Oltre la rete di nodi vuoti: individui autonomi e reti organizzate

Il costo dell'adesione ai gruppi virtuali è prossimo allo zero. Per questo la partecipazione online è parte integrante dello spettacolo globale. Ancora una volta, la questione sottesa è l'articolazione dell'identità individuale in un'identità collettiva. Come i link a costo zero, le identità che non costano nulla non valgono nulla, e si sgretolano al primo colpo di vento. S'intende, costo in termini di competenze necessarie, di tempo investito e di passione spesa per creare qualcosa di collettivo, ben prima che di denaro. Nelle società più huxleiane, nelle quali il consumo è la missione di ogni buon cittadino, non solo gli oggetti sono status symbol, ma anche i gruppi sociali a cui si appartiene. Nel caso dell'attivismo facilitato dai social network, è chiaro che serve più per far colpo sugli amici che per realizzare profonde convinzioni politiche, in risposta a bisogni personali. Narcisismo, autopromozione e richieste di attenzione che si manifestano nella creazione dei profili personali sono anche i moventi principali dell'adesione a gruppi di interesse.

Non è una dinamica nuova, né esclusiva delle reti online. Impressionare i propri pari promuovendo cause ambiziose, da fermare un genocidio lontano a salvare le foche monache, è una delle vie per avvicinarsi all'impegno sociale. L'attivismo offline è spesso viziato dal medesimo fenomeno di feticismo dei gruppi, per il quale un individuo tende a partecipare a più gruppi possibile, a frequentare più corsi di formazione, a impegnarsi per ogni causa di cui viene a conoscenza, salvo poi soffrire di sovraccarico relazionale e sentirsi impotente nonostante tutte le energie spese, svuotato. Il vero motore personale, però, è spesso una mancanza identitaria a livello individuale, e un desiderio di sentirsi parte di qualcosa di più ampio, cioè di un'identità collettiva che riempia di senso l'individuo esausto. È su questo individuo tanto osannato come libero attore del mercato dagli anarco-capitalisti che dobbiamo concentrare le nostre attenzioni. L'individuo non è un dato razionale, concretizzato in un'identità fissa, ma un processo in continuo divenire, grazie alle relazioni che intrattiene con l'ambiente circostante.

Nell'era del profitto estremo la collaborazione, la cooperazione libera fra persone che si stimano reciprocamente può sembrare un'idea fuori dal tempo. Per non parlare della convivialità: chi ha tempo e voglia di mettersi comodo per chiacchierare, progettare, creare o anche semplicemente passare del tempo insieme a persone affini? La creazione di un convivio non ha nulla a che fare con l'adesione a un gruppo raccogliticcio attorno a una causa comune ma talmente lontana da non toccarci affatto. La convivialità implica l'esistenza di un «noi» stabile, o quantomeno in grado di narrare la propria storia, di rappresentarsi e prendersi cura di sé, costruendo spazi collettivi e vivendo momenti comuni. Ma quando è qualcosa di più di un generico «mi piace», e qualcosa di diverso da un richiamo identitario su base reazionaria, il pronome «noi» è diventato quasi un insulto: richiama la comunità arcaica, il provincialismo delle piccole beghe di paese. Meglio occuparsi del gossip, e curare una massa di relazioni poco impegnative, piuttosto che sprecare tempo con poche relazioni interpersonali.

È un Io particolarmente povero a occupare il proscenio nel teatro della società della prestazione. L'io di successo, recita la vulgata, non ha bisogno di legami forti con una comunità di riferimento: le sue personali ambizioni, sorrette da competenze adeguate, ovvero dalla capacità di vendersi bene, sono tutto ciò di cui ha bisogno. Queste risorse personali si sono accumulate nei continui cambiamenti traumatici a cui si è adattato nel proprio lavoro: ristrutturazioni aziendali, periodi di iperlavoro intervallati da periodi di forzata inattività, formazione permanente. Il tempo extralavorativo risente forse in misura ancora maggiore dell'instabilità strutturale: traslochi continui seguendo «l'occasione giusta» e legami di amicizia mantenuti via Facebook (o al massimo via email) sono le esperienze che hanno forgiato l'io flessibile. Non c'è da meravigliarsi che dopo trent'anni di «legami deboli» l'ansia, l'euforia e la depressione si alternino in un girotondo infernale. La società della prestazione non consente vacanze.

La Rete, come realtà che consente questo genere di flessibilità, è anche la metafora preferita dai guru della partecipazione a portata di tutti, della mobilità come panacea sociale, gente che pontifica sulle possibilità offerte dai mondi digitali. Spesso sono manager rampanti che adorano riempirsi la bocca di parole come «fare rete», «decentralizzare», «rendere orizzontale», «interconnettere», «mettere in outsourcing», «sfruttare il crowdsourcing». Come se la reticolarità servisse a moltiplicare i profitti abbattendo i costi.

Ma c'è una grande differenza fra «organizzazioni reticolari» e «reti organizzate». Un'organizzazione gerarchica può trarre vantaggio dalla reticolarità, perché sottraendo potere formale ai vertici e distribuendo le responsabilità può far leva sulla passione delle persone, sul senso di appartenenza a un gruppo (il gruppo di lavoro, il gruppo progettuale) e di relativa autonomia. Il capitalismo morbido rimane pur sempre gerarchico e autoritario, ma per funzionare in rete usa le pacche sulle spalle e le gratificazioni, ricreando quel senso del «noi» tanto reietto nel breve spazio di un'esperienza lavorativa.

Le piattaforme che offrono servizi per «fare rete» gratuitamente sono l'ultimo ritrovato del capitalismo per aumentare la produttività. Ogni istante trascorso su reti private è tempo lavorativo. Gli utenti vengono ricompensati per il loro lavorio ininterrotto con la sbandierata gratuità. Se Linkedin e reti analoghe servono esplicitamente per scopi lavorati, anche Facebook in realtà viene usato spesso per lavorare. È un ufficio in cui siamo ospiti, pieno di giochi che servono a farci passare più tempo possibile al lavoro. Non a caso si sviluppano applicazioni dedicate al marketing sui social media, che cercando di integrare le reti di affinità con quelle produttive fino a farle coincidere. Ma è fondamentale poter godere di tempi di non lavoro, non ossessionati dall'imperativo della produttività.

In realtà, la maggior parte del «fare rete» è costituito da tempi morti, incomprensioni, tempo fàtico147 e di fatica per mettere insieme, conciliare o rendere sopportabili le divergenze che si manifestano sotto forma di conflitti. In breve, la rete non è produttiva se non viene organizzata gerarchicamente. Le reti decentrate e autonome non sono fatte per il lavoro, né per la crescita illimitata. Un'organizzazione reticolare potrà forse produrre meglio, ma una rete autonoma non produce meglio e di più perché alloca le risorse in maniera non economicistica. Tanto più quando l'interfaccia relazionale è perlopiù o esclusivamente virtuale. È difficile e spesso snervante collaborare online senza incontrarsi in «real life». Il lavoro online può essere estremamente inefficiente e lento. Richiede grande pazienza e disponibilità all'ascolto, più che offline.

Inoltre le reti autonome, a differenza delle organizzazioni reticolari, che possono contare su una salda e pregressa introduzione nel mondo tecnoburocratico, trovano enormi difficoltà nel riconoscimento da parte delle istituzioni. È il caso di interi settori come la letteratura, le arti, la ricerca accademica. La scienza partecipativa è un ambito di grande interesse per lo sviluppo di dinamiche collaborative. Non si tratta di mettere a disposizione una parte del proprio computer e della propria banda passante per contribuire alla ricerca astronomica o genetica, quanto di interessarsi al mondo che ci circonda. Le persone curiose e appassionate di un argomento possono collaborare con esperti scienziati per elaborare una comunicazione scientifica di alto livello ma comprensibile. Chiusi nel loro sapere specialistico, gli esperti, difficilmente riescono ad esprimersi in maniera semplice ma non banale: sarebbe come svendere la loro competenza, mettendo chiunque a parte del loro sapere. I curiosi non-esperti, invece, non avendo una posizione da difendere, possono tradurre il discorso di esperti amici, rendendo comprensibile un argomento difficile. Naturalmente la traduzione da un gergo specialistico in un linguaggio accessibile a un pubblico più ampio comporta un certo grado di approssimazione e anche di tradimento rispetto al discorso iniziale, ma questo è anche l’unico modo per gettare le basi di un’educazione scientifica amatoriale148. In questo senso i processi di costruzione di un sapere condiviso devono essere resi trasparenti. Una reale partecipazione esige la messa in atto di processi di autoformazione diffusa, nella quale le persone si implicano direttamente.

Nella politica è ancora più evidente: i recenti esempi di indignados, Anonymous e Occupy mostrano ancora una volta che le istituzioni detestano avere a che fare con strutture amorfe, senza capi, senza vertici, perché dal loro punto di vista quando tutti sono responsabili nessuno è responsabile149. In questi casi è più facile presentarsi sotto mentite spoglie all'istituzione, costituendo un'identità pubblica spendibile di facciata (un'associazione, ecc.). Ma spesso il costo burocratico di un'identità pubblica è insopportabile per una rete autonoma: chi vorrebbe accollarsi la noia e il costo della burocrazia necessaria per avere una riconoscibilità pubblica? Un'alternativa è allora far emergere il singolo, l'individuo che deve spacciare per propria la creazione del gruppo. È lo stile di Wikileaks. Dichiarare di essere il responsabile, l'autore, insomma il capo per soddisfare la sete di «storie di successo» dei media. Questo però richiede un'estrema fiducia reciproca, e in ogni caso è un'arma a doppio taglio, specie per le reti organizzate di orientamento più radicale, perché il singolo rischia di attirarsi gli strali della Legge, o di soccombere allo star system.

Infine, le reti autonome, per mantenere un'organizzazione realmente orizzontale senza però appiattirsi, non possono crescere oltre un certo limite. Per continuare a valorizzare le differenze ogni partecipante deve avere realmente voce in capitolo e quindi il numero dei nodi-individui implicati deve rimanere molto basso. Questo significa che difficilmente raggiungono quella massa critica necessaria per parlare di «movimento», e senz'altro non mirano a creare eventi di portata storica. Non mirano all'egemonia. Non utilizzano tecniche pubblicitarie, perché anche il subvertising più sovversivo viene ricondotto rapidamente nell'alveo della società dello spettacolo ovvero della prestazione senza fine. Si occupano più di sé, delle proprie relazioni, dei propri progetti.

Il tempo della rete autonoma è un tempo del non-lavoro, un tempo di non-produttività150. È tempo liberato e libero, e la libertà non è produttiva. In alcune circostanze può essere creativa. Ma la premessa indispensabile è che ogni individuo-nodo della rete sia il più possibile autonomo, competente e quindi interessante per gli altri, oltre che interessato alla condivisione. L'esatto contrario del cittadino acquiescente del Mondo Nuovo di Huxley. Una rete organizzata in maniera autonoma non potrebbe essere infiltrata da socialbots come accade a Facebook, almeno finché ciascuno continuerà a essere non riducibile al proprio profilo digitale.

Le reti sociali come Facebook sono invece la massima espressione del capitalismo reticolare, che riesce a rendere produttivo anche il tempo su Farmville. Non è ozio creativo il tempo trascorso a giocare nello spazio messo a disposizione da Facebook, ma al contrario, tempo passato a incrementare con la nostra attività i profitti legati alla profilazione. Si tratta di partecipare in massa alla costruzione di un mondo privato, nel quale siamo ospiti che accedono gratuitamente ai loro strumenti di lavoro.

La messa a profitto della libido è un processo cominciato molto tempo fa. Gli alfieri dell'economia del dono in rete dimenticano sempre di dire che il vero dono è quello che gli utenti compiono tutti i giorni regalando il loro tempo ad aziende private che lucrano sui loro dati. Un dono forse inconsapevole di milioni di individui, ma che ha un valore economico straordinario, almeno a livello di massa.

147) La funzione fàtica, nell'analisi della comunicazione di Roman Jakobson, serve a stabilire il contatto e a verificare che il canale comunicativo sia funzionante. Dire «Pronto?» al telefono appartiene alla funzione fàtica. Tutti i preliminari tipici di una situazione comunicativa complessa di gruppo, come un'assemblea (preparare lo spazio, riepilogare l'ordine del giorno, ecc.) sono assimilabili alla funzione fàtica. Quando i gruppi utilizzano strumenti tecnologici digitali, la verifica del funzionamento del sistema occupa spesso molto più tempo rispetto a sistemi offline. 

148) Si veda Beatriz da Costa, Amateur Science. A threat after all?, 2005, free downloadhttp://www.beatrizdacosta.net/files/Amateur%20Science,%20Threat.pdf; Brian Martin, «Grassroots Science», in Sal Restivo (ed.), Science, Technology, & Society: An Encyclopedia, Oxford, Oxford University Press, 2005, pp. 175-181, http://www.uow.edu.au/arts/sts/bmartin/pubs/05Restivo.html

149) In effetti, l'impossibilità di ricostruire le responsabilità è la vera ragione del dilagare del modello organizzativo reticolare che adotta interfacce virtuali. I call center per la «customer satisfaction» sono l'esempio più lampante, quasi ricorsivo: non mi funziona più la connessione alla rete, mi rivolgo all'assistenza del call center, dove in effetti nessuno è responsabile del malfunzionamento, è sempre colpa di qualcun altro, di un'altra società che ha posato male i cavi, ecc. Le organizzazioni reticolari si presentano così agli utenti come se non avessero un capo, e dunque come strutture realmente amorfe in cui nessuno è responsabile di nulla (soprattutto in caso di fallimento), mentre alle istituzioni che finanziano si presentano come solide realtà affidabili e ben strutturate.  

150) Geert Lovink, The principle of Notworking, Hogenschool van Amsterdam, 2005