capitolo due

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II

Licenze Politica Mercato

1. Free Software != Open Source

Free Software (1) (Sofware Libero) e Open Source (2) (Sorgente Aperto) sono sintagmi usati spesso come sinonimi per indicare codici o porzioni di codici; rispecchiano tuttavia prospettive radicalmente differenti. Free Software è un termine nato agli inizi degli anni Ottanta per iniziativa di Richard Stallman (vedi cap. i): si riferisce alla libertà dell’utente di usare e migliorare il software. Più precisamente, può essere riassunto in quattro libertà fondamentali:

1) Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo.
2) Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
3) Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo.
4) Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

L’espressione Open Source, invece, nasce alla fine degli anni Novanta, per iniziativa in particolare di Bruce Perens e Eric S. Raymond, che nel 1998 fondano la Open Source Initiative (3) (OSI); si riferisce alla Open Source Definition, a sua volta derivata dalle Debian Free Software Guidelines, ovvero una serie di 10 punti pratici che definiscono quali criteri legali debba soddisfare una licenza per essere considerata effettivamente «libera»: o meglio, con il nuovo termine, Open Source.
È evidente quindi che da una parte il Free Software pone l’accento sulla libertà: come sottolineato nella definizione, «il «Software libero» è una questione di libertà, non di prezzo» (4). Dall’altra parte, l’Open Source si occupa esclusivamente di definire, in una prospettiva totalmente interna alle logiche di mercato, quali siano le modalità migliori per diffondere un prodotto secondo criteri open, cioè aperti. Il Free Software ha un senso che va ben oltre il mercato, pur non escludendolo a priori; l’Open Source esiste, come specificato dai suoi stessi promotori, per adattare un modello preesistente, quello free, al mercato.
Comunità hacker, fsf, Progetto gnu: erano questi i primi soggetti protagonisti di un percorso che dopo aver rilanciato nelle menti e nelle reti l’idea di condivisione, insistendo sul concetto di permesso d’autore (copyleft), avevano messo in crisi l’apparente inattaccabilità della proprietà privata, almeno nella sua applicazione al software.
Negli anni Ottanta e Novanta l’importanza dello sviluppo di software crebbe in maniera esponenziale (mentre in precedenza era l’hardware la componente principale e più costosa di un computer): aumentò di conseguenza l’attenzione delle aziende nei confronti del Free Software, delle comunità hacker e dei suoi metodi. Il mercato di riferimento, infatti, dopo aver gettato le basi per la diffusione del software close (vedi cap. i), vedeva crescere il colosso Microsoft che, attraverso la stipula di contratti commerciali capestro e accorte manovre di lobbying, ha condotto il mercato a una fase sostanzialmente monopolistica (5).
Le implicazioni di questo fenomeno non sono solo tecniche, ma permeano l’etica, la filosofia e necessariamente la sfera del politico, oltre che quella dell’economico. L’avvicinamento del mondo commerciale al mondo delle comunità hacker non poteva infatti non intaccare l’etica che sta alla base del movimento Free Software (6). La radicalità politica del Free Software, questa insistenza sulle libertà, era piuttosto scomoda e controproducente dal punto di vista della sua diffusione al di fuori dall’ambito hobbistico o universitario. Inoltre in inglese era facilmente fraintendibile, per via del doppio significato di «Software Libero» e di «Software Gratuito» (7); a ragione o a torto, il termine Free era visto come fumo negli occhi perché legato a correnti di pensiero poco apprezzate nel mondo aziendale. Troppa «libertà» fa male al «libero» mercato: l’Open Source entra allora in gioco.
Il cambiamento – dapprima lessicale – presupponeva punti di vista e possibili evoluzioni diverse rispetto al periodo precedente: non solo il termine free non piaceva alle aziende che cercavano quote di mercato, ma anche la licenza GPL non era soddisfacente, perché il suo sistema di diffusione virale rischiava di lasciare fuori dall’accelerazione digitale molte imprese, che vedevano nelle comunità hacker uno sbocco naturale delle proprie strategie economiche.
Open Source era un termine che rispondeva perfettamente a queste esigenze: una volta avvicinate le imprese si trattava solo di dimostrare come le logiche organizzative e produttive delle comunità da una parte e il profitto dall’altra potessero andare d’accordo. Diventava così molto semplice ampliare il bacino delle aziende impegnate a entrare nel «fantastico mondo dell’Open Source».
Il nuovo movimento, meno politicizzato e più orientato alle possibilità commerciali di quello che era allora definito Free Software, si impose. Molte le ragioni concomitanti che facilitarono il passaggio concettuale e pratico: lo scossone dovuto alla nascita di Linux; alcuni passaggi a vuoto della FSF, spesso chiusa su posizioni piuttosto ingenue e di nostalgia per un’età dell’oro di condivisione e libertà delle conoscenze; la paralisi delle comunità hacker più radicali (che negli anni Settanta avevano dato luogo a mitici gruppi come L’Homebrew Computer Club nella Bay Area di San Francisco); la potenza intrinseca del movimento Open Source, spalleggiato fin da subito da imprese che avevano subodorato l’affare. Lo scenario politico del mondo hacker veniva modificato rapidamente e profondamente.
Lo strappo si completò con la formulazione di nuove licenze che si ponevano in un concorrenza con la GPL. L’outing di alcune società che rilasciarono il loro codice sorgente, Netscape in primis, rappresentò il contributo decisivo: il Free Software e la sua filosofia, con una forzatura palese ma funzionale, vengono relegate nell’angolo dell’estremismo, dei progetti non sostenibili economicamente; dall’altra parte l’Open Source conquista il mercato anche a livello di credibilità in termini di business.
Nonostante queste differenze palesi, i fraintendimenti sono molti. Proviamo allora a specificare e delimitare meglio termini e concetti. Si può definire l’Open Source come quel metodo di progettazione e produzione (di software, ma non solo) basato sulla condivisione di ogni aspetto e passaggio (tipico delle comunità hacker e del Free Software) che, nell’ottica di sviluppare un prodotto open, accetta al proprio interno componenti e passaggi closed (comunità ristrette e chiuse, in alcuni casi anche software proprietario) per garantire maggiore competitività sul mercato ai propri prodotti. Nulla di troppo differente da quanto le imprese avessero fatto fino ad allora: il lavoro d’équipe e la condivisione di obiettivi comuni non è certo una novità (8).
La differenza tra queste due componenti delle comunità virtuali hacker è comprensibile seguendo le evoluzioni delle licenze che nel tempo hanno cercato di regolare la distribuzione di prodotti Free Software, garantendone da un lato i principi di riproducibilità, modifica, distribuzione e dall’altro cercando, con l’avvento dell’Open Source, di linkarlo più agevolmente al mercato e alle sue regole (9).

Quello sulle licenze è il primo livello di investigazione circa le effettive novità e l’originalità dell’approccio hacker – nel mondo del software ma non solo. Immaginiamo per un attimo una comunità di individui che si definiscono hacker: le licenze d’uso rappresentano il livello più esterno, di relazione verso coloro che non appartengono alla comunità, che per lo più non sono hacker e non condividono un’etica e una storia comune. Quando dalla GPL si passa a licenze formulate esclusivamente per il mercato, ovvero del tutto aliene allo spirito hacker, appare evidente che bisogna scavare molto più a fondo. Useremo allora una sorta di lente d’ingrandimento, passando dalle licenze, alle comunità, fino all’individuo: abbozzare una cartografia di questi tre differenti livelli ci permetterà di delineare possibili vie di fuga dal virtuale al reale, cioè di immaginare nuove possibili ricadute dell’hacking nella realtà.


2. La licenza: che cos’è?

La parola licenza deriva dal latino licentia, da licire «essere lecito»; nell’accezione che ci riguarda, significa: «concessione, da parte di un organo competente, di una determinata autorizzazione; anche, il documento che comprova l’autorizzazione concessa: licenza di esercizio...» (10).
Le licenze infatti specificano una concessione da parte di un soggetto nei confronti di qualcun altro. Nel caso del software «concedono» l’utilizzo del codice alle condizioni stabilite da chi redige la licenza: «licenziare» significa «concedere il potere specificato».
In ambito informatico la licenza è un contratto tra il detentore del copyright e l’utente. Si parla quindi propriamente di «licenza d’uso». La licenza è una sorta di «certificato» che l’autore pone al proprio prodotto per salvaguardarne la sicurezza, la distribuzione e naturalmente rendere noti i propri meriti. Un software rilasciato senza alcun testo che «determini» un utilizzo del prodotto stesso rischierebbe infatti di finire nelle mani di qualcuno che potrebbe arricchirsi indebitamente, farne un uso non etico, non rispettare la volontà del creatore del prodotto.
Le Licenze software, nel loro complesso, rappresentano una cartina di tornasole per misurare l’evoluzione delle comunità hacker e verificare l’impatto della nascita e dello sviluppo del concetto di Open Source.
Ogni movimento ha bisogno di qualcosa che sancisca i passaggi salienti della propria vita: le licenze software hanno spesso segnato qualcosa di più di un cambiamento, coagulando un modus operandi, uno stile, un background culturale e politico.
Le licenze, dalla GPL alle ultime rilasciate, ripercorrono la storia del Free Software e dell’OpenSource in alcuni casi incidendo profondamente su di essa (non solo la GPL, ma anche altre: si pensi solo alla Mozilla Public Licence, mpl11): differenti per specificità e finalità, prendono le mosse da percorsi etici e culturali anche molto eterogenei. Le licenze adottate sottolineano con forza le molte differenze tra le varie comunità ed evidenziano l’intreccio di finalità diverse in un breve lasso di tempo. Gli anni di rilascio delle varie licenze, infatti, tracciano la mappa temporale e concettuale del processo che ha portato all’egemonia del termine Open Source e delle sue pratiche.
Le discussioni in merito alle licenze, sul «permesso», sui «poteri», spaziano ovviamente ben oltre i limiti delle reti informatiche. Innumerevoli le visioni, le note, le caratteristiche riscontrate, gli usi, le preferenze. Nell’ottica di analizzare i rapporti di potere e le evoluzioni dell’Open Source le licenze sono da un lato tentativi di regolamentare qualcosa che fino a quel momento non aveva delle regole, dall’altro veri e propri scatti concettuali da parte di particolari gruppi di «potere» all’interno del mondo delle comunità hacker.
In un racconto Philip K. Dick, già rivisitato dal cinema (12), un ingegnere elettronico ha il compito di carpire i segreti della concorrenza e provvedere a concepire nuovi prodotti tecnologicamente migliori. I suoi datori di lavoro si tutelano a loro modo dalla possibilità che l’ingegnere venga «assoldato» da altre aziende, cancellando al loro dipendente la memoria.
Dick, straordinario nel suo oscuro scrutare (13), percepisce con largo anticipo la nascita di un’economia in cui la «protezione» delle conoscenze sarebbe diventata fondamentale (14) anche a costo di limitare, castrare e distruggere gli individui stessi.
L’economia del xx secolo si è basata sempre più sul concetto di «protezione delle idee» e «proprietà intellettuale»: un miscuglio assurdo di copyright, brevetti, marchi registrati e accordi di segretezza che ha prodotto tra l’altro infinite e costose cause legali. In teoria tutti questi strumenti erano stati approntati per tutelare le creazioni e diffondere meglio le conoscenze; nei fatti si sono sempre rivelati armi a doppio taglio, come del resto le stesse licenze apparse negli ultimi anni, che vanno esattamente in questa direzione: evitare un eccessivo arricchimento economico da parte di chi si impossessa del software, garantendo quindi la libertà del software e allo stesso tempo tutelando l’autore del programma da tentativi di appropriazione (anche a scopi economici) del proprio software. Nel xxi secolo, la cooptazione da parte delle aziende dei metodi di sviluppo free, diventati open, dimostrano in maniera lampante come la «protezione» debba cedere il passo alla libera circolazione dei saperi.


3. Free Software e GPL

Abbiamo visto che la licenza GPL (General Public Licence) nasce dal progetto gnu di Richard Stallmann.
Stallmann si pose il problema di come distribuire il software libero, provando dapprima attraverso un semplice spazio ftp del mit. Questo risolveva il problema della distribuzione, ma non garantiva che il software rimanesse libero. Chiunque infatti in quel momento poteva comprare il software e adottarlo come prodotto della propria azienda, commercializzandolo e appropriandosi dei diritti. Proprio questo era l’inconveniente del public domain che Stallmann e migliaia di coder volevano evitare: la possibilità che il proprio software finisse per essere utilizzato in progetti commerciali e proprietari, o ancor peggio, in progetti eticamente discutibili. Mancava cioè la possibilità per il programmatore di avere delle valide difese rispetto a un uso non solo commerciale, ma anche irresponsabile, del proprio prodotto. Fin dall’inizio quindi il problema di Stallmann non era la «sostenibilità» economica del Free Software (era ovvio, dal suo punto di vista, che il fs fosse migliore, anche commercialmente, del software close), quanto piuttosto la salvaguardia della sua libertà attraverso una sorta di copyright del proprio autore.
Stallmann adottò allora quello che definì permesso d’autore, giocando sul significato della parola copyleft: anziché privatizzare il software, lo rendeva libero, fornendo quindi tutta una serie di garanzie nei confronti dell’autore del software.
Così nasce la GPL (15): l’idea centrale è di dare a chiunque il permesso di eseguire, copiare, modificare e distribuire versioni modificate del programma, ma senza dare la possibilità di aggiungere restrizioni. La GPL è virale perché le libertà di cui è intriso il software sono garantite a chiunque ne abbia una copia e diventano «diritti inalienabili»: il permesso d’autore infatti non sarebbe efficace se anche le versioni modificate del software non fossero libere.
In questo modo Stallmann «garantiva» il creatore del software e la comunità di riferimento stessa, perché ogni lavoro basato sul prodotto originale sarebbe stato sempre disponibile, libero, aperto, per tutta la comunità.
La GPL e Stallmann in quel momento rappresentavano lo stato avanzato dell’etica hacker e il primo vero tentativo di «dichiarare autonoma e replicabile» l’esperienza della condivisione e del superamento del settecentesco copyright, della stupidità del concetto di proprietà intellettuale nel mondo software. Abbiamo visto però che Stallmann, uno dei personaggi chiave della storia del movimento hacker, non riuscì a vincere la sfida tecnologica che si poneva: creare un sistema operativo potente e flessibile come unix, ma libero.
Dopo l’esplosione di Linux, all’inizio degli anni Novanta, apparve chiaro che Stallmann e il suo Free Software non erano più gli unici soggetti in movimento nel mondo delle comunità digitali, anzi: erano considerati improvvisamente quasi arcaici relitti dell’epoca d’oro dell’hacking, surclassati dal successo mondiale di Linux. Ormai il processo di espansione di internet, principale veicolo della diffusione del software, era inarrestabile e contestualmente i limiti e l’agilità con cui la comunità hacker si apriva anche al commerciale venne incarnata anche dalla nascita del termine Open Source. Eppure sappiamo che la GPL stessa non esclude applicazioni commerciali con finalità di business.


4. Open Source e nuove licenze

Nel 1997 Bruce Perens e Eric Raymond, in una conferenza in posta elettronica, sanciscono la definizione di Open Source, per specificare che il termine non significa solo «accesso al codice sorgente», ma si estende a numerosi altri aspetti. Il radicalismo politico del Free Software non era attraente per molte imprese produttrici di software, che tra l’altro temevano di perdere il proprio capitale intellettuale; la Open Source Definition (OSD) cambiava decisamente le carte in tavola.
Alcune precisazioni. Innanzitutto la OSD sottolinea di non prevedere nessuna discriminazione dei settori che possono utilizzare software Open Source: la licenza non proibisce ad alcuno l’uso del programma in uno specifico campo o per un determinato proposito. Nessuno può proibire che il software venga utilizzato per scopi commerciali o scopi non considerati etici. La precisazione degli autori della OSD è piuttosto chiara: il software dev’essere impiegabile allo stesso modo in una clinica che pratichi aborti e in un’organizzazione antiabortista.
A chi fa notare l’incongruenza, o quanto meno, i rischi di tali affermazioni, la risposta è di una sconcertante apoliticità: queste discussioni politiche sono di pertinenza del Congresso degli Stati Uniti, si sostiene, non delle licenze del software. Delega totale. D’altro canto per i fautori dell’Open Source, la GPL, che pure viene consigliata in molti casi, viene considerata con malcelato disprezzo un mero «manifesto politico» (16).
Lo scossone del 1998, quando Netscape rende pubblici i propri codici sorgenti e nasce il progetto Mozilla, è strettamente legato alla questione delle licenze: la mpl, pur essendo approvata dalla OSI come licenza Open Source, specifica che chiunque «è libero di creare un prodotto commerciale utilizzando il codice Mozilla» e proprio nella licenza il primo punto è dedicato a questo aspetto («1.0.1. ‘Commercial Use’ means distribution or otherwise making the Covered Code available to a third party.»).
Il passaggio da Free Software a Open Source è compiuto, non solo a livello semantico e linguistico ma anche a livello di implicazioni commerciali: dalla libertà al primo punto, siamo giunti a mettere il mercato avanti a tutto. Se infatti accettassimo come reale la distinzione operata da Raymond tra «fanatici» e moderati» dell’Open Source, il percorso concettuale apparirebbe lineare: inizialmente il Free Software porta alla ribalta la parte «fanatica» delle comunità hacker, coloro cioè che hanno sempre specificato la libertà del codice senza accettare compromessi commerciali, se non a livello di distribuzione.
La distinzione di Raymond è semplicistica ed è evidentemente sbilanciata a favore dell’Open Source. Egli infatti si pone tra i «moderati» (termine conciliante e sempre buono per chi non vuole apparire scomodo) e definisce gli altri «fanatici»: letteralmente, «ispirati da un dio» o «presi da delirio»: nulla di positivo, in genere. Fanatiche sarebbero, per Raymond, quelle comunità hacker che avevano appoggiato la fsf e il suo percorso e che mal digerivano la piega conciliante con il mercato intrapresa dal movimento Open Source. Lo stesso Raymond, per avvalorare la propria tesi, richiama a sé proprio Linus Torvald: questi, al pari degli estensori della OSD, ha specificato di apprezzare anche l’utilizzo di software proprietario, per compiti specifici, deridendo «gentilmente quegli elementi più puristi e fanatici all’interno della cultura hacker» (17).
La distinzione è quindi più che altro funzionale all’Open Source, non certo oggettiva. La realtà è ben più complessa di quanto un’etichetta possa racchiudere: nella storia del movimento hacker si è assistito alla nascita di un’etica che ha messo in crisi il concetto di proprietà intellettuale, in un’epoca e in un settore, il software, di riproducibilità tecnica totale. Una delle conseguenze maggiori di questa forte politicità, ovvero di questa prassi fortemente orientata e innovativa, è stato l’avvicinamento di alcune comunità ad aziende e imprese che hanno fiutato nei metodi e nello sviluppo di software delle comunità una valida opzione per creare mercato e profitti. Nel prossimo capitolo ci occuperemo di questo incontro tra comunità digitali e mondo commerciale.
Distinguere tra fanatici e moderati significa mettere in un angolo i primi, considerare nel giusto i secondi, mentre naturalmente la questione è più sfumata: Free Software e Open Source, sono queste le due componenti di peso delle comunità hacker, entrambe, e la seconda è un’evoluzione della prima, ma non necessariamente un miglioramento.
La distinzione non tiene inoltre conto del mondo hacker nella sua complessità: esiste infatti una «massa grigia» che possiamo considerare come una parte poco interessata non solo alle implicazioni politiche e filosofiche che il Free Software aveva portato alla luce, ma anche alle stesse implicazione business oriented. Unica esigenza di questa «massa»: poter codare in maniera sicura avendo garantita la GPL e poter praticare quella condivisione connaturata al mondo delle comunità di software libero.
Linux, come del resto la mpl, rappresentavano dunque queste parti delle comunità che vedevano nella GPL solo un mezzo, uno strumento e non una riflessione etica, politica e filosofica applicata al software. Si muovevano fin da subito verso un dimensione di «democraticizzazione» (a fronte del monopolio Microsoft) del mercato del digitale, partendo dal software commerciale, ma comunque libero, e cabotando pericolosamente la zona commerciale non-libero.
L’Open Source sviluppò fin da subito marketing in grado di irretire queste componenti; nello stesso tempo, il movimento Free Software, poco in grado di cogliere immediatamente questi cambiamenti, si trovò presto in grave difficoltà nel proporre soluzioni al passo con i tempi.
In realtà, anche tralasciando divisioni artificiose che quasi mai sono applicabili a una realtà in costante evoluzione, pare invece più fondato e realistico il passaggio concettuale che le imprese sono riuscite a far attecchire all’interno delle comunità: l’Open Source infatti non rappresenta altro che un’assunzione del rischio imprenditoriale da parte tanto dei programmatori, quanto delle aziende. Le licenze nate dopo il 1998 sanciscono questo passaggio.
Una società in crisi può «guarire» passando all’Open Source, perché le licenze (che per definizione cercano di regolare il mercato, non uscendo, in pratica, dal mercato) permettono affidabili recuperi di denaro e competenze in una sana, apparentemente democratica, economia di mercato. In fondo anche la monopolista Microsoft, in un certo senso, si sta muovendo verso l’Open Source (certo non verso il Free Software). Infatti Microsoft ha risposto alla crescente richiesta da parte di Pubbliche Amministrazioni e grosse aziende di poter visionare il codice che utilizzano, varando l’iniziativa denominata Shared source: a pagamento (ma gratuitamente per le Pubbliche Amministrazioni), consente di avere accesso ai sorgenti (18).
Le licenze quindi possono essere definite addirittura «metronomi» del processo di avvicinamento del mondo commerciale all’Open Source: più il legame si faceva stretto, più nascevano licenze in grado di permettere, mantenendo il principio di libertà d’accesso al codice, una collaborazione effettiva tra comunità Open Source e progetti commerciali.


5. Non siamo fanatici, «Ci va bene qualunque licenza»...

«Ma non intendiamo farne una questione ideologica. Ci va bene qualunque licenza che ci permetta il controllo del software che usiamo, perché questo ci mette in grado a nostra volta di offrire ai nostri clienti e utenti il vantaggio del controllo, siano essi ingegneri della nasa o sviluppatori di applicazioni gestionali per studi dentistici» (19).
Robert Young, spiegando la nascita di Red Hat, una delle principali distribuzioni commerciali di Linux, è molto chiaro: ci va bene qualunque licenza, il mercato lo abbiamo già. Questo per l’economia globale è decisamente un bel passo in avanti, significa partire con il vento in poppa, un po’ come pescare in una vasca da bagno già colma di pesci: gli utenti – anzi i consumatori – ci sono, dateci gli strumenti per raggiungerli...
Alcune licenze costituiscono semplicemente una sorta di «lasciapassare» che una comunità più incline al richiamo commerciale recepisce per favorire il passaggio all’Open Source, visto come un modello di capitalismo alternativo, magari addirittura dal volto umano. La differenza tra software proprietario e Open Source nel «fare soldi» è infatti minima: si crea un grande prodotto, si fa del marketing creativo e accattivante, si genera «il bisogno», ci si cura degli utenti/clienti e si costruisce l’affidabilità del prodotto e di chi lo produce.
L’Open Source in questo modo diventa un marchio qualunque, un logo, un simbolo di affidabilità, qualità e coerenza e, come tale, porta profitti. Robert Young chiarisce molti aspetti relativi alle licenze e al loro attuale valore, che pare rimanere una dichiarazione di principi elastici quanto basta per consentire all’Open Source di affermarsi come modello economico di salvezza per il capitalismo in crisi di crescita.
Dal closed all’Open Source: cambia poco nei metodi di affermazione di un prodotto, ma cambia moltissimo nel mondo monopolistico del software. Il vantaggio di una marca che produce in un determinato settore è infatti l’ampiezza del proprio mercato, prima ancora delle quote che la società produttrice detiene: più utenti gnu/Linux in circolazione significa più clienti potenziali per Red Hat.
I rapporti di potere all’interno delle comunità hacker si rispecchiano quindi anche nell’ambito delle licenze; nel giugno del 2003 ad esempio la Red Hat è stata accusata di «uscire dalla GPL»: alcune parti dell’End User License Agreement (eula) del software Red Hat Advanced Server sembrerebbero essere in netto disaccordo con la licenza GPL (20).
Questo chiarisce inoltre come il capitalismo sia disposto ad assumere l’Open Source come alternativa economica all’attuale sistema monopolistico di Microsoft Windows e come parti di questo mondo cerchino costantemente strade per aprire nuovi mercati, per elaborare nuove strategie, per fare nuovi profitti.
L’Open Source in definitiva è solo il tentativo (fino ad ora riuscito) di adattare il metodo altamente produttivo delle comunità hacker, che rispetti la condivisione, ma che sia più elastico rispetto a ingerenza economiche commerciali. Questa elasticità, o flessibilità, è ormai usuale nei metodi di lavoro ed è sancita, verso l’esterno, con le licenze. L’Open Source rappresenta la vittoria del modello liberale sul modello libertario del Free Software: l’unica libertà che si preserva, in fondo, è quella del mercato.
Ogni tipo di licenza si presta a usi commerciali, si tratta di scegliere quella più adatta al proprio business. Tra il 1997 e il 1998, infatti, Linux, Freebsd, Apache e Perl hanno visto crescere l’attenzione di personaggi provenienti dal mondo commerciale (manager di progetto, dirigenti, analisti d’industria e venture capitalist). La maggior parte degli sviluppatori ha accolto quest’attenzione con molto favore: un po’ per orgoglio, un po’ per motivare i propri sforzi e, non ultimi, i propri compensi.


6. Nella pratica... modelli di business molto «aperti»
e molto poco «liberi»

I moderati dunque spopolano. Molti ritengono ormai che il modello Open Source sia davvero un modello affidabile per la conduzione dello sviluppo software a scopi commerciali. Un’analisi ad ampio raggio delle licenze disponibili rileva che la bsd è, da un punto di vista commerciale, la migliore quando si debba intervenire su un progetto preesistente.
La bsd (21) in pratica specifica che il codice può essere utilizzato come meglio si crede, salvo darne credito all’autore. La licenza bsd fu scelta inizialmente da Apache, progetto nato da webmaster di ambiti commerciali che cercavano un web server in grado di ottimizzare le proprie esigenze di business. La bsd, molto semplicemente, permette l’inserimento di prodotti all’interno di software proprietari: per molti è una licenza pericolosa, volta a minimizzare l’impatto etico della cosiddetta economia del dono.
La licenza bsd o x e affini, in pratica, permette di fare ciò che si vuole del software licenziato. Questa «liberalità», spesso utilizzata contro la viralità «politicante» della GPL, ha radici precisamente politiche: il software originariamente coperto dalle licenze x e bsd era sovvenzionato con sussidi del Governo degli Stati Uniti. Dal momento che i cittadini statunitensi avevano già pagato il software con i soldi delle tasse, fu loro garantito il diritto di fare del software tutto ciò che volessero...
La bsd è un esempio calzante anche della possibilità di modifica delle licenze. Un dettaglio negativo era costituito da una clausola che fu poi espunta: la bsd prescriveva infatti che, ogni volta si facesse cenno a una caratteristica di un programma sotto bsd in una sua pubblicità, si esplicitasse il fatto che il software è stato sviluppato all’Università della California. Era evidente la problematicità di questa clausola per distribuzioni contenenti migliaia di pacchetti software.
La prima licenza, vicino alla bsd, che ha portato novità importanti, è stata quella di Mozilla: tale licenza prescrive che le modifiche alla distribuzione siano rilasciate sotto lo stesso copyright della mpl, rendendoli nuovamente disponibili al progetto. Evidente in questo caso il rischio di utilizzo di software proprietari: se per distribuzione si intendono i file così come vengono distribuiti nel codice sorgente, questo consente a un’azienda di aggiungere un’interfaccia a una libreria di software proprietario, senza che quest’ultimo sia sottoposto alla mpl, ma solo l’interfaccia.
Anche la GPL consente utilizzi commerciali, per quanto solo di riflesso e non esplicitamente nel testo: diciamo che il mercato non è il problema principale. Infatti, la GPL prescrive che «gli incrementi, i derivati e perfino il codice che incorpora altri codici» vengano rilasciati sotto GPL; per questo motivo la GPL viene definita «virale», per consentire che il codice che nasce free rimanga free.
Tuttavia anche la GPL può agire come «eliminatore» di concorrenti su un determinato progetto: con la GPL, come dimostra l’esempio di Cygnus, citato da Brian Behlendorf (uno dei leader del progetto Apache): «non c’è speranza che un concorrente possa trovare una nicchia tecnico-commerciale che sia sfruttabile con la struttura gcc senza dare a Cygnus la stessa opportunità di approfittare anche di quella tecnologia. Cygnus ha creato una situazione in cui i concorrenti non possono competere sul piano della diversificazione tecnologica, a meno che non intendano spendere quantità ingenti di tempo e di denaro e usare una piattaforma completamente diversa da gcc» (22).
La fsf di fronte ai cambiamenti in atto ha tentato di ovviare in qualche modo e recuperare terreno: nel 1999 nasce la lGPL (Lesser General Public Licence) (23) in relazione al problema delle librerie e per diminuire l’impatto considerato un po’ troppo limitante della GPL.
La lGPL, come la GPL, si presenta contemporaneamente come una licenza e come un manifesto politico: viene infatti specificato che le licenze della maggior parte dei programmi hanno il solo scopo di togliere all’utente la possibilità di condividere e modificare il programma stesso. Al contrario le Licenze Pubbliche Generiche gnu sono intese a garantire la libertà di condividere e modificare il software libero, al fine di assicurare che i programmi siano liberi per tutti i loro utenti.
Nella licenza viene messa in evidenza la finalità principale, ovvero garantire che anche un programma non libero possa utilizzare delle librerie open (ad esempio la libreria C del progetto gnu in modo da consentire a più persone di usare l’intero sistema operativo gnu), ma allo stesso tempo viene specificato di usare la licenza con parsimonia, nonché l’invito a sviluppare librerie libere in modo che chiunque possa ridistribuirle o modificarle (24).
Infine, nata nel 2000, la licenza gfdl (gnu Free Documentation Licence) (25) è una licenza libera, copyleft, ma per distribuire documentazione e non software; l’elaborazione è della fsf. Un esempio di applicazione concreta della gfdl è l’esperimento di Wikipedia (26), un’enciclopedia libera e multilingue open publishing: nella versione inglese è arrivata a contare oltre 500.000 voci, quella italiana al momento ne conta circa 40.000.

Le licenze software sono una modalità di relazione verso l’esterno di creazioni per lo più comunitarie. Vediamo ora come si relazionano al loro interno queste comunità.



Note al capitolo


1. la filosofia della GNU

2. definizione di open source (cache)

3. Il sito dell'open source (cache)

4. http://www.gnu.org/philosophy/free–sw.it.html

5. Il monopolio commerciale della microsoft si è ampliato a dismisura: dalle patenti europee del computer (ecdl), all’email su hotmail, passando ovviamente per msn, i sistemi operativi windows le certificazioni per sistemisti e programmatori. Tanta strada è stata fatta da quando Bill Gates nel 1975 vendette il porting per il linguaggio basic (Beginner’s All–Purpose Symbolic Instruction Code) per Altair 8800 a oggi; la softwarehouse Microsoft ha cambiato in questo lasso di tempo svariate facce. In origine nacque come società di sviluppo software (furono scritte infatti diverse versioni del linguaggio basic – non di sua invenzione –, il fortran, il cobol, pascal, visual basic e il nuovo c#), ma si specializzò ben presto in applicativi gestionali (visiCalc, ms–word, ms–excel) e sistemi operativi (Xenix e ms-dos). Sicuramente è da attribuirsi alla Microsoft l’introduzione in ambito professionale e, grazie ad un totale supporto di questa «nuova» tecnologia su tutti gli applicativi Microsoft, in soli 7 anni, la softhouse di Bill Gates si era guadagnata una fetta di tutto rispetto nel mercato informatico. L’anno decisivo è sicuramente il 1990 col rilascio di Windows 3.0: un sistema operativo abbastanza usabile, dotato di interfaccia grafica, a un costo nettamente inferiore rispetto al più avanzato Apple Macintosh. Windows 95, Windows nt, Windows 98, Windows 2000, Windows xp e molti altri sistemi operativi hanno invaso il mercato. Oggi Microsoft è la più grande società di software del mondo. Wikipedia: la storia di Microsoft (cache)

6.: Richard Stallmann definisce free software e open source «due partiti politici»

7. Più correttamente, Software Gratuito, ma non libero, si traduce con Freeware.

8. Molti «osservatori esterni» confondono erroneamente i piani: Negri e Hardt nel loro ultimo lavoro dedicano una parte all’Open Source descrivendolo come si descriverebbe il Free Software. A conferma di questa confusione, nelle note, viene citata un’opera di Stallmann da cui sono ripresi alcuni brani. Stallmann Open Source! (Michael Hardt, Antonio Negri, Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Rizzoli, Milano, 2004, p. 350)

9. http://www.Linux.it/GNU/softwarelibero.shtmlIl software libero per Linux.it

10. etimologia di "Licenza" (cache)

11. Mozilla Public Licenze

12. John Woo, Paycheck, 2003. Tratto dal racconto di Philip K. Dick, I labirinti della memoria, Fanucci, Roma, 2004.

13. Si veda ad esempio Philip K. Dick, Ubik, Fanucci, Roma, 1995 (ed. or. Ubik, 1969): i personaggi utilizzano già dei telefoni cellulari. Al di là dell’anticipazione tecnologica, più interessante è però la visione di nuove pratiche possibili: in fondo l’etica hacker, nella vulgata di «Stallman vs. software close», ricorda il libro proibito, che racconta un’altra storia possibile, «La cavalletta non si alzerà più», in La svastica sul sole, Fanucci, Roma, 1997 (ed. or. The Man in The High Castle, 1962), la terrificante ucronia sul nazismo.

14. Certo l’ufficio brevetti si occupa fin da troppo tempo di «proteggere» le conoscenze, costituendo di fatto un ostacolo sempre più insopportabile anche per le stesse aziende; per una lettura di Paycheck alla luce della situazione attuale, si veda l'archivio di quintostato.org (cache)

15. Da sempre oggetto di aspri dibattiti, la gpl è stata accusata nel 2003 da sco di violare la costituzione degli Stati Uniti, e le leggi sul copyright, sull’antitrust e sulle esportazioni (cache) E' invece di fine luglio 2004 il riconoscimento legale della licenza gpl da parte del tribunale tedesco di Monaco di Baviera.

16. Bruce Perens, The Open Source Definition (cache)

17. Eric S. Raymond, Colonizzare la Noosfera, 1998 (cache)

18. Ironicamente, una falla di sicurezza del sito della società delegata a gestire gli accessi al codice sorgente ha causato nel febbraio del 2004 la diffusione di una parte del sorgente di una versione preliminare di Windows 2000 (circa 200 mb di codice), da cui derivano anche Windows xp e Windows 2003.

19. la filosofia di Robert Young (cache)

20. David McNett scrive infatti: «would appear to be at odds with the also included gnu General Public License.» (cache)

21. Testo originale della Licenza bsd versione 4.4 (inglese) (cache)

22. Brian Behlendorf, Open Source come strategia commerciale (cache)

23. Testo completo della licenza lgpl, (in inglese) (cache)

24. Un breve accenno all’Artistic License . Questa licenza è considerata incompatibile con la gpl e il progetto gnu: farraginosa e imprecisa nelle specifiche, non rappresenta né una novità né una rilettura di altre licenze; è mal formulata, perché impone dei requisiti e fornisce poi delle scappatoie che rendono facile aggirarli. Per questo molto software che utilizza questa licenza si avvale di una seconda licenza, quasi sempre la gpl.

25. gnu Free Documentation Licence (cache) Da notare che Debian sta eliminando tutti i software rilasciati sotto GFDL per incompatibilità con le proprie linee guida (cache)

26. Un esempio di applicazione concreta della gfdl è l’esperimento di Wikipedia (cache)

pagina creata da: enomix ultima modifica: Friday 13 of Maggio, 2005 [10:58:10 UTC] di enomix


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