La partecipazione di massa

L'esempio di collaborazione di massa online più noto è Wikipedia, l'enciclopedia universale che oggi conta molti milioni di voci in molte decine di lingue, create da migliaia di collaboratori in maniera gratuita. È un grande esperimento che presenta molti aspetti innovativi rispetto ai modelli partecipativi tradizionali. Non vive di pubblicità ma di donazioni, caso unico per uno dei siti più visitati e utilizzati al mondo. Ha soprattutto il merito di porre l'accento sulle motivazioni non economiche che spingono le persone a collaborare a un progetto, al di là della stantia retorica dell'economia del dono. Si tratta piuttosto di un'economia del riconoscimento e dell'attenzione, perché i collaboratori di Wikipedia sono mossi principalmente dal desiderio di riconoscimento da parte dei pari, dal bisogno di dare un senso alle proprie competenze e di vederle riconosciute in maniera ampia151.

Non mancano le criticità. Il gruppo dei collaboratori di Wikipedia inizia a comportarsi in maniera censoria, desidera differenziarsi dalla massa degli utenti (invece di costruire creativamente la propria identità). Al suo interno cominciano a manifestarsi logiche egemoniche e di dominio, si accendono conflitti fra wikipediani, e la favola della partecipazione di massa si rovescia nella costruzione di sofisticate tecnoburocrazie che regolano l’accesso. Ma soprattutto, bisogna sfatare il mito di Wikipedia come risultato di collaborazione fra esseri umani uniti da un medesimo ideale: molto più rilevante, anche in termini numerici, è la collaborazione fra esseri umani e bots. I bots sono piccoli programmi informatici capaci di assolvere compiti automatizzati senza l'intervento umano; ad esempio, Rambot ha creato circa trentamila articoli di città estraendo i dati dal CIA World Factbook e dai dati anagrafici USA. Al momento i bots hanno creato oltre il 20% del totale degli articoli di Wikipedia, dando vita a un complesso esperimento sociotecnico, nel quale l'idea di Parlamento delle cose di Bruno Latour appare quanto mai attuale152. Che siamo entusiasti o detrattori di Wikipedia, è innegabile che l'interazione sociale in sistemi del genere è mediata da processi codificati e automatizzati, ragion per cui questioni delicate come l'affidabilità delle conoscenze vengono confidate in misura sempre maggiore a macchine. Come si stabiliscono gerarchie evolutive fra contributi affidabili e non affidabili, umani e meccanici? La validazione delle fonti, la redazione di protocolli per risolvere i conflitti, la presa in carico delle politiche di fruizione delle risorse comuni sono tutti punti all'ordine del giorno.

Nel complesso, nonostante enormi differenze, la logica intrinseca di Wikipedia non si discosta da quella della banda dei quattro dei mondi digitali, Amazon, Facebook, Google, Apple: è la logica dell’accumulo, dei grandi numeri, della forza delle masse. Pur non essendo broadcast come i media tradizionali, aspirano ugualmente all’egemonia. Si fanno la guerra perché desiderano conquistare un pubblico più vasto, un consenso più ampio153. Pur esaltando la «coda lunga» dei milioni di individui particolari insoddisfatti dalla comunicazione di massa, si comportano come aggregatori interessati alla quantità molto prima che alla qualità. Promuovono l'ossimoro dell'elitismo di massa.

Se un numero limitato di partecipanti è essenziale per realizzare un convivio, le masse sono condannate alla trivialità, schiacciate fra autopromozione e autosfruttamento? Secondo James Surowiecki, no. In La saggezza della folla Surowiecki si sforza di mostrare, in maniera ideologica, come un gruppo di persone scelte a caso possegga collettivamente competenze superiori a quelle di una o più persone estremamente intelligenti e preparate. Il concetto di saggezza della folla non implica che un gruppo darà sempre la risposta giusta, ma che in media darà una risposta migliore di quella che potrebbe dare un singolo individuo, ovvero che una folla eterogenea in media sia in grado di prendere decisioni migliori di un esperto. Abbiamo già evidenziato l’esigenza di mettere in discussione l’expertise, e anzi di ritorcere il potere degli esperti contro loro stessi. Quando la conoscenza tecnica è riservata o delegata ai soli esperti specializzati, questi perdono rapidamente la capacità di percepire la responsabilità globale nell’uso dei saperi-poteri. Ciascuno si relaziona esclusivamente con il proprio orticello, i propri committenti, i propri interessi di lobby. Parallelamente, i cittadini, le persone comuni, perdono l’accesso alla conoscenza stessa.

Ecco quindi le condizioni per la saggezza collettiva diffusa (corsivi miei):

diversità di opinione (ognuno ha qualche informazione che gli altri non hanno, anche se si tratta semplicemente di una interpretazione stravagante di fatti noti a tutti), indipendenza (le opinioni di una persona non sono condizionate da quelle degli altri), decentramento (specializzazione) e capacità di sfruttare capacità specifiche e aggregazione (esiste un meccanismo capace di trasformare un giudizio personale in una decisione collettiva)154

Surowiecki sottolinea l’importanza della diversità (un «valore in sé») e dell’indipendenza, perché le decisioni collettive migliori nascono dal disaccordo e dalla disputa, non dal consenso e dal compromesso. Portando numerosi e convincenti esempi (la costruzione del sistema operativo GNU/Linux, la collaborazione fra laboratori di ricerca di tutto il mondo nella scoperta della SARS), l’autore mostra che, per quanto possa sembrare paradossale per l’habitus mentale della maggioranza guidata da una minoranza rappresentativa, l’intelligenza di un gruppo è migliore se ognuno dei suoi componenti pensa e agisce nel modo più indipendente possibile. L'autonomia individuale è la chiave di un buon collettivo, sempre che si concordino regole di condivisione funzionali.

Ma se osserviamo l'attività concreta di un individuo che si mette in relazione a una rete in via di organizzazione, ci rendiamo immediatamente conto che non si tratta solo di prendere decisioni. Si tratta soprattutto di godersi un percorso comune, di sperimentare il piacere del ritrovarsi, del confronto con l’ignoto in una progettualità condivisa, dell’incontro con l’altro, e spesso anche semplicemente dello stare insieme, tra armonie e conflitti. La folla diventa interessante solo quando ci si avvicina e si scoprono le differenze che la compongono, le storie che s’intrecciano per dare luogo a una narrazione collettiva. Viste da lontano, le persone sono numeri in una statistica, puntini ininfluenti155. La partecipazione è interessante solo se i singoli individui sono presi in un processo personale di crescita. Come si procede dunque nel quadro dei mondi digitali? Non diversamente che offline. È interessante continuare a usare Surowiecki suo malgrado, proprio perché non condividiamo minimamente la sua spropositata fiducia nelle masse, né la sua preoccupazione per il business.

La diversità è più importante nei piccoli gruppi e nelle organizzazioni informali che non nei gruppi più ampi, come i mercati o gli elettorati, per un semplice motivo: le dimensioni stesse della maggior parte dei mercati, unite al fatto che chiunque abbia del denaro può entrarci (non c’è bisogno di essere accettati o assunti), garantiscono comunque un certo livello di diversità.156 [...]

La questione delle dimensioni è quindi strettamente legata alla questione dell’economia. Una lunga tradizione di pensiero rileva che il progetto dell’economia, letteralmente «regola-norma-legge della casa-ambiente (per estensione, dell’abitare)», è irriducibilmente in contrasto con l’ecologia, il «discorso sulla casa-ambiente-abitare». In parole povere, un discorso che parte dall’economico non può avere come obiettivo il benessere sociale, anche se lo dichiara, perché socialità ed economia sono discorsi opposti. Eppure non mancano tentativi, spesso fortunati, di cooptazione delle pratiche dell’ecologia sociale nel quadro economicista. Una presunta «nuova tecnologia» in grado di realizzare il benessere diffuso è generalmente un buon viatico per sfruttare le energie disponibili157.

È la convinzione della Wikinomics (economia del wiki) di Tapscott e Williams, o della Socialnomics (economia sociale) di Qualman158. Sono nuove teorie economiche e sociali collaborative, invece che basate sulla competizione. L’idea, propagandata come una scoperta epocale, è che la collaborazione sociale genera un valore aggiunto maggiore rispetto alla competizione. Osservazione del tutto banale in ambiti non aziendali, che risulta però effettivamente innovativa nel mondo degli affari. Anche la wikinomics si basa su quattro principi: l’apertura, il peering (organizzazione «autonoma» delle persone nel contesto aziendale), la condivisione (le imprese mettono a disposizione del loro «ecosistema» di clienti-fornitori-partner le loro conoscenze-competenze, per favorire dinamiche sinergiche di crescita) e l’azione globale (assenza di confini geografici: il business è ovunque).

Il concetto più interessante, che palesa la trasformazione dell’equilibrio dinamico ecologico in sfruttamento economico, è quello di apertura, derivato dall’addomesticamento neoliberale del concetto di libertà. Come la libertà del free software era scomoda per il libero mercato, ed è stata rapidamente trasformata in apertura nel redditizio affare dell’open source159, così l’impresa, tradizionalmente dedita alla competizione e chiusa, realizza la sua presunta libertà di mercato attraverso un’apertura all’esterno. Allo stesso modo la società aperta viene propagandata come un prodotto automatico dell'apertura libertariana della socialità online.

Le imprese hanno ormai confini «porosi» e sempre meno certi. Si aprono all’outsourcing, scompare la rigida separazione fra tempo libero e tempo occupato, non perché la tecnologia sottrae tempo alla produzione in favore della socialità, ma nel senso che ogni istante viene messo a profitto. Sappiamo bene che impiegati dotati di cellulari aziendali e connessioni costanti sono sempre raggiungibili, sempre in contatto fra di loro, sempre produttivi anche quando non vengono retribuiti. Sono insomma autori sempre attivi e scarsamente riconosciuti. Sono veri e propri servi dell’autosfruttamento globale della wikinomics, automi che scrivono senza soluzione di continuità l’immenso romanzo d’appendice della cultura digitale, magari sentendosi partecipi dell’Intelligenza Collettiva delle Reti. Fino all'assurdo imperativo, assolutamente huxleyano, di partecipare al benessere comune esercitando il proprio potere di consumatori. Ma se la crescita è necessaria, e se dobbiamo tutti contribuire a far girare l'economia, è possibile che a breve non indebitarsi sarà considerato immorale, e gli appelli alla decrescita saranno puniti alla stregua di programmi eversivi.

Se le masse sono tanto intelligenti e collaborative, si potrebbe immaginare che l'attivismo da tastiera sia un fenomeno residuale, e magari anche che la democrazia di massa sia dietro l'angolo. Ma le cose non stanno così, perché non sempre un gruppo funziona meglio di un singolo. La somma di singoli individui quasi intercambiabili fra loro, dotati di scarse competenze, poco disposti a mettersi in discussione, con poco tempo disponibile da dedicare alla costruzione di un mondo comune potrà anche generare molti click su banner pubblicitari, ma non dà vita a una partecipazione collettiva di grandi speranze.

Prima che la Silicon Valley impazzisse per la saggezza delle folle, gli psicologi sociali avevano già da tempo scoperto che in gruppo gli individui possono mostrare un'efficienza minore rispetto a quando lavorano da soli. La sinergia non è un riflesso condizionato. Nel 1882 l'ingegnere agricolo Maximilien Ringelmann condusse un esperimento nella campagna francese: quattro persone dovevano tirare una corda, prima tutti insieme, poi da soli. La corda era attaccata a un dinamometro, per misurare la forza di trazione esercitata. Ringelmann rimase sorpreso constatando che la somma delle forze di trazione individuali erano notevolmente maggiori rispetto a quella del gruppo. Molti altri studi hanno confermato l'effetto Ringelmann, cioè che di solito ci sforziamo molto meno in un compito quando ci sono altri che lo fanno insieme a noi. In particolare questo effetto anti-sinergico si verifica quando si tratta di compiti semplici, ripetitivi, nei quali ognuno è sostituibile, tutti sono formalmente importanti ma nessuno fa la differenza: applaudire a uno spettacolo, votare, condividere un link, dire «mi piace». Quando manca la valorizzazione delle differenze individuali, l'aumento del numero dei partecipanti spesso genera risultati sempre peggiori. La pressione sociale relativa alle caratteristiche peculiari di ciascuno diminuisce. Perché dovremmo metterci in gioco, con passione, quando chiunque può dire al nostro posto «mi piace»?

In una massa non abbiamo ragione di volerci distinguere perché l'identità di gruppo è determinata dall'omologazione, non dall'eccezionalità. Banalmente, un individuo atomizzato formato in permanenza a essere il più possibile intercambiabile con qualsiasi altro atomo deve sviluppare caratteristiche standard per essere appetibile al mercato globale, in un'infinita riproduzione dell'identico con minime variazioni, già previste dal sistema di profilazione. Un individuo autonomo sarà invece tanto più interessante quanto più unico, dotato di caratteristiche particolari, miscela irripetibile di differenti ingredienti ed esperienze. È logico pensare che un individuo del genere parteciperà a diversi gruppi, non per auto promozione, ma per il piacere di scambiare e di stare con altri individui affini. Appartenere a una comunità, a una rete organizzata come un noi, significa allora sentirsi rappresentati, non perché si ha diritto di veto o potere di voto, ma perché si influenza direttamente la rete, si influenzano gli altri e ci si fa influenzare. Si cambia e si inducono cambiamenti, stratificando una storia comune. È un equilibrio necessariamente dinamico e complesso, nel quale i limiti reciproci sono oggetto di rinegoziazione continua.

Non si possono immaginare individui già dati una volta per tutte, determinati da principi assoluti come gli attori del mercato libertariano, che intervengono in gruppi perfettamente e compiutamente codificati, aderendo totalmente a un manifesto o a una dichiarazione d'intenti. D'altra parte, anche le competenze più straordinarie di un singolo devono trovare il modo di armonizzarsi in una rete organizzata, perché uscire dalla dimensione di massa non significa diminuire il controllo. Al contrario: il controllo capillare esiste sicuramente anche nei piccoli gruppi, anzi forse proprio nelle piccole dimensioni raggiunge il suo apice d’intensità. L'errore di una sola persona può determinare il fallimento di tutti. Il malessere di uno può contagiare gli altri, i conflitti possono incancrenirsi fino a oscurare ogni aspetto positivo.

C'è però una grande differenza fra un controllo gestito da sistemi automatizzati a scopo di lucro, come nel caso della profilazione di massa, e il controllo reciproco dei membri di un piccolo gruppo. In un gruppo di affinità i legami che danno vita alla rete sono altrettante relazioni di fiducia. Si può avere fiducia nel giudizio altrui e usare il gruppo come specchio. Il controllo sociale può diventare così una forma di garanzia dell'autonomia individuale, soprattutto nei momenti di scoramento e stanchezza, quando l'individuo manca di lucidità, si comporta in maniera avventata, noiosa, distruttiva. Depositari di una storia condivisa, e quindi anche della nostra storia, sono gli altri a ricordarci che non siamo sempre stati in preda alla disperazione, alla sofferenza. In passato abbiamo contribuito in maniera significativa, e potremmo farlo anche in futuro. È l'attenzione, il riconoscimento per la creatività individuale il bene circolante in una rete organizzata. È il tempo dedicato in maniera esclusiva, o comunque prioritaria e privilegiata alla tessitura di quel legame a creare un valore inestimabile.

151) Felipe Ortega, Joaquin Rodriguez, El Potlach digital – Wikipedia y el triunfo del procomun y el conocimiento compartido, Catedra, Madrid, 2011. 

152) Esiste una vasta gamma di temi, particolarmente ostici dal punto di vista tecnico, ma centrali nel dibattito politico e sociale, che vengono delegati al parere degli esperti perché considerati troppo complessi per la gente comune. La fabbricazione di Organismi Geneticamente Modificati (OGM), la costruzione di Internet, l’utilizzo dell’energia nucleare, i farmaci abortivi sono esempi concreti. OGM, software, centrali nucleari, farmaci sono prodotti della tecnoscienza e attori a pieno titolo nel gioco di costruzione della realtà. Queste cose vengono create di sana pianta e creano problemi prima impensabili (il buco dell’ozono, la collaborazione umani-bots, la peste aviaria, un giorno il vaccino per l’AIDS...) e non hanno un posto adeguato nemmeno nel nostro immaginario perché abbiamo delegato ai tecnici la gestione di queste nuove cose. Oltre all’ormai classico di Bruno Latour, Il culto moderno dei fatticci, Meltemi, Roma, 2005 si veda l’eccellente panoramica di Laura Bovone, «Dai fatti ai «fatticci»: conoscenza scientifica e senso comune oggi», in Studi di sociologia, 2, 2008, pp. 137-157. 

153) L'entusiasmo che circonda le guerre per il predominio tecnologico continua ad essere sbalorditivo. È un probabile lascito del peggior spirito di competizione capitalistica l'idea per cui gli utenti beneficiano della concorrenza spietata, schierandosi per questo o quel leader carismatico; si veda l'analisi, peraltro accurata, di Farhad Manjoo, «The Great Tech War Of 2012 – Apple, Facebook, Google, and Amazon battle for the future of the innovation economy», Fast Company, 19 Ottobre 2011, http://www.fastcompany.com/magazine/160/tech-wars-2012-amazon-apple-google-facebook  

154) James Surowiecki, La saggezza della folla, Fusi Orari, Roma, 2007, p. 32. 

155) Si veda il discorso sul valore della vita umana nel lungometraggio Il terzo uomo (1949) di Carol Reed, nel memorabile dialogo fra Orson Welles e Joseph Cotten, in cima alla ruota panoramica del Prater di Vienna. Dall’alto della ruota, i puntini umani che si agitano in basso non hanno alcun valore, sono perfettamente intercambiabili, e se qualcuno smettesse di muoversi non sarebbe certo un problema. 

156) James Surowiecki, cit., p. 51 

157) Ottime panoramiche sull’ambiguità tecnologica nel quadro dell’ecologia sociale sono «Due immagini della tecnologia» e «La matrice sociale della tecnologia», rispettivamente capp. IX e X di Murray Bookchin, L’ecologia della libertà. Emergenza e dissoluzione della gerarchia. Elèuthera, Milano, 1995, pp. 328-356 e 357-393.  

158) Don Tapscott, Anthony D. Williams, Wikinomics. La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo, Etas Libri, Torino, 2007. Ancora più imbarazzante è il saggio per la rivoluzione sociale (del business) di Erik Qualman, Socialnomics: How Social Media Transforms the Way We Live and Do Business, Wiley, 2009. 

159) Ippolita, Open non è free. op. cit., cap. IV La strategia economica dell’open source, pp. 83-101