L'affaire Wikileaks: una sfida sensata?

Come per TPB, il caso di Wikileaks non è affatto concluso. Dal momento che si tratta di uno spettacolo, i colpi di scena sono sempre possibili. Tuttavia balza agli occhi la mancanza di analisi critiche e di prese di posizioni non banali, al di là di «mi piace / non mi piace». Le forze genericamente di sinistra, in Europa soprattutto, tendono a vedere in Wikileaks un campione degli oppressi che fronteggia senza paura i governi corrotti. La logica, ancora una volta guerrafondaia, e abbastanza scoperta, è che il nemico dei miei nemici è mio amico. Chi è al governo, chi ha una posizione patriottica o conservatrice, vede Wikileaks come il fumo negli occhi, un progetto che mette in pericolo la diplomazia internazionale, che mette a rischio la vita dei soldati delle «forze del bene» impegnati in operazioni di pace e guerra al terrorismo contro le «forze del male», che getta discredito sulle istituzioni del potere costituito. A nostro parere, Wikileaks è un'altra ambigua tessera della galassia right libertarians.

Riepiloghiamo brevemente i fatti. Wikileaks nasce nel 2006 come sito che pubblica materiale riservato, segreto, confidenziale. Usa la stessa interfaccia di Wikipedia (fino al 2010) e si presenta come luogo in cui è possibile consegnare anonimamente documenti pericolosi; sarà il sito a rilasciare pubblicamente i materiali dopo averli vagliati. Inizialmente non è affatto sicuro e nemmeno anonimo spifferare qualcosa a Wikileaks; solo in un secondo momento l'organizzazione si doterà di sistemi relativamente sicuri. Assurge agli onori della cronaca internazionale a partire dall'arrivo, nel 2007, di Julian Assange, autoproclamatosi caporedattore (editor in chief). Assange è un hacker australiano nato nel 1971. Un hacker, con competenze tecniche di alto livello109, una condanna nel 1992 per reati federali in Australia (commutata in pena pecuniaria), contributi originali a diversi progetti di codice. La figura di Assange occupa le prime pagine dei giornali di tutto il mondo per mesi, prima e dopo il cablegate del novembre 2010, quando Wikileaks diffonde i cablogrammi, documenti diplomatici segreti (ma non classificati come top secret) riguardanti soprattutto le malefatte del governo americano.

Il problema non sono chiaramente i contenuti pubblicati su Wikileaks, perché è meglio che le notizie circolino piuttosto che siano censurate. Ma i metodi e le finalità di Wikileaks sono pericolosamente prossime a Facebook. Si tratta in concreto dell'applicazione su scala governativa del progetto di trasparenza radicale: svelare le malefatte dei governi cattivi, spiare il lato sporco dei potenti come su Facebook spiamo il lato sporco dei nostri «amici». Milioni di documenti «segreti» in pasto al pubblico. Un voyeurismo di massa che genera insensibilità di massa. La rivelazione è sconcertante: le guerre non si fanno per esportare la democrazia, ma per il petrolio, l'uranio, il controllo delle risorse e l'ansia di dominazione. Più sconcertante è forse rendersi conto che l'opinione pubblica sia abituata a credere a menzogne come «guerra per la libertà contro l'asse del male» senza battere ciglio.

I cavalieri senza macchia e senza paura di cui Assange è il volto pubblico sono hacker che si presentano come sacerdoti-custodi di una tecnologia liberatrice, pronti a sfidare il sistema a costo della propria libertà. Ci sono delle contraddizioni, naturalmente, ma è tutto per il nostro bene. La più evidente, è che la battaglia per la trasparenza necessita di un'organizzazione semi-segreta, opaca, con una gerarchia occulta, finanziamenti occulti e un unico leader pubblico, un capo carismatico capace di bucare la telecamera e battersi a duello con gli altri capi del mondo, i presidenti, in una logica di guerra mediatica. Nessuna mediazione, nessuna fatica, nessun impegno: la verità tutta insieme, una sola, quella dei documenti che la tecnologia di Wikileaks vi offre, vi renderà liberi. Abbiamo visto studiando i BigData che tonnellate di dati servono piuttosto a schiacciare le persone con un senso di impotenza senza vie d'uscita, oltre al fatto che l'assuefazione alla corruzione, alla violenza e alle notizie shock è già da tempo sotto gli occhi di qualsiasi osservatore dotato di buon senso.

Inoltre le modalità d'azione di Wikileaks appaiono poco applicabili ad altri contesti di censura informativa. Attaccare gli Stati Uniti, grazie alle libertà garantite da socialdemocrazie europee come la Svezia, con il sostegno di estremisti anti-Stato libertariani e avvalendosi dell'autorevolezza di grandi quotidiani europei è certamente più semplice che attaccare dittature come la Cina, il Myanmar, la Corea de Nord, Cuba, l'Iran, la Siria, la Bielorussia trovandosi ad agire sul territorio, con gruppi autonomi dal potere politico e mediatico110. Nei moderni regimi autoritari sarebbe semplicemente impossibile l'affermarsi di una struttura come Wikileaks, per il semplice fatto che quei governi esercitano un controllo sempre più stretto e capillare sulle infrastrutture di rete e sugli accessi a quella rete. Se anche dovesse prodursi qualcosa di analogo, quei governi avrebbero molti sistemi per manipolare l'opinione pubblica senza doversi necessariamente sporcare le mani in prima persona per liberarsi dai dissidenti, come spiega dettagliatamente Evgeny Morozov.

In Russia, uno dei paesi al mondo più tolleranti nei confronti della pirateria informatica (in chiave anti-occidentale e anti-americana in particolare), i giovani consulenti del regime gestiscono e orientano con grande abilità il sentiment della popolazione, utilizzando le stesse tecniche manipolatorie degli spin doctor statunitensi: creazione di blog, testate giornalistiche, interi sistemi di social networking dedicati alla controinformazione a favore del regime, alla calunnia e al discredito nei confronti dei dissidenti, all'intimidazione verbale che precede l'aggressione fisica. In Cina è attivo il partito dei 50 cents, che prende il nome dalla cifra presumibilmente pagata per ogni post a favore del governo. Schiere di blogger filogovernativi prezzolati si occupano anche di modificare gli articoli di Wikipedia e in generale di aumentare il traffico e il rumore di fondo pro-regime, che va a soffocare le sparute voci di opposizione. Gli sceicchi sauditi pagano regolarmente esperti informatici per monitorare la rete alla ricerca di informazioni nocive per il regime, che devono essere oscurate, dileggiate, mascherate, screditate. Nella comunità internazionale nel complesso gli Stati si comportano come gli individui con i loro profili online: smaniano per cercare i punti critici e vergognosi nei comportamenti altrui e si affannano per nascondere i propri, glorificando invece il proprio operato in maniera acritica. È assurdo e populista pensare che una maggiore trasparenza imposta con la delazione possa davvero promuovere il confronto democratico. Regimi autoritari e regimi democratici si avvantaggiano dalla trasparenza dei loro cittadini e gareggiano nel denunciare i comportamenti opachi altrui.

Torniamo alla cronaca di Wikileaks. La scelta del 25 luglio 2010 di affidare a cinque grandi organi di stampa (New York Times, The Guardian, Der Spiegel, Le Monde, El Pais) documenti sulla guerra in Afghanistan (uccisione di civili, unità speciali per uccidere i talebani, il doppio gioco del Pakistan, ecc.) fa parte di una strategia confusa e contraddittoria. È chiara invece un'adesione completa ed entusiastica all'enfasi scandalistica della società dello spettacolo. Le notizie si susseguono per mesi, finché in ottobre il portavoce tedesco di Wikileaks, Daniel Domscheit-Berg, lascia l'organizzazione (o viene espulso) per dissidi con Assange. Su quest'ultimo pende un mandato d'arresto per una duplice accusa di stupro in Svezia, che il 20 novembre diventa europeo secondo la normativa di Schengen.

A proposito di questa accusa, che certo non getta una buona luce sulla figura già controversa dell'australiano, bisogna però sottolineare che siamo sempre nell'ambito della spettacolarizzazione mediatica, e un minimo di approfondimento rende il quadro più complesso. Secondo la legge svedese, rapporti sessuali consensuali senza protezione si possono configurare come stupro, se una delle parti richiede senza risultato esami per accertare l'assenza di malattie sessualmente trasmissibili. Dal momento che Assange ha finora rifiutato di effettuare analisi mediche in merito, l'accusa per ora regge; ma c'è una bella differenza tra usare violenza sessuale e rifiutarsi di fare un prelievo sanguigno111. Il 7 dicembre Assange si consegna alla polizia a Londra; il giorno stesso, Bank of America, VISA, MasterCard, PayPal e Western Union bloccano le donazioni a Wikileaks e ne congelano i conti, dietro pressione del governo USA; Assange rimane in carcere fino al 16 dicembre. Quasi un anno più tardi, il 2 novembre 2011, la Gran Bretagna accoglie la richiesta di estradizione della Svezia, che continua a voler processare Assange per stupro. Nel frattempo negli Stati Uniti diversi i politici conservatori definiscono Assange un nemico combattente, Sarah Palin lo vorrebbe morto, e in molti chiedono che sia messa una taglia sulla sua testa, vivo o morto; i più progressisti lo considerano un pericoloso terrorista.

Forse le accuse di stupro sono montate ad arte, ma quel che è certo è che Assange viene descritto come una personalità autoritaria, paranoica, sbrigativa. Uno che non sopporta la seccatura dei rapporti umani, impegnato com'è nella sua personale crociata. Un altro fanatico, e dei più ossessivi, della supremazia nerd. Per chi volesse saperne di più, l'attesissima autobiografia è uscita, non autorizzata, nel novembre 2011. Assange, dopo aver speso i soldi dell'anticipo per le questioni legali, avrebbe voluto rescindere il contratto ma l'editore si è rifiutato.

Ma quello che è rilevante dell'affaire Wikileaks si trova già espresso in una intervista del novembre 2011 rilasciata a Forbes. Julian Assange non si ritiene né un nemico degli Stati Uniti, né tanto meno del capitalismo globale, anzi. Le sue parole in merito sono estremamente chiare: le rivelazioni di Wikileaks servono a migliorare l'informazione dei mercati, perché un mercato perfetto richiede un'informazione perfetta. In questo modo le persone sono libere di giudicare su quale prodotto orientarsi. E prosegue nella sua dichiarazione di fede libertariana:

It’s not correct to put me in any one philosophical or economic camp, because I’ve learned from many. But one is American libertarianism, market libertarianism. So as far as markets are concerned I’m a libertarian, but I have enough expertise in politics and history to understand that a free market ends up as monopoly unless you force them to be free. WikiLeaks is designed to make capitalism more free and ethical.112

La guerra di Wikileaks ha provocato molti danni collaterali e conta almeno una vittima certa: il giovanissimo militare e informatico statunitense Bradley Manning, accusato di aver scaricato decine di migliaia di documenti riservati mentre svolgeva il suo incarico di analista informatico in Iraq e di averli rilasciati a Wikileaks. A partire dal novembre 2010, Bradley ha subito dieci mesi di detenzione particolarmente disumana nel carcere militare di Quantico (Virginia) prima di essere trasferito a Fort Leavenworth. Attivisti, giuristi, personalità del mondo artistico, politico e culturale hanno protestato113 in tutto il mondo per le torture patite dallo «spione» Bradley, le cui responsabilità sono fra l'altro ancora tutte da accertare. Definito da alcuni eroe e candidato al Nobel per la Pace del 2011, la sua triste storia mostra una volta di più che la logica dello scontro frontale non è accettabile nemmeno nei mondi digitali. Denunciare l'opacità del potere a favore della trasparenza in una logica guerrafondaia e spettacolare sono l'esatto contrario di una concreta lotta per la libertà intesa come espansione delle sfere di autonomia personale e collettiva.

Le dispute in seno all'organizzazione, oltre all'incarcerazione di Julian Assange, hanno portato alla scissione di Openleaks114, un progetto ancora in corso di sviluppo che intende superare le incoerenze organizzative di Wikileaks. Per «rendere la delazione più estesa e sicura», Openleaks intende dotarsi di strumenti condivisi e gestiti in maniera cooperativa da un gruppo noto per la raccolta di dati; non ospitare direttamente le «fuoriuscite di notizie» ma offrire strumenti tecnologici sicuri per permettere ai detentori delle informazioni di agire in maniera autonoma; evitare un approccio esplicitamente politico di opposizione ai governi e quindi, in sostanza, differenziarsi nettamente dal discorso right libertarian.

In realtà esistono siti dediti alla divulgazione di materiali riservati da molto prima di Wikileaks, come il già citato Criptome. Ma senza dubbio il modello di Wikileaks ha fatto scuola. Sono nati decine di leaks locali, ad esempio in Francia, Indonesia, Bulgaria, Venezuela. Ma al di là dei cloni, sono emersi anche approcci differenti alla materia, come Wikispooks o Israelileaks. Alcuni media mainstream stanno cercando di implementare canali di comunicazione sicuri e anonimi per accogliere fughe di notizie succulente, ad esempio Al Jazeera, il Wall Street Journal e il New York Times115. Esistono aziende specializzate in servizi di spionaggio, software dedicati, e aziende che implementano pratiche di informativa anonima interna. L'unico progetto dedicato allo studio dei vari aspetti tecnici e filosofici della questione e della messa a punto di una struttura complessiva per attività simili, portabile, sicura, anonima, free software, gestita da hacker, è Globaleaks.org.

Rimane il fatto che stiamo parlando pur sempre di delazione, di denunciare, di rendere trasparente, sottintendendo che la verità è una sola perché i dati parlano da sé. In un mondo in cui tutti usassero Facebook seguendo alla lettera i principi di trasparenza radicale sostenuti da Zuckerberg, tutto ciò sarebbe inutile. Saremmo davvero più liberi? Le critiche avanzate a proposito di Facebook e dell'ideologia libertariana suggeriscono esattamente il contrario. Jaron Lanier, hacker di lungo corso tra gli inventori della realtà virtuale, ha denunciato esplicitamente i rischi di questa deriva della supremazia nerd116; Lawrence Lessig117, giurista liberale ideatore delle licenze Creative Commons, ha giudicato negativamente l'esposizione totale propugnata da Wikileaks, un fraintendimento estremistico del concetto di libertà di parola tanto caro agli americani. Certo, si tratta di interventi che mirano a giustificare lo status quo. Ma in quali altri modi gli hacker si possono battere per la libertà, con interventi radicali e non inficiati dalla deriva libertariana?

109) Il suo contributo più interessante è probabilmente la messa a punto, insieme ad altri hacker, di un sistema di deniable encryption, ora datato, noto come Rubberhose. In sostanza rende possibile negare l'esistenza di una parte di un disco fisso dove si nascondono dati crittografati. Poiché aprire un lucchetto crittografico da un punto di vista teorico è solo una questione di potenza di calcolo, nascondere l'esistenza stessa del lucchetto è un abile stratagemma che aumenta a dismisura la sicurezza dei dati. È una tecnica di steganografia, che nasconde ciò che si vuole mantenere segreto. È curioso che fosse pensato per aiutare attivisti nel settore dei diritti umani nelle dittature. 
110) Si veda Geert Lovink, Patrice Riemens, «Twelve Theses on Wikileaks», Eurozine Magazine, 2010 http://www.eurozine.com/articles/2010-12-07-lovinkriemens-en.html  
111) La vicenda è particolarmente intricata, per il fatto che le due donne che accusano Assange si conoscono, e hanno sporto denuncia insieme. La relazione completa dalle fonti della polizia svedese è stata pubblicata dal Guardian, «10 days in Sweden: the full allegations against Julian Assange», 17 dicembre 2010, http://www.guardian.co.uk/media/2010/dec/17/julian-assange-sweden  
113) Bruce Ackerman e Yochai Benkler, «Private Manning's Humiliation», The New York Review of Books, 28 aprile 2011, http://www.nybooks.com/articles/archives/2011/apr/28/private-mannings-humiliation/  
114) Il fondatore è l'ex portavoce tedesco di Wikileaks, Daniel Domscheit-Berg http://openleaks.org . A sua firma anche una ricostruzione approfondita della storia di Wikileaks, Inside Wikileaks – La mia esperienza a fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo, Marsilio, 2011. 
115) Catalogo di risorse dedicate alle fughe di notizie: http://leakdirectory.org  
116) Jaron Lanier, «The hazard of nerd supremacy», The Atlantic, dicembre 2010, http://www.theatlantic.com/technology/archive/2010/12/the-hazards-of-nerd-supremacy-the-case-of-wikileaks/68217/ Il primo ad analizzare il fenomeno è stato Patrice Riemens, «Some thoughts on the idea of hacker culture», Multitudes, Paris, 2003 http://multitudes.samizdat.net/Some-thoughts-on-the-idea-of