capitolo quattro

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IV

La strategia economica dell’Open Source



1. gnu economy e Open Source economy

Tra la gnu Economy e la Open Source Economy, metaforicamente, c’è la stessa differenza che passa tra una bottega di artigiani e una multinazionale. A parte le differenze di scala, le due economie differiscono anche a livello di obiettivi e pratiche (e spesso a livello etico), ma conservano un tratto in comune: entrambe insistono su una situazione di mercato di tipo capitalistico. Entrambe si situano nel mercato e rispondono alle sue leggi.
I caratteri salienti della gnu Economy sono la metodologia, il permesso d’autore, il codice libero e lo spostamento dell’attenzione dal prodotto al servizio. I software gnu sono liberi e gratuiti: chi volesse concentrarsi sull’assistenza (customizzazione, risoluzione problemi, modifiche ad hoc) potrebbe generare profitto.
Non si vende il prodotto, si vende l’assistenza, perciò il guadagno non deriva dalla vendita pura e semplice del software. Questo eticamente giustifica la parte più politico-economica del manifesto gnu: è legittimo chiedere un riconoscimento monetario per la propria creatività e il proprio software, ma il modo in cui questa legittima richiesta, attualmente, viene gestita dal mercato, non è corretto secondo il manifesto gnu.
«Spremere» denaro dagli utenti di un programma, imponendo restrizioni sull’uso, è infatti distruttivo perché riduce i modi in cui il programma può essere usato. Questo diminuisce la quantità di ricchezza complessiva che si ricava dal programma (1).
Alla base di questo approccio c’è una scelta personale tanto da parte del programmatore che sceglie la strada attraverso la quale distribuire la sua creazione, quanto dell’utente che sceglie il prodotto libero: infatti in questo modo l’utente promuove anche tutti i processi di auto-formazione che il software libero comporta, anziché il preconfezionato prodotto «close» proprietario (sui processi di autoformazione: vedi cap. v).
Questo naturalmente non significa affatto negare la possibilità di profitto per i programmatori; tuttavia, è chiaro che rispetto a sistemi di sviluppo close i guadagni saranno tendenzialmente inferiori. D’altra parte, è altrettanto evidente che nel lungo periodo l’approccio etico del progetto gnu, oltre a garantire la possibilità di vivere degnamente, consente anche un incremento complessivo, un’espansione delle libertà.
Rendere i programmi liberi significa soprattutto uscire dall’epoca del «bisogno», liberando i programmatori dal «dover programmare per forza», attraverso uno spostamento delle fonti di reddito sulla formazione e sui servizi.
Una autentica libertà di scelta, il codice libero e lo spostamento dell’attenzione (anche economica) al servizio, secondo gli autori del manifesto gnu, spingono a diminuire il peso della burocrazia e delle attività non produttive, in primis di marketing.
La minore concorrenza porterebbe infatti a una diminuzione della mole di lavoro per i programmatori. Non ci sarebbero tempistiche ferree da rispettare o fette di mercato da conquistare con rilasci di software nuovi e più performanti; di conseguenza, diventerebbero sempre meno importanti quelle attività di marketing e advertising che in un circolo virtuoso per il mercato, vizioso per i «consumatori», creano bisogni e nuove dipendenze.
Senza concorrenza e senza scadenze inoltre i programmatori possono gestirsi il proprio tempo e le proprie idee. Non è la concorrenza e la segretezza del codice a creare il denaro, ma il servizio di supporto al prodotto. Data questa centralità del servizio, il pericolo è che si affermi la tendenza a sviluppare prodotti che necessitano di molto servizio di assistenza, di lunghi tempi di formazione per poter essere utilizzati; per questa ragione è necessario implementare le dinamiche di condivisione dei progetti a ogni livello, a partire dalla mappatura dei bisogni reali degli utenti, affinché non si creino software senza alcuna attenzione per la funzionalità e l’ergonomia.
Tempo e bene relazionale durevole: sono questi i paradigmi hacker della gnu economy che traducono nei progetti della fsf un diverso approccio al mercato, senza però metterlo mai in discussione nei suoi paradigmi fondanti.
Il manifesto gnu, partendo dalla disamina delle critiche che vengono fatte al Free Software, pone in essere un’analisi, seppure frammentaria e incompleta, sul problema dei diritti del lavoro nel campo della produzione di software e più in generale sull’approccio lavorativo e il suo impatto sociale.
Meno concorrenza significherebbe tra l’altro apertura di nuovi mercati sia per i consulenti autonomi, sia per le piccole società di assistenza e i centri di formazione.
I consulenti autonomi non potranno coprire da soli la massa di richieste di servizi degli utenti/clienti: dunque anche le società di assistenza potranno avere un loro mercato. Non a caso una simile strategia è propria di Red Hat e suse, nel mondo dell’Open Source. I fautori della gnu Economy ritengono quindi che questo genere di servizi diffusi a tutti i livelli ponga fine alla presunta necessità di software proprietari, poiché le economie basate sugli interventi di assistenza permettono un profitto «etico» in grado di fare vivere dignitosamente sia gli assistenti autonomi, sia le grandi società (2).
L’Open Source, in definitiva, ha cooptato molti elementi dal Free Software tranne le sue implicazioni più etiche e politiche. In questo modo è stato possibile da un lato tranquillizzare le comunità riguardo alle intenzioni delle aziende, dall’altro rassicurare queste ultime sulle rosee prospettive di crescita economica.
Alcune pratiche come la chiusura delle comunità, il fatto di stipendiare alcuni membri delle comunità stesse, e di finanziare progetti che offrano gratuitamente spazio per i coder (3), si stanno affermando a macchia d’olio: in precedenza, era la comunità stessa a offrire assistenza ai propri membri e ai membri di altre comunità.
Il modello proposto è tipicamente non comunitario, di assistenza aziendale: «impacchettamento del prodotto», customizzazione totale, disponibilità a qualsiasi richiesta 24 ore su 24. Basta pagare. Si ritorna dunque a un’economia concorrenziale, in cui i tempi di rilascio diventano inesorabili appuntamenti per il lancio del nuovo prodotto e in cui l’utilizzo di software chiusi viene gestito con licenze permissive e «liberali» (4) (solo per i detentori della proprietà, e non per i creatori né tanto meno per i fruitori) e meno etiche della gpl; sopra tutto, naturalmente, svetta l’imperativo del guadagno.


2. Open Source come strategia commerciale

Distinti i campi semantici del Free Software e dell’Open Source anche dal punto di vista meramente economico, si possono analizzare i rapporti tra quest’ultimo e il mercato.
I finanziatori e le grandi imprese che investono nell’Open Source non sembrano muoversi tutti allo stesso modo: alcune rispettano il principio di libertà del software, altre lo utilizzano per dare vita a una sorta di «sistema misto» che permette l’utilizzo di software proprietario anche in logiche produttive Open Source.
Lo scarto filosofico è evidente e spinge le comunità hacker legate al concetto di Free Software originario a re-inventare dinamiche e strategie; soprattutto, si muovono per affrontare il nodo economico e politico legato alle recenti dinamiche mercantili e mediatiche dell’Open Source.
Il termine Open Source ormai ha conquistato anche i media mainstream ed è entrato nel linguaggio comune. Per contrasto, quindi, il Free Software deve cercare di uscire dal «ghetto culturale» in cui rischia di trovarsi invischiato, attraverso un’evoluzione del proprio approccio al mercato. Anche perché, necessariamente, la diffusione di metodologie «aperte», in senso generico, coinvolgerà anche altri settori, non solo in quello informatico – tecnologico; si tratta dunque di una sfida ad ampio raggio.
Il software Open Source viene considerato ormai comunemente affidabile, capace di performances elevate, e a costi sostenibili; in pratica è oggi spesso considerato molto migliore rispetto ai software proprietari, proprio perché in grado di aumentare l’affidabilità di un prodotto grazie soprattutto a una metodologia differente.
Il metodo cooperativo «bazar» di Linux sembra infatti smentire la «legge di Brooks» che regolava lo sviluppo dei software.
La legge di Brooks afferma che aumentando i programmatori impegnati in un progetto software, aumenta proporzionalmente la quantità di codice, ma aumentano geometricamente le complessità e i bug, rendendo in breve il progetto ingestibile.
Questo inconveniente non è presente nelle dinamiche di sviluppo di software Open Source (5).


3. All we need is software

Open Source e libero mercato convergono nel nome del software: ormai l’emersione dell’economia informazionale ha raggiunto un’importanza commerciale critica e imprescindibile in qualsiasi segmento di mercato.
Non si spiegherebbe altrimenti il fatto che sia multinazionali dell’it, sia soggetti più genericamente legati al mondo della comunicazione o delle telecomunicazioni, abbiano assunto nel proprio core business anche lo sviluppo di software. Tutti, sia chi ha sempre svolto attività nel campo dell’elettronica, sia i colossi delle telecomunicazioni che decidono di investire, ad esempio, su un progetto editoriale sul web, hanno la necessità di software.
Basti ricordare la corsa di fine anni Novanta per accaparrarsi i programmi gestionali di marketing manager più avanzati (integrati con i cms, Content Management System): i più ricercati erano quelli in grado di supportare applicativi in grado di profilare altamente gli utenti in nome del crm (Customer Relationship Management); una delle forme più note di crm è il Permission Marketing. Si tratta in sostanza di una forma evoluta di direct marketing che sfrutta i bassi costi di entrata di internet (rispetto a sistemi di catalogazione analogici, come le banche dati cartacee) per profilare gli utenti e fidelizzarli. Questi processi basati sul data mining richiedono ovviamente un’alta intrusività del software proprietario o freeware, che traccia e mappa ogni movimento on line dell’inconsapevole utente, il quale, non potendo accedere al codice sorgente, non può nemmeno sapere di essere osservato e porre rimedio6. La protezione dei dati personali, l’importanza della privacy, delle tecnologie di criptazione, sono senz’altro tematiche di primaria importanza, che esulano tuttavia dagli intenti di questo testo e richiedono tutt’altro spazio per poter essere sviluppate. È chiaro, in ogni caso, che l’attività (per quanto coerente con il suo ruolo istituzionale) del garante della privacy, non è certo sufficiente a proteggere i soggetti che vivono i mondi digitali. Il controllo globale, a ogni livello, traccia, registra e profila i movimenti delle reti, dalle operazioni di intelligence, intercettazione e repressione; a più banali (ma fastidiose e lesive) statistiche e analisi di mercato, di voto, e altro; fino alle odiose violazioni della privacy sui luoghi di lavoro. Nessuno ci darà gli strumenti adeguati, nessuno ha interesse a svilupparli: è necessario che comunità e individui si pongano il problema della sicurezza dei dati, sperimentino e creino strumenti per la criptazione, l’anonimato della navigazione, insomma per l’autodifesa digitale (7).
La corsa al software in atto da alcuni anni è, secondo alcuni osservatori, una delle conseguenze della cosiddetta «convergenza tecnologica», uno slogan ormai divenuto quasi un paradigma della nuova era: l’avvicinamento e sinergia di varie tecnologie, precedentemente ritenute estranee, studiate e sviluppate in ambiti separati.
Dinanzi a queste trasformazioni, la creazione di standard aperti ha creato un varco: «cooperate on standars, compete on solution», è il motto della ibm, una delle principali imprese che investe nell’Open Source.
Per molte imprese l’Open Source è infatti una delle poche possibilità per contrastare i monopoli, o uscire da pericoli di mercato. È il caso di sap, che oggi offre alcuni dei suoi servizi di business in modalità «Open», poiché ha deciso di rilasciare i codici sorgenti di alcuni prodotti per limitare i costi di sviluppo e quindi diminuire «il prezzo» dei propri servizi (8).
Le imprese conoscono da tempo e apprezzano il valore di una dinamica di sviluppo e di alleanze reticolare: è la stessa vecchia legge di Metcalfe, l’ideatore delle reti ethernet, ad affermare che il valore di una rete è proporzionale al quadrato delle persone/nodi che collega (9). L’Open Source sembra offrire alcune garanzie rilevanti nello sviluppo di reti ad alto valore aggiunto: da una parte consente al software di rimanere in qualche modo un bene «pubblico» (adotta lo sviluppo aperto e si avvale di comunità di supporto); dall’altra mantiene molto bassi quelli che vengono definiti gli switching costs, ovvero il costo che comporta il passaggio da un sistema all’altro, in particolare dai modelli close a quelli open.


4. Open Lock-in

Tuttavia l’Open Source non sfugge dalle logiche di «lock-in», quel fenomeno che avviene quando i costi di cambiamento sono talmente elevati da scoraggiare il passaggio da un prodotto ad un altro. L’Open Source in realtà prospetta una forma di lock–in ancora più esasperato, almeno nelle zone di mercato in cui si afferma, tale da rendere difficile, se non impossibile, il ritorno a standard chiusi una volta passati a quelli aperti.
In pratica i sostenitori dell’Open Source e le imprese che guardano con attenzione al fenomeno hanno sciolto il dubbio principale, ovvero la contraddizione apparente che sembra legare un prodotto non proprietario alla possibilità di generare profitto.
Non che con la gpl questo non fosse possibile (fin da principio l’abbiamo sottolineato); ma alcuni elementi hanno facilitato la scelta della strategia Open Source al posto di quella Free Software. Innanzitutto il management, tutto proveniente dal mondo commerciale, fin dall’inizio ha sponsorizzato l’Open Source, sottolineando la propria capacità creativa di intravedere business e di indirizzare verso il mercato i propri prodotti. Al contrario, i più naif sostenitori del Free Software sono stati catalogati fin da subito come fanatici (vedi cap. ii): gente invasata con cui è meglio non fare affari.
In secondo luogo la gpl stessa era un limite: la sua viralità non poteva essere sostenuta da imprese ibride alla ricerca di qualcosa di maggiormente performante in termini di «libertà» imprenditoriale.
Sono numerosi gli attori «convergenti» nell’Open Source, da chi ci si è trovato ad operare fin da subito con logiche commerciali, ali attori definiti «ibridi» che ben presto hanno fatto proprio, contribuendo anzi all’elaborazione dello standard Open Source.
Imprese pure players (ovvero quelle nate e cresciute in parallelo con l’Open Source) come Red Hat, hanno dimostrato di saper generare profitti elevati anche solo basandosi sulla distribuzione di Linux: ci si sposta dal prodotto al servizio. Il valore aggiunto che la Red Hat commercializza è quello di «confezionare» il prodotto, venderlo come sicuro e affidabile, attraverso accurate verifiche di compatibilità e controlli dei codici.
L’affare è ottimo; l’approccio delle imprese all’Open Source è comunque molto diversificato: si passa da strategie di difesa e attacco (Microsoft), a quelle di supporto (Sun, ma anche sap) a quelle pure players, da sempre impegnate nella diffusione dell’Open Source nelle vesti di un prodotto commercialmente valido, alle Pubbliche Amministrazioni.


5. E adesso: Concorrenza!

Se inizialmente l’obiettivo del software libero era diminuire la concorrenza, le ultime vicende dell’Open Source sembrerebbero dimostrare l’esatto contrario. Le aziende impegnate nell’Open Source non stanno infatti a guardare: hp (insieme a ibm il maggior concorrente sul mercato) ha ottenuto da poco tempo la certificazione Evaluation Assurance Level 3 (eal3) che permetterà ai propri sistemi Open Source di essere utilizzati anche da uffici governativi e militari statunitensi (10).
Anche i pure players provano a reagire: è di ottobre 2004 la notizia che Red Hat ha annunciato l’acquisizione da America On Line di alcuni asset di Netscape Security Solution. Il valore dell’operazione non è stato svelato, ma Red Hat ha detto di aver sborsato meno di 25 milioni di dollari.
Queste operazioni chiarificano il passaggio concettuale da Free Sofware a Open Source, perché Red Hat oltre ad avere acquisito un prodotto ha attirato a sé un «metodo». Infatti, alle critiche di Sun riguardo l’acquisto di qualcosa considerato «obsoleto», la Red Hat ha risposto che spera di migliorare e aggiornare il prodotto grazie all’aiuto della comunità di Linux e di un piccolo team di sviluppatori ereditato da Netscape (11).
Non mancano le note folcloristiche e lievemente ironiche di chi per la prima volta si avvicina al tema in modo superficiale. Ormai dell’Open Source se ne accorgono tutti: «Linux entra nel salotto buono», ha titolato un noto quotidiano italiano, sottolineando come la libertà decantata dalla fsf sia «utopica» e considerando la «felice declinazione» che l’Open Source ottiene nel mondo degli affari; si esplicita così l’importanza lessicale di Open rispetto al pericoloso «free». La libertà, strano a dirsi, fa paura al «libero mercato» (12).
Il mondo degli affari si rivolge all’Open Source per rigenerarsi: imprenditori offrono finanziamenti per scoprire bug dei software Open Source (13), Malesia, Sudafrica e Cina guardano con interesse agli esperimenti relativi all’uso dell’Open Source nell’ambito delle Pubbliche Amministrazioni europee (14) (vedi caso Germania, cap. ii).
Proprio per quanto riguarda le Pubbliche Amministrazioni è in corso un dibattito sull’opportunità o meno di finanziare progetti Open Source. Le ragioni di interesse delle Pubbliche Amministrazioni sono evidenti: l’Open Source assicura costi minori (le Pubbliche Amministrazioni sono costrette ad acquistare parecchio software, anche solo per gestire la burocrazia), maggiore sicurezza (dopo scandali come Echelon (15), quando è apparso evidente che gli usa utilizzavano prodotti close per monitorare persino i propri partner commerciali) e maggiore facilità di manutenzione (16).
Il ministero dei trasporti francesi, ad esempio, nel luglio 2004 ha migrato su 1.500 server – localizzati all’interno di vari uffici pubblici e ministeriali – il sistema operativo Windows nt con la MandrakeLinux Corporate, la versione server della distribuzione gnu/Linux della società parigina Mandrakesoft. Le motivazione sono le usuali: diminuzione dei costi dell’it e volontà di aprire il mercato pubblico a una maggiore competizione (17).
Gestione gerarchica delle comunità, concorrenza, rilasci dettati da tempi non più «volontari»: il panorama dell’Open Source si affaccia nel mondo «dei grandi», scopre il marketing (o è scoperto dal marketing) e svilisce, appiattendola al semplice livello di mercato, una storia di hacking che le nuove generazioni di programmatori saranno invitati a non investigare, troppo free, libera, anarchica, pericolosa.


6. Open Source e resto del mondo...

Il software è una artefatto digitale: la sua natura peculiare è di essere perfettamente riproducibile, infinitamente replicabile senza perdere nulla della propria originalità e a costi praticamente inesistenti. Anzi, come gran parte degli artefatti della tecnologia digitale, il valore del software cresce di pari passo con la sua replicabilità e diffusione.
A metà degli anni Trenta Walter Benjamin in L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica analizzava l’avanzamento della tecnica di riproduzione e copia delle opere d’arti. Il filosofo tedesco leggeva questa trasformazione come la caduta «dell’aura», ovvero la sua unicità e irrepetibilità, che sembrava contraddistinguere il prodotto artistico.
Lo stesso Benjamin intuiva le prospettive rivoluzionare di questa perdita dell’unicità e del valore dell’originale: replicabilità infinita significa anche rendere popolari l’arte e la conoscenza in genere, minarne alla base la «tendenza aristocratica» ed elitaria (18). La diffusione e la riproducibilità riguarda non solo le opere d’arte, ma anche altri campi come il software o la ricerca scientifica: vi sono enormi implicazioni economiche e culturali in senso lato.
Mentre l’Open Source si appresta a conquistare sempre più quote del mercato del software, anche altri settori guardano con interesse alle metodologie che lo contraddistinguono. La ricerca scientifica, e in particolare la medicina, sembrano percorrere, per certi versi, la strada dell’Open Source, dopo aver rilevato i successi che questo approccio ha ottenuto nel campo del software.
Ancora una volta è necessario un chiarimento linguistico: anche in questi casi si tende a un uso non corretto del termine Open Source, che abbiamo visto connotarsi con metodi e finalità ben precise. Il termine viene spesso ripreso nella sua accezione parziale e corrispondente soprattutto a due caratteristiche: il codice «aperto» e la sua metodologia di condivisione.
In realtà il termine Open Source non identifica con precisione semantica questo processo: in molti settori si parla di Open Source quando non si ha a che fare con «codici sorgenti» e dunque l’analogia si rivela del tutto inappropriata (19).
Si può parlare propriamente di Open Source (specificando l’uso linguistico per indicare un metodo condiviso di sviluppo e un rilascio aperto), per diversi settori della ricerca scientifica, molto affini all’informatica. Al contrario, in altri settori, il termine più appropriato per indicare la tendenza a utilizzare le dinamiche e la base teorica delle comunità hacker è la parola che ha caratterizzato proprio le prime istanze del movimento: il copyleft, ovvero il permesso d’autore (20).
In molti ambiti, infatti, come per il software, il metodo di lavoro è di équipe, fondato su principi meritocratici di eccellenza e basato su una spinta volontaristica e una precisa «etica», che si coniuga alla volontà di permettere a chiunque di accedere a una risorsa, usarla, modificarla, distribuirla, senza il permesso di aggiungere restrizioni: è questa la base del copyleft. Mentre il copyright permette la privatizzazione di un bene, il copyleft lo mantiene libero e appare più elastico nella sua applicazione ad altri settori (scientifici ma anche umanistici). Il copyleft utilizza il copyright per trasformarlo da una restrizione in una garanzia assoluta della libertà del bene: l’autore mette il proprio copyright a un suo prodotto, diventandone proprietario e decidendo come tale di lasciare la possibilità di copia, modifica, distribuzione. Soprattutto, il copyleft impedisce a chiunque di impossessarsi del bene facendolo esclusivamente proprio, negando così ad altri la possibilità di accedervi.
Pur senza la benedizione iniziale dei fautori del termine Open Source (21), il copyleft sta dilagando in molti settori, non solo quelli propriamente scientifici: dalla Open Cola, alla musica, fino ad arrivare all’americana Open Laws (22), un gruppo di avvocati che rilasciano pubblicamente i materiali giuridici, con licenza copyleft e che si avvalgono di centinaia di debuggers. Non mancano i limiti: ad esempio, essendo pubblici, gli avvocati di OpenLaws non potranno contare sull’effetto sorpresa in tribunale, ma allo stesso tempo il materiale è oggetto di «sharing» da parte di molti cittadini (23). Le potenzialità sono enormi e ancora tutte da sperimentare.
Il concetto di copyleft costituisce inoltre il trait d’union tra campi che invece con la terminologia Open Source rischiano di rimanere ambiguamente separati. In particolare nella produzione letteraria collettiva il copyleft si avvicina a quel concetto di fair use (24) di cui esistono esempi di straordinaria funzionalità e che si basano proprio sulla durevolezza del bene relazionale; tali applicazioni si distinguono dal copyleft informatico specifico (la licenza d’uso), vista come una applicazione del copyleft e non il copyleft stesso (25).
Il successo e il tentativo di applicare le logiche del software libero anche in altri settori porta inevitabilmente a coniare nuovi termini e a formulare nuovi auspici. Oggi infatti l’idea di società open source è divenuto un paradigma della nuova era volta alla ricerca di uno strumento comune per una prospettiva politica «possibile». Per società open source si intende infatti una società il cui codice sia libero e al cui miglioramento possano partecipare tutti liberamente (26). Messa in questi termini non si può che essere d’accordo. Sorprende però la leggerezza con cui si mutua un termine da un percorso particolare, tecnico e informatico, per renderlo generale, applicandolo a teorie filosofiche, economiche, sociologiche, senza considerare le possibilità di modificare quel concetto o utilizzarlo con le dovute precisazioni.
Infatti, nel campo del software in cui è nato il termine, Open Source (vedi cap. ii), significa anche concorrenza, gare, finanziamenti, operazioni miliardarie di acquisto e vendite, un grande business orientato a una forma più «democratica» e morbida di capitalismo, rispetto all’attuale situazione monopolistica. L’aspetto quasi ridicolo di questa benevolenza delle corporation verso l’Open Source è la grande disponibilità di quest’ultimo a piegarsi alle leggi del mercato, quando dall’altra parte perfino il Free Software ancora non ha trovato una via d’uscita che vada oltre le prese di posizione di Stallman e le sue invettive con l’aureola di Sant’Ignuzio.
Il termine Open Source di per sé indica qualcosa che può essere comunemente percepito nella sua accezione positiva, ma si dimenticano troppo presto le ragioni politiche per le quali il termine è nato, e cioè sostituire un’imbarazzante parola come libertà con una più neutra e appetibile: aperto.
Il termine copyleft rappresenta meglio di Open Source ciò che unisce svariati settori dell’agire umano e può diventare un concetto estensivo di necessità di cambiamento, capacità di sognare e passioni oltre che costituire un attacco alla maggiorità in nome di un auspicato divenire minoritario della società dell’informazione.


6. Spazi aperti e spazi chiusi

Abbiamo visto che la strategia di rivendicare la propria capacità di fare mercato condanna anche la gnu Economy a stare dentro a un determinato orizzonte e spazio, a cabotare sulle onde dei tempestosi flussi finanziari.
Affrontare con la gpl gli squali della finanza è come usare una cerbottana contro i carri armati. Ingenuo e inutile. Nonostante eccezionali possibilità e prospettive, la gnu Economy diventa così un’altra rivisitazione del «libero mercato».
Vedere la rete come uno spazio aperto (spazio di libertà, spazio del possibile) significa – da una parte – mettere l’accento sull’apertura di possibilità, di nuove e inedite combinazioni: quando siamo connessi entriamo nei mondi virtuali, ma anche i mondi virtuali entrano nel nostro spazio vitale, lo influenzano, lo trasformano in maniera imprevedibile.
Dall’altra parte, cercando di focalizzare una possibile lettura economica della galassia internet, bisogna notare che lo spazio aperto, in movimento e dinamico, è sempre passibile di chiusura. Nessuna conquista è per sempre, nemmeno i diritti che sembrano «acquisiti», e sono necessarie continue riattualizzazioni. Lo dimostra l’avanzata dei modelli di sviluppo close, o solo nominalmente open. Nei fatti, i milioni di righe di codice di Mozilla sono un paradosso: nessuno può intervenire «aprendo» il codice a nuove possibilità, a meno che non sia «organico» a una struttura gerarchica niente affatto trasparente e orizzontale.
Il modello dell’economia di mercato – assolutamente «close» perché basato sull’accumulo privatistico del cosiddetto «individuo razionale» che opera «nel suo interesse» e non in base alla condivisione comunitaria e alla volontà di riconoscimento – si è imposto più per ragioni culturali e storiche, che per ragioni strettamente razionali o per calcoli di sottili economisti, come invece i profeti del libero mercato si ostinano a predicare (27).
Il mercato non è una necessità storica, ma un accidente, un caso, e per di più un evento rovinoso per la sua pervasività distruttiva in tutti i settori della vita umana: tutto ha un prezzo, il tempo è denaro, libero mercato ovvero la guerra di tutti contro tutti, e simili amenità, sono moneta corrente o peggio dogmi incontestabili. In questa prospettiva, pensare che realmente l’unico sbocco plausibile anche per la rete e per coloro che la animano sia ascoltare le sirene del mercato che insistono a gran voce: è finito il tempo dei giochi, rimboccatevi le maniche e cominciate a lavorare, è ora di diventare grandi, è probabilmente un errore di valutazione, una chiusura di orizzonti, la negazione del possibile.
Riconoscere il valore economico del prodotto digitale, riconscere il valore anche monetario del flusso informazionale, ma ricondurlo a una dimensione regolabile e regolata a misura dell’umanità che genera questo valore diventa allora una necessità. Ridimensionare l’importanza dell’economia, ovvero della legge, la regola dell’ambiente umano (oikos–nomos), e riportarla a un’ecologia (oikos–logos), cioè un discorso sull’ambiente nel suo complesso, che non può essere altro che discorso complesso sulla tecnosfera. In un certo senso, la necessaria sovversione gerarchica del rapporto fra fattori economici e fattori sociali che ne segue, è già avvenuta nell’ambito delle comunità hacker: le persone che nella rete si muovono hanno messo avanti da tempo i loro desideri (dunque i fattori sociali), ampliando a dismisura l’apertura di possibilità intrinseca nello spazio aperto della rete. Codice libero, libertà, significa allora anche resistenza alla colonizzazione economica da parte di individui e comunità: sono questi i soggetti capaci di usare tecnologie avanzate e reti come campo di sperimentazione per i loro bisogni, desideri, bio-sogni, e quindi come nuovi territori di spazio e tempo politico in senso quanto mai personale, collettivo e vitale.


7. Beni merci relazioni

Questa sovversione di senso ha altri aspetti: la fiducia, che sembra tanto fondamentale nello scenario di condivisione, di apertura a molteplici livelli di gioco del codice, non ha infatti la minima importanza dal punto di vista del mercato. Il consumatore (è educato e formato per questo) finge di credere che in cambio di soldi il produttore gli venda qualcosa che gli serve per renderlo felice, per soddisfare desideri e bisogni. La riduzione di prospettive del software close, ma anche dell’Open Source e della gnu Economy derivata dal Free Software, nel momento in cui sembra che l’unica questione aperta sia la relazione con il mercato (e non piuttosto i metodi di creazione e l’uso dei software), non potrebbe essere più netta.
Tolta di mezzo la fiducia, ovvero ciò che rende possibile lo scambio, la relazione nel contesto free, rimangono le merci, la cui circolazione è resa possibile dal movimento virtuale (ma sempre concretissimo) del denaro.
Nel linguaggio del mercato le merci sono il fulcro di ogni movimento e flusso.
Il mercato prospera con le merci, che sono beni non durevoli. Infatti il mito del progresso infinito del mercato implica una merce sempre «nuova», dunque il consumismo. La comunità Free Software ha però un valore aggiunto non da poco, essendo composta di individui che si relazionano fra loro. La relazione è l’elemento in più. Il bene relazionale, portato dall’apertura di fiducia nella relazione fra individuo e comunità, ha la caratteristica di essere durevole. La «razionalità» mercantile peraltro non contempla cose tanto inafferrabili come le relazioni complesse fra gli individui: al massimo, può sfruttare le relazioni fra gli individui per aumentare i profitti.
Semplificando, mentre un prodotto chiuso non è altro che una merce, un prodotto aperto come il Free Software è un bene. Per produrre merce è necessario avere denaro; vendendo la merce si otterrà altro denaro per produrre nuova merce. Questo ciclo può essere più o meno complesso, ma ciò che conta è l’inizio, il denaro, lo sviluppo, la merce, e la fine, ancora il denaro. Sembra non esserci via di uscita.
Viceversa, per creare un software libero non è necessario denaro. È necessario tempo investito come volontà di cooperare da parte di sviluppatori e coder che vogliono partecipare a un progetto libero o che creano usando liberamente il loro tempo un software libero e lo mettono a disposizione della comunità, attraverso il meccanismo della licenza virale (gpl, lgpl, fgdl, ecc.).
Il ciclo non parte più dall’investimento di denaro, ma dall’investimento di tempo e volontà di singoli; questi possono anche guadagnare denaro dalla loro creazione (perché gnu Economy e Open Source Economy non escludono il mercato), ma in realtà trovano una gratificazione essenziale, non monetaria, nel fatto che la comunità di riferimento si arricchisce di un nuovo bene, il software aperto. Esso inoltre non scade nel tempo, anzi acquisisce sempre nuovi usi, poiché circola nelle comunità e migliora in continuazione.
Le corporation da tempo hanno realizzato che il software aperto non impone investimenti monetari o meglio, richiede investimenti minimi, e può avere ricadute commerciali, dunque dal loro punto di vista è solo un ottimo affare: investimento quasi zero (al massimo un manipolo di programmatori indiani, tra i migliori in assoluto, ovviamente sottopagati) e prodotti ottimi da rivendere.
L’investimento capitalistico è l’unica forma di autoreplicazione del mercato, sempre identica a se stessa nelle sue finte innovazioni, sotto forma di rappresentazioni pubblicitarie di bisogni indotti. L’investimento relazionale, di tempo, volontà, desiderio, dialogo sfugge a questa logica: lo spostamento dell’investimento provoca un cortocircuito nella definizione stessa della ricchezza, per cui non è più ricco chi ha (più merci, più denaro) ma chi dà (più tempo, più desiderio). Chi dà di più, creando software aperto, sarà riconosciuto e gratificato all’interno delle comunità; e all’esterno, volendo, potrà essere gratificato dal riconoscimento monetario dato dalla vendita del servizio, non del prodotto (è free). Del mercato si sa tutto (è la religione corrente) e molti sanno spiegarci in ogni momento come e perché sia essenziale, insostituibile, inevitabile, anzi addirittura bello; ci siamo concentrati sulle licenze, sulle comunità: rimane l’individuo e le scelte che può operare per immaginare uno scenario in cui il mercato perde, poco a poco, la sua importanza.

Si tratta di scelte individuali, di accollarsi responsabilità senza scaricarle sulla società.

note

1 . http://www.gnu.org/philosophy/software–libre–commercial–viability.it.html

2 . http://www.gnu.org/philosophy/software–libre–commercial–viability.it.html

3 . Tra i finanziatori di Sourceforge.net, il portale della Va Software Corporation, troviamo anche IBM.

4 . Il termine “liberale” è coerentemente utilizzato spesso dai sostenitori dall’Open Source: sono moderati, non certo “fanatici amanti delle libertà”.

5 . Sulla legge di Brooks si veda anche http://www.apogeonline.com/openpress/libri/545/raymondb.html (cache)

6 . Del tutto prevedibilmente, e la cosa è davvero poco incoraggiante, esistono anche software open source per attività di CRM: http://www.sugarcrm.com/home/ (cache)

7 . Si vedano, per una prima introduzione all’argomento: le mini guide su sistemi di anonimato e criptazione a cura di Autistici/Inventati, http://www.autistici.org/it/howto/index.html (cache); la vecchia ma sempre valida storia di Joe Lametta, http://www.ecn.org/kriptonite/kriptonite/sommario.html (cache); lo strumento di criptazione per eccellenza, GPG (GNU Privacy Guard), http://www.gnupg.org/(it)/.

8 . Si veda Moreno Muffatto, Matteo Faldani, Open source. Strategie, organizzazione, prospettive, Il Mulino, Bologna, 2004: SAP è il leader mondiale delle soluzioni per il business, con un’offerta completa di software e servizi in grado di soddisfare ogni necessità di business. La sua produzione è definita di software ibrido.

9 . SITOGRAFIA: Le reti. Si tratta di una legge matematica formulata alla fine degli anni Settata da Robert Metcalfe, studente della Harvard University e poi fondatore di 3Com oltre che pioniere del networking (e inventore del protocollo ethernet). Ecco la traduzione ad hoc del passaggio saliente: “Il valore di un network cresce esponenzialmente del numero dei computer connessi al network stesso. Quindi, ogni computer che si aggiunge al network da una parte utilizza le risorse di questo (o le informazioni o le competenze) e dall’altra porta nuove risorse (o nuove informazioni o competenze) al network, facendone incrementare il valore intrinseco”. Da questo principio generale deriva che: 1) il numero di possibili relazioni, o meta–relazioni, o connessioni all’interno di un network cresce esponenzialmente rispetto alla crescita di computer collegato ad esso (di qui il valore strategico dei link all’interno di una rete); 2) il valore di una comunità cresce esponenzialmente rispetto alla crescita degli iscritti a questa comunità (di qui il valore strategico delle comunità virtuali). Si veda http://en.wikipedia.org/wiki/Metcalfès_law

10 . EAL3 è un’attestazione che fa parte di uno standard di valutazione internazionale noto come Common Criteria for Information Security Evaluation (CC). La rivale diretta di IBM nel settore, ovvero HP, ha ottenuto questo livello di certificazione per alcuni suoi sistemi, in particolare i server ProLiant e computer basati su processori Itanium 2, su cui girano i sistemi operativi enterprise di Red Hat e SuSE Linux (http://punto–informatico.it/p.asp?i=49993)

11 . http://punto–informatico.it/p.asp?i=49824

12 . Negli ultimi anni aziende, scuole e pubbliche amministrazioni hanno dimostrato di essere sempre più disposte a migrare i loro sistemi informatici nell’ universo Open Source: si veda http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2004/09_Settembre/22/Linux.shtml (cache)

13 . Mark Shuttleworth, imprenditore americano, metterà a disposizione dell’iniziativa i primi 5.000 dollari per chi scova bug di Mozilla http://punto–informatico.it/p.asp?i=49251

14 . http://www.apogeonline.com/webzine/2004/09/29/05/200409290501 (cache)

15 . Su Echelon, si veda su internet il testo originale di Duncan Campbell che ha fatto esplodere la questione http://duncan.gn.apc.org/echelon–dc.htm e, rivisto e ampliato in italiano, Duncan Campbell, Il mondo sotto sorveglianza – Echelon e lo spionaggio elettronico globale, Elèuthera, Milano, 2003.

16 . Gli osservatori più attenti sostengono correttamente che l’Open Source è l’estensione del mercato, non una sua alternativa. Si veda Muffato Moreno, Matteo Faldani, op. cit.

17 . http://punto–informatico.it/p.asp?i=48945

18 . Bisogna però notare come l’aura sia a volte ricreata proprio dal mondo informatico iperveloce e iperconnesso, come rileva il dromologo Paul Virilio in diversi interventi, distinguendo fra arte attuale e arte virtuale, e parlando di arte terminale, arte innervata di morte dopo la morte dell’aura. Sulla rinascita “pubblicitaria” dell’aura dell’opera d’arte si veda tra l’altro Paul Virilio, Enrico Baj, Discorso sull’orrore dell’arte, Elèuthera, Milano, 2002.

19 . Internazionale, 16–22 luglio 2004, “Medicina aperta”

20 . Abbiamo visto nel cap. I che l’espressione inglese copyleft, gioco di parole su copyright, indica un tipo di licenza libera per la quale pur garantendo le libertà previste dalla definizione, vengono imposte delle restrizioni sul rilascio di opere derivate in modo tale da far sì che queste si mantengano sempre libere, generalmente sotto la stessa licenza dell’opera originale. Esempi di licenze copyleft per il software sono la GNU GPL e, in minor misura, la GNU LGPL, per altri ambiti le Creative Commons License con la clausola share alike. Per un’introduzione alle questioni relative al copyright, si veda: Raf Valvola Scelsi, No Copyright, ShaKe, Milano, 1994.

21 . Si veda l’ammonimento ad applicare metodi Open Source ad altri prodotti non software in Eric S. Raymond, La cattedrale e il bazar, cit.: “La musica e la maggior parte dei libri non sono come i programmi informatici, perché in generale non hanno bisogno di essere corretti o aggiornati”. Senza questo bisogno i prodotti guadagnano poco dall’esame e dal rimaneggiamento di altre persone, perciò un sistema Open Source offrirebbe scarsi benefici. “Non voglio indebolire l’argomento vincente dei programmi Open Source legandolo a un possibile perdente”, sostiene ancora Raymond. http://www.newscientist.com/hottopics/copyleft (cache)

22 . http://cyber.law.harvard.edu/openlaw/ (cache) ma anche in Gran Bretagna, http://www.openlaw.co.uk (cache) e in Svizzera, http://www.openlaw.ch (cache)

23 . http://internazionale.it/home/primopiano.php?id=2241 (cache)

24 . Il fair use è una dottrina legale statunitense che permette limitazioni ed eccezioni alla tutela legale del copyright. Se l’uso di un lavoro è definito “fair use”, il proprietario del copyright non ha il diritto di controllarlo e non sono necessari né licenze né permessi. Il fair use è presente esclusivamente negli Stati Uniti, ma principi simili sono in vigore anche in altri stati; in Italia però al momento non vi sono leggi che possano essere considerate assimilabili al fair use.

25 . La posizione di Wu Ming 1: http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/nota_copyleft.html (cache)

26 . Negri e Hardt suggeriscono di raffigurarci “la democrazia della moltitudine” come una “società open source”, Michael Hardt, Antonio Negri, op. cit. Preferiamo immaginarci una “democrazia diretta di individui” come una “società libera”.

27 . SITOGRAFIA: Il mercato accidente storico: Karl Polanyi. Si veda ad esempio Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974, ed. or. The Great Transformation, New York 1944. La grande trasformazione è quella verificatasi dopo la crisi del 1929. Essa consistette nel rovesciamento della tendenza che aveva dominato il mondo a partire dalla rivoluzione industriale, con l’imporsi dell’economia di mercato. Lungi dall’essere un approdo naturale e necessitato, il mercato autoregolato individua, per Polanyi, una fase eccezionale e dunque una parentesi rovinosa nella storia, le cui contraddizioni e la cui crisi non a caso hanno prodotto il fascismo. Da questo punto di vista l’Ottocento, l’epoca del trionfo dell’economia di mercato e delle istituzioni liberali, si concluse propriamente con gli anni Venti del Novecento. La tesi dell’eccezionalità e insieme dell’artificiosità dell’economia di mercato viene argomentata grazie a un’analisi comparata di società diversissime: da quelle primitive a quelle feudali, moderne e contemporanee, in Europa e altrove. Studioso di antropologia e di economia comparata, Polanyi non è fautore di una pianificazione rigida, ma auspica il ritorno a forme di protezione della società dai meccanismi distruttivi di un’economia non regolata.

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