazione permanente – ma, come per le merci, non durevole nel tempo, nonostante i buoni auspici socialdemocratici – rimane poco interessata alla competenze e all’interdisciplinarietà. Ciò che conta non è l’individuo, ma piuttosto il circolo “virtuoso” (per il mercato) di creazione di nuove identità (profiling) e bisogni, tanto per chi deve formarsi, quanto per i consumatori finali (3).
La formazione permanente, ai valori del mercato e della globalizzazione nelle sue accezioni più becere, è uno degli strumenti più sottili ed efficaci attraverso i quali le odierne società di massa producono l’atomizzazione e il silenzioso consenso per una gestione più comoda, ma democratica... della cosa nostra pubblica (4).
Le comunità digitali in questo senso sono un esempio di formazione permanente autorganizzata che si sostituisce in parte allo stato, al pubblico. Il concetto stesso di welfare, da lungo tempo ormai comatoso, non pare possa essere resuscitato da quelle componenti formative (le comunità, l’auto apprendimento scelto dal singolo), le quali però in pratica sono in grado di sostituirlo senza creare dipendenza da un organo istituzionale, che forma per produrre e al contempo esclude dalla libertà di cercare forme alternative. Né la socialdemocrazia, né tanto meno le prospettive liberali di promozione del terzo settore, del no profit, e di sviluppo di economie civili (5) offrono alternative soddisfacenti.
La direzione dell’educazione globalizzata produce atomizzazione e alienazione: è centrale la conoscenza privata nel mondo del lavoro, fatto di skills e forte verticalizzazione delle competenze, senza alcuna possibilità di condivisione; anzi, proprio l’esclusività delle conoscenze offre o preclude la possibilità di accedere al lavoro.
Formazione al sistema, da un lato; dall’altro, atomizzazione individuale. Gli individui sono guidati, attraverso consigli suadenti e luccicanti (pubblicità e advertising in genere), ma anche grazie a strumenti di coercizione e terrore piuttosto rozzi (lo spauracchio della disoccupazione, della povertà, della recessione e dell’esclusione), su un terreno di accettazione formale dello status quo. In questo modo, nessuno è spinto a mettere in dubbio i dogmi della produzione ad ogni costo. Eppure, più produciamo, meno abbondanza sembra esserci: stranamente, siamo sempre in una società della scarsità. Le specificità, irrigidite in compartimenti stagni, favoriscono una situazione di consapevole assenso a qualunque proposta. Va tutto bene, caro consumatore utente! Stai tranquillo!
Il consumatore consuma un prodotto. L’utente usa un servizio. Il servizio è fornito dallo stato, dalle istituzioni. Nel caso della rete di internet non solo consumatore è un termine inadatto, perché propriamente parlando non si consuma nulla, ma anche l’utente si relaziona con comunità, aziende e istituzioni più o meno strutturate e intrecciate fra loro.
La pericolosa scommessa della strategia Open Source è proprio questa: oscillare continuamente fra la rassicurante proposta di democrazia controllata della maggioranza e l’efficacia, rapida e adeguata, del modello aziendale.
L’Open Source infatti riesce a coniugare una concreta possibilità di scelta fra strumenti “aperti” e la “razionalità” economica classica. Nessuna contraddizione, nessuno scontro. L’esempio più chiaro è la strategia di Apple: offrire non solo prodotti tecnicamente all’avanguardia, ma anche altamente usabili dal grande pubblico, con uno studio ergonomico perfetto alle spalle, e la possibilità di personalizzare la propria macchina fin nei minimi dettagli, utilizzando addirittura software libero, come nella migliore tradizione hacker (6).
Come abbiamo anticipato nel capitolo precedente, in uno scenario desolante di “capitalismo dal volto umano”, una via di uscita sembra intravedersi: la scelta personale.


2. Origini: metodi e scelte

La formazione attuale si picca di istruire, ma certo non mette in discussione origini e modalità di trasmissione dei saperi: è molto concentrata sull’esito, poco sui metodi e processi.
L’hacker, nella rete priva di stato e organi istituzionali, trova nella comunità e nel concetto basilare di meritocrazia continui stimoli alla preparazione e alla formazione, sia sotto forma di aggiornamenti tecnici, ottenuti dalla condivisione (sharing) di competenze, sia sulla storia di cui fa parte, ovvero quella delle comunità hacker e delle sue caratteristiche etiche.
Idealizziamo la figura dell’hacker. Studio appassionato, scelte di autoformazione fuori dal mercato, curiosità e scambio con le comunità di riferimento, reti di relazioni ampie e variegate. L’hacker non si accontenta di racconti, veritieri o meno, ma ha bisogno di scorgere la fonte, di toccare con mano la sorgente, l’origine. Metterci sopra le mani.
Questo è lo spirito della formazione che ci piace: poter aprire, vedere dentro, quanto ci viene raccontato, con la possibilità di risalire alla fonte e poter reinterpretare quanto appena appreso, stratificare le conoscenze individuali e contribuire a quelle collettive.
La scelta di un utente nell’utilizzo di un software libero, rispetto a uno proprietario, va nella stessa direzione, quella di riappropriarsi dell’origine, del codice.


3. Auto–formazione

Si delinea un modello di formazione molto distante da quello proposto dalle élites tecnoburocratiche. Cerchiamo di scandirne i momenti: riappropriazione, rispecchiamento (modifica e personalizzazione), rappresentazione; nel complesso questo processo di formazione crea un equilibrio omeostatico (7) fra i singoli individui e le comunità a cui appartengono.
Lo scarto fondamentale rispetto alla formazione permanente globalizzata è la scelta. Restringiamo momentaneamente la prospettiva al coder puro, colui che scrive codice. Il coder sceglie di partecipare a un progetto, o di crearne uno nuovo, spinto essenzialmente dal proprio gusto personale, da un desiderio di creazione nel quale investe il proprio tempo e la propria intelligenza. Il primo passo è senz’altro “metterci sopra le mani”, in senso hacker: un movimento di riappropriazione, smontaggio e comprensione di un oggetto. L’individuo, in questo contesto, non è affatto una tabula rasa da formare secondo un paradigma calato dall’altro, ma si auto–forma sperimentando, ampliando in continuazione la propria “cassetta degli attrezzi”. Perciò è innegabile che un coder venga profondamente influenzato dallo stile di altri coder, dalle modalità di risolvere un dato problema, dalla struttura di alcuni algoritmi che trova particolarmente interessanti e funzionali.
In un secondo momento, lo stile personale che il coder sviluppa, che rispecchia la sua personalità, trova posto in un contesto di condivisione: il codice che crea entra in un circolo comunitario, viene condiviso e influenza a sua volta lo stile di altri coder. I codici rispecchiano gli individui che li creano, e informano di sé, modificandole, le comunità che implementano o anche semplicemente utilizzano quel codice.
Naturalmente le cose si fanno assai più complesse se consideriamo che i coder puri sono animali rari, come del resto la purezza in sé non è una caratteristica saliente di nessun individuo particolare (a meno che costui non l’abbia coscientemente scelta per autodefinirsi). È difficile che un coder scriva solo e sempre codice nella sua vita, cioè, estendendo il concetto, è quasi impossibile che un individuo possa essere descritto completamente da una sola qualificazione. Probabilmente farà anche altre cose, diverse in diversi momenti della sua vita, come ogni individuo è indescrivibile da un solo punto di vista: sarà situato fisicamente, sessualmente, linguisticamente, politicamente, storicamente, ecc.
Banalmente, mentre un atomo formato in permanenza a essere il più possibile intercambiabile con qualsiasi altro atomo deve sviluppare caratteristiche standard per essere appetibile (al mercato globale), un individuo sarà invece tanto più interessante per le comunità e per gli altri individui quanto più unico, dotato di caratteristiche particolari, miscela irripetibile di differenti ingredienti ed
esperienze. È probabile dunque che un individuo appartenga a diverse comunità contemporaneamente (culturali? politiche? tecniche?).
Appartenere a una comunità significa allora senz’altro sentirsi rappresentati da quella comunità, e non certo perché si ha diritto di veto o potere di voto, ma perché si influenza direttamente l’immagine della comunità stessa, si influenzano gli altri individui attraverso le proprie creazioni, e ci si fa influenzare da loro. Si cambia, e si inducono cambiamenti. Autoformazione significa farsi individui nel farsi comunità.
Nel momento in cui la comunità, per una serie di ragioni, non rispecchia più la propria individualità, le possibilità sono molte: creazione di una nuova comunità (forking) (8), introduzione di nuovo codice che ci rappresenti maggiormente, ecc. Si tratta in ogni caso di un equilibrio dinamico, di una omeostasi e rinegoziazione continua della propria individualità e della conformazione della comunità nel tempo.
Non si possono immaginare individui statici che intervengono in comunità perfettamente e compiutamente codificate, aderendo totalmente a un manifesto o a una dichiarazione d’intenti (o a una costituzione e relativo corpus di leggi, se ci forziamo a immaginare uno stato come una comunità), sottomettendosi al diktat della maggioranza o peggio a leggi teoricamente uguali per tutti, ma mai effettivamente negoziate dai soggetti. La formazione invece deve necessariamente investire l’individuo e la comunità, avere il coraggio di immaginare nuove vie di fuga, nuove possibilità di individuazione – poiché si cresce, si muta – che non siano flessibilità totale all’inflessibile mercato, ma operazioni di riappropriazione, rispecchiamento e dunque rappresentazione di sé in un contesto comunitario.


4. Scarti e vie di fuga: lo stile

Immaginare percorsi di autoformazione significa dunque operare scarti rispetto a una presunta norma. In ambito software, immediatamente, il pensiero va all’organizzazione di corsi a diversi livelli; alla scrittura di manuali, how–to, guide; all’utilizzo di strumenti di scrittura e creazione comunitari; a possibili laboratori ed esperimenti per risolvere problemi pratici o anche solo per giocare con una nuova tecnologia. L’idea che attraverso metodi condivisi sia possibile aumentare e stratificare il livello complessivo di competenze – ma soprattutto di piacere che una determinata attività crea – riposa sulla convinzione che le conoscenze possano e debbano essere il più possibile
diffuse e contaminate e non appannaggio di un’élite di tecnocrati. Se una conoscenza non è comunicabile, nella migliore delle ipotesi è un bel gioco solitario, nella peggiore è uno strumento di potere potenzialmente pericoloso e repressivo. La condivisione è la migliore garanzia che abbiamo.
Naturalmente, poichè non tutto si può dire con un codice qualsiasi, ma esistono codici più o meno appropriati a seconda del target che si vuole raggiungere, il “come” si comunica una conoscenza è fondamentale almeno quanto il “cosa” si comunica. O, per meglio dire, si tratta di due facce della stessa medaglia.
Questo “come”, cioè lo stile, il metodo, è il discrimine essenziale nell’utilizzo di un codice. Dal punto di vista dell’utente, che al di fuori dell’ambito informatico diventa il “ricevente” del messaggio, lo stile è la modalità con cui un contenuto gli viene passato. Nella realtà, spesso, il messaggio passa nei due sensi, ovvero accade che l’utente risponda al creatore del codice. Nell’ambito di mercato, si tratta del noto meccanismo per cui l’utente (consumer), specie se evoluto, debugga, avanza richieste di migliorie, ecc., insomma diventa anche produttore (productor), cioè prosumer. Spesso è difficile stabilire dove inizi il circolo fra proposta di un codice, accettazione e modifica, ritorno al creatore, e così via. È interessante notare che più lo stile cerca di facilitare l’utente, rendendo semplice e fruttuoso un suo feedback, più si creano dinamiche collaborative che migliorano il codice.
Dal punto di vista del coder, invece, lo stile è una specie di biglietto da visita che si trova inscritto in ogni riga del suo codice, disponibile per chiunque abbia le competenze tecniche per leggerlo e apprezzarlo.
Analizzando lo stile si possono identificare due estremi: un aspetto prettamente ergonomico, cioè come il programma si presenta e come interagisce con l’utente, e uno relativo al codice col quale è stato scritto.
Il primo aspetto definisce i canoni di una interazione utente–software, può presentarsi come la sintassi di un file di configurazione, una interfaccia testuale, un sistema di login o differenti approcci a seconda della funzionalità e del target degli utilizzatori.
Il secondo elemento, invece, riguarda il rapporto tra coder e software: il suo stile si manifesterà nell’indentazione, nella struttura delle routine, nella qualità dei commenti, nella pulizia complessiva del codice, ecc.
Si può dire quindi che lo stile risponda al complesso dei propri immaginari, al metodo di realizzazione concreta del desiderio di creazione di un oggetto.


5. Tracciare rotte, costruire ponti, declinare immaginari

Evidenziare l’importanza dello stile, cioè del “come” si fanno le cose, implica senz’altro una grande assunzione di responsabilità da parte dei singoli. Non è indifferente dire o fare in un modo piuttosto che in un altro. E non esistono certificazioni che garantiscano la “riuscita” di un codice. Se però osserviamo, come abbiamo cercato di fare finora, come si muove l’ambito informatico, notiamo una dinamica ricorrente.
Tendenzialmente gli informatici amano costruire ponti. Amano immaginarsi collegamenti inediti fra gli strumenti che usano e dai quali traggono piacere. Questi “ponti” normalmente servono per farci scorrere gente.
La gente siamo noi quando scopriamo che da oggi Open Office ha il supporto per il db mysql (ODBC) e permette di estrarre dati da tabelle di un database anche remoto. L’utilità è dettata dalle necessità che ogni utilizzatore riesce ad immaginarsi: stampare etichette di una rubrica, come gestire un layout grafico di documenti fiscali, ecc.. L’unione di due elementi apparentemente troppo distanti provoca uno stimolo a ricercare utilizzi di questa nuova tecnica.
Si possono immaginare un numero enorme di applicazioni di questi “ponti”: la curiosità, l’immaginazione sono sempre in primo piano.
Esistono poi ponti che la gente non percorre ma che i programmatori percorrono. Un ponte può unire al linguaggio di scripting PHP il supporto per le librerie grafiche GTK. PHP nasce come linguaggio per il web. Le librerie GTK servono per scrivere interfacce grafiche in C e C++. Grazie a questo ponte, altri programmatori potranno scrivere applicazioni grafiche, basta che conoscano il PHP: non è più necessario che conoscano a fondo linguaggi complessi come il C.
Poi, per ultimo, esistono ponti fatti per non essere percorsi. Costruiti forse solo per gioco, perché l’idea di un ponte, una volta immaginata, è piacevole da realizzare a prescindere dai possibili usi. Un esempio assurdo, inserire in brainfuck (9) la possibilità di usare le syscall di Linux. Ovvero poter utilizzare le chiamate proprie del kernel (connessioni a internet, gestione del filesystem, accesso a periferiche ed altro) in un linguaggio Turing–completo come brainfuck che ha solo otto istruzioni possibili e che per sua natura nasce come pippa mentale (da cui il nome).
La strategia del “ponte” è un modo di declinare la propria immaginazione e di collegarla agli altri. Quanti ponti si possono costruire, quanti codici si possono collegare?
Abbiamo molto da fare, molto da imparare, molti desideri da realizzare.

note:

1 . Manuel Castells, La città delle reti, Marsilio, Padova, 2004

2 . SITOGRAFIA: Modelli: Rete – Tela. Da Hakim Bey alla metafora del tessere nel discorso femminista contemporaneo.

3 . Il metodo di profilazione di nuove identità nel mondo del software è addirittura banale: campagne sulla proprietà del software, sul tempo che corre rapido e in cui è necessario essere aggiornati. Si va dalle nuove release dei software proprietari, nuovamente da imparare e conoscere, oltre che acquistare... fino ai nuovi virus da cui ci si deve proteggere, o al nuovo gadget tecnologico assolutamente irrinunciabile per essere “in time”. Pare sia necessario essere rapidi nel capire i tempi e, soprattutto, bisogna correre da soli: il mondo del lavoro è la giungla, l’oceano infestato dagli squali che bisogna saper azzannare con più ferocia per non soccombere. Sopravvivenza, è la parola d’ordine; la progettualità, la capacità d’immaginare e creare non ha spazio alcuno.

4 . SITOGRAFIA: Cristopher Lasch, da sorvegliare e punire al controllo morbido. Christopher Lasch (1932–1994) è stato professore di storia all’Università di Rochester. Nelle sue opere, in particolare L’io minimo – La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Feltrinelli, Milano, si delinea fra l’altro la tragicomica vicenda dell’io occidentale, l’ex homo faber del proprio destino: se la vita quotidiana diventa un esercizio di mera sopravvivenza, è necessaria la costruzione di una micro–identità (l’io minimo, appunto) funzionale alle difficoltà del presente e alla perpetuazione del sistema. Tragicommedia, perché le chiavi di lettura del mutamento approntate da Lasch si riferivano al desolante panorama del reganismo rampante, eppure si attagliano alla perfezione anche al panorama odierno, oltre vent’anni dopo. Le famiglie teledipendenti partecipano ai telequiz: se rientrano nella maggioranza, vengono fornite di servizi (gas, acqua, elettricità); se minoranza, i servizi vengono loro negati. Si tratta di una fiction romanzesca (Stefano Benni), ma in realtà il modello di democrazia standard permea anche la formazione informatica delle proprie caratteristiche escludenti.

5 . Si veda l’impostazione liberale ad esempio in Stefano Zamagni, Per un’economia civile nonostante Hobbes e Mandeville http://www.pust.edu/oikonomia/pages/2003/2003_ottobre/studi_2.htm (cache)

6 . La maggioranza che accetta gli standard – a proprie spese, ben inteso – è spinta a imparare la vulgata, duratura quanto la nuova release (gli artefatti digitali presentano un altissimo grado di depauperabilità) degli strumenti su cui si forma; chi si posiziona fuori da questo raggio è costretto a cercare altrove le proprie istanze formative.

7 . SITOGRAFIA: L’omeostasi. Il concetto di omeostasi, per indicare un equilibrio dinamico, viene utilizzato, al di là dell’ambito biologico che l’ha coniato, anche nella sistemica e nella cibernetica in particolare. Avendo a che fare con le relazioni fra macchine e esseri umani, non è un caso che la cibernetica si interessi altrettanto di “riflessività” (intesa come meccanismo di retroazione) e di “emergenza” (l’esplosione della complessità, dati elementi “semplici”). Tuttavia, dato l’evidente obiettivo e interesse militare di questi studi, si preferisce qui tralasciare ogni parallelo eccessivamente stringente. Più interessante potrebbe essere un riferimento al pensiero sulla tecnica e la modernità di Bruno Latour, ma soprattutto di Gilbert Simondon a proposito dei processi di individuazione e scambio individuo–comunità, al di fuori naturalmente dalle forzature postmarxiste a cui è già stato ampiamente sottoposto. Si vedano in particolare Gilbert Simondon, L’individuation psychique et collective, Paris, Aubier, 1989; Du mode d’existence des objets techniques, Paris, Aubier, 1989. Esempi di forzature improprie: http://multitudes.samizdat.net/article.php3?id_article=1563 (cache).

8 . SITOGRAFIA: Forking. A volte capita anche il contrario: una comunità che si divide perché parti di queste arrivano a tensioni non sanabili. Il forking si verifica appunto quando una parte di una comunità occupata in un progetto già avviato, si distacca dal nucleo di programmatori per creare una versione diversa del software. Il forking è successo a molti progetti conosciuti come Emacs, l’editor di Stallman, Xfree, il server grafico di Linux, The Gimp, software di manipolazione d’immagini. Le ragioni di questi scissioni sono varie: una parte della comunità di Xfree, ad esempio, si è staccata dal progetto padre per generare xorg, a causa di un cambio di licenza. Oppure, si veda il caso di The Gimp: da una versione di Gimp si è evoluto Cinepaint per problemi relazionali tra mantainer. Ora The Gimp è il programma più utilizzato dai grafici sotto GNU/Linux, mentre Cinepaint è il software di effetti su animazioni utilizzato a Hollywood.

9 . Brainfuck: http://en.wikipedia.org/wiki/Brainfuck; http://www.muppetlabs.com/~breadbox/bf/

pagina creata da: enomix ultima modifica: Sunday 29 of Maggio, 2005 [08:13:56 UTC] di otted


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