Pubblico e privato, ontologia e identità.

Il privato è pubblico? Secondo Facebook, il privato dovrebbe tendere a diventare il più possibile pubblico. Pubblico nel senso di gestito da Facebook, pubblicato da Facebook, reso disponibile da Facebook, che è una società privata. Però le reti sociali reali a cui un individuo appartiene non corrispondono né alle reti di comportamento (le persone che incontriamo spesso ma che non sono «amici»: genitori, figli, parenti, vicini di casa, ecc.), né alle reti articolate online. I lavori di Danah Boyd sulle reti sociali28 sono un buon punto di partenza per fare chiarezza. Il problema fondamentale è sempre lo stesso: l'ontologia personale che si crea in un contesto collettivo, ovvero l'identità. Ecco cosa ne pensa Mark Zuckerberg:

You have one identity […] The days of you having a different image for your work friends or co-workers and for the other people you know are probably coming to an end pretty quickly […]. Having two identities for yourself is an example of a lack of integrity29

L'intero percorso di Ippolita assume come postulato che l'identità sia il luogo della differenza30. Abbiamo già evidenziato ragioni biologiche, psicologiche e culturali. Il moralismo di Zuckerberg tocca apparentemente il nodo della menzogna, sostenendo che una sola identità, chiara e precisa, è necessaria per non ingannare gli altri oltre che sé stessi. Vorrebbe farci credere che Facebook si dedica alla ricomposizione delle nostre identità disperse nei mille frammenti della competitiva vita contemporanea, e ci ridona la (mitica) integrità perduta. Un solo profilo che armonizza, in una pubblicità riuscita di noi stessi, un io lavorativo aggressivo, un io famigliare affettuoso, un io sessuale appetitoso, un io amicale spiritoso, un io sociale caritatevole. Facebook è l'automarketing personalizzato di massa.

Certo, l'identità è ineliminabile, proprio come il potere, ed è una fortuna che sia così: è la condizione per la comunicazione, per l'evoluzione, per il cambiamento. L'identità va gestita, diffusa, moltiplicata, ricreata proprio come il potere. Comunicare è parlare-scrivere da un luogo situato, cioè assumere un'identità, ovvero costruire un potere-sapere. La scrittura è basata sul linguaggio, il linguaggio sull'identità, l'identità sul potere, e dunque in qualsiasi modo cerchiamo di comunicare siamo già coinvolti nella costruzione di identità, individuali e collettive.

Ma la vita sociale come la conosciamo ora, per quanto non perfetta e migliorabile, si fonda sulla possibilità di diffondere in maniera discrezionale diverse «visioni» di noi stessi, diverse identità in cui gli altri si rispecchiano, contribuendo così a modificarci nelle relazioni sociali. Noi non siamo «le stesse persone» con chiunque, e non si tratta di avere accesso a diversi livelli di profondità del nostro unico profilo individuale. Si tratta di comportarsi ed essere realmente diversi a seconda della situazione, e questo, anche se può apparire terribilmente incoerente, è quanto mai necessario e positivo per sentirsi integri. Come vedremo meglio più avanti, si tratta di diffondere il sociopotere, rinsaldando le relazioni che ci piacciono, creando connessioni dove prima non esistevano, tagliando i rami secchi, invece di cristallizzarlo in identità fisse, cumuli di dati aggregabili in segmenti merceologicamente rilevanti per pubblicità personalizzate.

Nella vita quotidiana non ci comportiamo nello stesso modo con i nostri genitori e con i nostri figli. Non confidiamo le nostre preoccupazioni lavorative ai nostri bambini, a meno che non vogliamo responsabilizzarli per qualche ragione, ma certo usando modi diversi da quelli che impieghiamo per parlare con gli amici dello stesso argomento. Non usciamo a fare festa con i nostri genitori e probabilmente nemmeno con il giornalaio che incontriamo tutte le mattine da molti anni; anche se accadesse, non ci comporteremmo con loro come ci comportiamo con i nostri amici. Non andiamo a letto con il nostro datore di lavoro (non tutti perlomeno) e quindi non si capisce perché dovrebbe essere nostro amico su Facebook, o peggio ancora condividere le stesse informazioni riservate al nostro partner. Eppure il legame affettivo con la famiglia non è meno profondo di quello amicale, e probabilmente passiamo più tempo al lavoro di quanto ne dedichiamo alle nostre relazioni sentimentali. Semplicemente, sono relazioni diverse, che disegnano reti sociali diverse, ed esigono identità differenti.

Non solo: le identità sono in evoluzione continua. A quindici anni capita di ribellarsi furiosamente ai genitori, ma a trenta non ha alcun senso (oppure è sintomo di un problema più grave, e non di un percorso di crescita sereno). E gli amici dei tempi della scuola dell'obbligo, quei pochi che non abbiamo perso di vista (per ritrovarli poi su Facebook, naturalmente), ricordano perfettamente che eravamo persone diverse allora. Così come alcune persone con cui abbiamo avuto relazioni amorose possono ricordarci come un raggio di sole nelle loro vite, mentre il nostro ex marito ci odia con tutto il cuore perché esigiamo gli alimenti e, in effetti, siamo molto fredde e scortesi nei suoi confronti. Non siamo più innamorate, le cose sono cambiate. Siamo cambiati, cambiamo qui e ora, le relazioni sociali incarnano il cambiamento che ci rende vivi. Vediamo allora qualche caso concreto, che mostra quanto sia perverso il meccanismo di identificazione fissa promosso-imposto da Facebook. Sono esempi stilizzati e declinati volutamente al femminile, ma purtroppo verificatisi già troppe volte nella realtà.

Licenziamento. Una giovane insegnante, competente e adorata dagli allievi, viene ripresa a una festa tra amici, in evidente stato di ebbrezza. Le foto e un video particolarmente esplicito circolano in un attimo, taggati sui profili Facebook di amici di amici di amici... fino ad arrivare ai datori di lavoro, all'autorità. L'insegnante viene esclusa dal concorso per diventare di ruolo; subisce una dura reprimenda, a cui replica che la sua vita privata non ha nulla a che vedere con la sua carica di insegnante pubblica. Viene quindi licenziata, in quanto «cattivo esempio» per gli allievi.

Violenza. Una madre, nel tentativo di proteggere il figlio, viene picchiata e abusata dal marito. Dopo infinite sofferenze riesce a sfuggire al suo aguzzino. Si rifà una vita in un'altra città, lontano, con il figlio. Il pericolo è passato. Ma Facebook rimane: il suo persecutore la rintraccia, grazie a un'applicazione che lei utilizza saltuariamente e che rivela la posizione geografica dell'utente, o semplicemente leggendo i post. La donna dovrà distruggere il suo account, o sarà sempre raggiungibile in qualche modo. La sua vita privata, pubblicata su Facebook, è un pericolo che rischia di diventare mortale.

Morte. Una ragazzina viene ripresa da «amici di amici» mentre pratica sesso orale a un amichetto nei bagni della scuola. Il video è online in un attimo. Tutti sanno della sua performance privata, ormai pubblica e commentata nei particolari. Cerca di difendersi, cambia scuola, ma anche i nuovi compagni sono su Facebook, e sanno bene che tipo di ragazza sia. Viene ridicolizzata, insultata, emarginata. In fondo te la sei cercata, questo è il retropensiero, che, spesso espresso pubblicamente, la convince che la sua vita non ha più alcun senso. Sarà bollata per sempre. Si taglia le vene in un bagno caldo, lasciando scritto sul suo muro di Facebook: «io non sono così»31.

28) L'intero sito http://www.zephoria.org/ merita una visita accurata; per un'introduzione dal punto di vista accademico, si veda Danah M. Boyd, Nicole B. Allison, «Social Network Sites: Definition, History, and Scholarship», in Journal of Computer-Mediated Communication, Volume 13, Issue 1, pages 210–230, October 2008. 

29) David Kirkpatrick, The Facebook Effect: The Inside Story of the Company That Is Connecting the World, Simon & Schuster, New York, 2010, p. 199. 

30) Per una prospettiva radicale sull'identità come luogo della differenza si veda Rosi Braidotti, In metamorfosi. Verso una teoria materialistica del divenire, Feltrinelli, 2003. 

31) Riportiamo un caso italiano, a puro titolo esemplificativo: http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/cronaca/suicida/suicida/suicida.html