La favola della rivoluzione online e la realtà dell'attivismo da poltrona

L'eco mediatica del movimento di Occupy e il sostegno tecnico-logistico ricevuto da Anonymous ci riportano a considerare prospettive e pratiche di partecipazione, democrazia, organizzazione digitale. Il successo delle reti sociali online si deve alle possibilità di relazione che aprono, cioè un'audience potenzialmente globale. Tuttavia non è l'utente a scegliere come relazionarsi agli altri, ma il fornitore del servizio, che attraverso l'esercizio del default power determina a suo piacimento i dettagli di quel mondo condiviso. La partecipazione online è più facile rispetto all'impegno richiesto da un'organizzazione offline. Il grande vantaggio dell'attivismo da salotto è che consente un simulacro di partecipazione, fatto di «mi piace» e «condividi questo link», di sincera indignazione per le storture del mondo, il tutto al riparo degli schermi che permettono l'accesso a quell'esperienza di condivisione gestita da altri per il nostro bene.

L'entusiasmo dei media occidentali nei confronti della cosiddetta primavera araba, e ancora prima del movimento verde in Iran, è frutto della prospettiva tecnoentusiastica e internet-centrica che abbiamo già criticato nella prima parte. A un livello ancora più profondo, rivela una fede cieca nella bontà dell'informazione come dispensatrice di verità. Gli attivisti e in generale i cittadini delle democrazie occidentali sono talmente digiuni di realtà da credere che basti togliere la cappa della censura per veder sorgere la democrazia. La libertà diventa una conseguenza dell'uso della tecnologia adeguata e l'informazione libera l'ostia benedetta della buona novella democratica. In questa prospettiva, se i cinesi potessero comunicare fra loro liberamente, i gerarchi del partito verrebbero spazzati via come è accaduto al politburo sovietico nell'89. C'è da scommettere che ogni futura insurrezione verrà letta attraverso le lenti deformanti della tecnologia salvifica. Ma ricordiamoci sempre le parole di Gil Scott-Heron «You will not be able to stay home, brother, because the revolution will not be televised».

La patina tecnologica è un mantello uniformante che consente analisi fotocopia di contesti sociali completamente differenti e, soprattutto, permette di fornire una risposta preventiva quale soluzione di ogni problema sociale. Le oppressioni sociali sono frutto di malintesi comunicativi, di un'errata informazione. Questo discorso è gestito da quegli stessi tecnocrati che forniscono accesso o strutturano i mezzi di comunicazione, e che forniscono ai politici strategie di marketing adeguate127. Aumentare la circolazione delle informazioni, migliorare le connessioni di rete, rendere più rapide le transazioni informative: ecco la ricetta universale per una società più libera. Ancora una volta, la tecnologia svolge un ruolo rassicurante, confortando gli onesti cittadini occidentali della bontà della loro posizione e dei loro comportamenti. La vicinanza emotiva generata dall'essere spettatori delle repressioni in tempo quasi reale si traduce in un generico supporto per la causa della libertà dei popoli. Ma la maggior parte dei muri da abbattere non sono firewall di natura tecnologica, bensì ostacoli sociali, politici, culturali.

L'obiezione progressista più comune alle critiche radicali come quella qui svolta si può sintetizzare in questo modo: ogni strumento è utilizzabile in senso rivoluzionario. Tuttavia all’interno dell’acquario di Facebook siamo costantemente bombardati da stimoli informativi. In questa pioggia di messaggi il contenuto politico si mescola a tutti gli altri argomenti, non possiede e non possiederà mai uno spazio di autonomia. Il rapporto uno a molti, l’illusione del broadcast a portata di click deve fare i conti col rumore bianco del chiacchiericcio perpetuo. L’evento «rivoluzionario» sarà dimenticato, sepolto dall’eterno presente della presa diretta. Senza memoria, senza testimonianza. È vero che la tecnologia non è buona né cattiva in sé, e nemmeno neutra, e va analizzata nel suo funzionamento specifico.

Ad esempio, Facebook funziona benissimo, per realizzare il suo progetto politico ed economico di trasparenza radicale. Nel momento in cui gli obiettivi perseguiti dagli utenti coincidono o sono compatibili, ad esempio nel social media marketing, nelle tessitura di pubbliche relazioni, nell'organizzazione di eventi, questa tecnologia potrà funzionare anche molto bene. Ma ciò non significa che sia buona in sé. Il fatto che Facebook sia stato utilizzato, insieme a Twitter, nelle «rivoluzioni» in Nord Africa o nelle rivolte in Medio Oriente e Asia come strumento di comunicazione contro le dittature non lo rende uno strumento rivoluzionario. Le persone fanno le rivoluzioni, non sono le tecnologie a insorgere; le persone si ribellano usando ciò che hanno a disposizione, in questo caso anche le reti sociali digitali private. Ogni caso andrebbe valutato a sé, ogni paese presenta peculiarità uniche: lingue differenti, storie diverse, territori e popolazioni non comparabili. Inoltre basta scavare un poco dietro le notizie di clamorose rivolte tecnologiche per scoprire una realtà assai più prosaica.

Nel 2011, l'Occidente ha rapidamente concluso che il regime egiziano è caduto perché impotente contro l'insurrezione popolare montata grazie a Internet, deducendone che la ventata di rinnovamento iniziata in Tunisia si sarebbe propagata in tutto il Mediterraneo, almeno fino alla Siria. In realtà questo ha solo dimostrato che dittatori ottantenni privi di immaginazione come Mubarak non sono al sicuro, soprattutto se lasciano gruppi anti governativi liberi di galvanizzare l'opposizione su Facebook per mesi e mesi. Limitiamo lo sguardo alle sponde del Mediterraneo: in Algeria nulla si muove, mentre in Siria è in corso una guerra civile. Egitto e Tunisia si stanno democraticamente consegnando nelle mani di partiti islamici estremisti, che a differenza dei precedenti regimi sanno usare molto bene i social media. Anche la Libia s'incammina sulla via della sharia integralista, dopo una sanguinosa guerra sostenuta dall'Occidente per il controllo delle risorse petrolifere. È difficile essere ottimisti, eppure i commentatori continuano a essere quasi unanimi nel giudicare determinante il ruolo dei social media128.

L'interpretazione tecno-entusiasta della vicenda iraniana appare ancora più inquietante. La stragrande maggioranza dei tweet in lingua farsi durante le manifestazioni di piazza iraniane del giugno 2009 erano opera di iraniani dissidenti della diaspora, che usavano i loro profili Twitter da comode postazioni in Gran Bretagna o negli USA129, non dalle strade di Teheran. Nell'aprile 2010 il direttore dei nuovi media di Al Jazeera, Moeed Ahmad, riferiva:

Credo che Twitter sia stato usato troppo, anche da quei canali di informazione che lasciavano in video i tweets sull’argomento, senza fare nessuna verifica sulle fonti. In quel caso noi avevamo identificato cento fonti attendibili, di cui sessanta si sono rivelate utili. Nei giorni a seguire, di questi solo in sei hanno continuato a dare informazioni. Credo sia importante considerare che in Twitter solo il 2% delle informazioni sono originali, il resto è re-tweeted. Individuare la fonte delle informazioni, e lavorare su questi, ecco la strategia che consente di utilizzare correttamente i social network nell’informazione 130

Sappiamo ancora poco del ruolo effettivo di Twitter nell'organizzare la (fallimentare) protesta verde in Iran, e probabilmente non ne sapremo molto di più in futuro, visto che la teocrazia rimane ben salda e sta provvedendo alla purga anche tecnologica degli oppositori. Diversi attivisti sul campo, quando sono riusciti a far sentire le loro voci, si sono dichiarati scettici131. Il fatto che le notizie in Occidente circolassero su Twitter non significava che gli iraniani dissidenti fossero su Twitter. L'effetto più concreto è stato che il governo iraniano, insospettito dalle dichiarazioni pro-Twitter dei politici americani e occidentali, si è preoccupato di censurare brutalmente chiunque avesse contatti con i «media stranieri», cominciando con una campagna intimidatoria via SMS e mettendo insieme squadre di polizia telematica. Ora è più difficile sfuggire alla censura dei social media in Iran.

I moderni stati securitari, in Medio Oriente come in tutto il resto del mondo, hanno il controllo delle leve chiave del potere, ovvero armi e denaro. Stanno imparando a convivere con il flusso di informazioni digitali, purché questo flusso non si traduca in azioni politiche concrete che cerchino di spodestare le élites dominanti. Rami Khouri, redattore esterno del Daily Star libanese, teme che l'impatto complessivo di queste tecnologie sul dissenso politico in Medio Oriente possa essere molto negativo, configurandosi più come un palliativo allo stress da impotenza che un reale meccanismo di cambiamento.

Tenere un blog, leggere siti internet politicamente forti, o passarsi messaggi di testo provocatori attraverso i cellulari è […] soddisfacente per molti giovani. Tuttavia questo genere di attività spostano essenzialmente l'individuo dal ruolo di partecipante a quello di spettatore, e trasformano quello che altrimenti sarebbe un atto di attivismo politico, di mobilitazione, di dimostrazione o di voto in un atto di intrattenimento personale passivo e senza rischi132

Aggiungiamo: spettatori sì, ma degli spettacoli autorizzati. Le dittature non sono rette da sciocchi autocrati pronti a scomparire sotto la pressione dei liberi mezzi di comunicazione. Integrano con grande facilità le innovazioni tecnologiche e sanno volgerle a loro favore, al punto che sta diventando pericoloso anche compiere quegli atti di intrattenimento ribellista a cui si riferisce Khouri.

I regimi repressivi meglio organizzati sanno usare anche i metodi degli stessi dissidenti, a ulteriore dimostrazione del fatto che nessuna tecnologia è neutra. Gli attacchi DDoS, uno dei metodi di protesta resi popolari da Anonymous, sono stati usati dal governo saudita a scopi censori. La filosofia è stata bandita anni fa dalle università degli sceicchi, forse perché esorta a pensare con la propria testa. L'Arabia Saudita vieta il pensiero occidentale e accentua le contraddizioni della propria posizione schizofrenica: partner commerciale stretto dei governi occidentali da una parte, dall'altra uno dei maggiori serbatoi del fondamentalismo islamico. Il forum Tomaar.net, animato da sauditi, è nato nel 2006 proprio per discutere di filosofia, condividendo link e risorse vietate ma disponibili online. Ha ottenuto un successo enorme e presto ha cominciato a occuparsi di temi politici e sociali; essendo in arabo, era frequentato anche da non sauditi. Ma la sorveglianza migliora e con essa la capacità di perseguire qualsiasi sospetto. Il governo saudita ha cominciato installando sistemi per impedire l'accesso a Tomaar da postazioni internet nel suo territorio; gli utenti hanno risposto attrezzandosi con strumenti di anonimizzazione e proxy anticensura. In una rapida escalation, il governo si è messo a lanciare attacchi DDoS contro il server statunitense che ospitava il forum. Al momento Tomaar è irraggiungibile133. Siti dissidenti e singoli attivisti presenti sulla Rete hanno subito blocchi DDoS anche in Myanmar, Bielorussia, Uzbekistan, Kazakistan, Russia. La sensazione di impotenza è moltiplicata dal fatto che i governi occidentali da una parte esaltano la libertà di internet, condannando la censura e la repressione, ma dall'altra stringono accordi economici, finanziari e militari con i governi autoritari, rafforzandoli proprio a scapito di quei dissidenti che dicono di sostenere. Per non parlare del fatto che anche i governi democratici usano la censura e perfino gli attacchi DDoS per impedire ai propri cittadini di accedere a contenuti ritenuti sovversivi.

Anche se il ruolo dei social media gestiti da società private statunitensi fosse quello decantato dai media occidentali, non saranno comunque strumenti gestiti da società private a far trionfare la democrazia. Nelle dittature contemporanee che funzionano bene, come la Cina, Facebook è bloccato, ma solo perché è visto come un prodotto dell'imperialismo americano, non perché i gerarchi cinesi avversino la politica della trasparenza radicale. La sbandierata collaborazione di Google con la NSA nel 2010, le lamentele per gli attacchi subiti dagli hacker cinesi e la sua uscita dalla Cina per incompatibilità dichiarata con la censura richiesta da Pechino, non ha certo migliorato le cose: chi può biasimare i cinesi se vedono in queste aziende altrettante spie al servizio di Washigton? In Cina, i cloni analoghi di Facebook, Twitter e Google sono controllati direttamente dal governo, invece che tramite accordi ad alto livello e collaborazioni più o meno segrete come negli USA. Meglio ancora, nei laboratori di dittatura consensuale del futuro , Facebook e Twitter si possono usare senza problemi: non cambia nulla, tutti sanno tutto di tutte le sconcezze pubbliche e private, e nulla cambia. Tutti possono contribuire allo spettacolo. Tutti sono complici della banale volgarità pubblica, nessuno si scandalizza. Ad ogni modo, in futuro sarà sempre più probabile la collaborazione a scopi di sorveglianza fra società di intermediazione digitale e governi. Nel caso dei regimi democratici, la censura preventiva degli utenti o la rimozione di contenuti in seguito a pressioni istituzionali sarà presentata come difesa degli interessi comuni contro hate speech e simili. Nel caso dei regimi autoritari, non ci sono ragioni per cui delle società private dovrebbero proteggere l'anonimato di dissidenti, attirandosi la sgradita attenzione delle dittature, quando quegli utenti probabilmente non generano alcun introito pubblicitario.

La spinta alla trasparenza, combinata alla frammentazione convulsa dei messaggi online e al calo tendenziale delle capacità di attenzione, favorisce l'emergere di messaggi estremistici, per loro natura semplificatori, e rende più difficile articolare ragionamenti complessi. La dura legge delle masse, amplificata a dismisura dai media di massa, è che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Le cattive notizie ottengono ascolti maggiori delle buone notizie. Le barzellette volgari hanno più successo del teatro drammatico. Dopotutto, gli spettatori vogliono intrattenimento, ma intrattenimento facile e non impegnativo. Come ben sapeva già la politica imperiale romana duemila anni fa, la risposta a tutte le tensioni sociali si riassume nella formula panem et circensem (pane e giochi da circo), dove i giochi da circo erano sanguinari massacri fra gladiatori, animali selvaggi, schiavi e oppositori del regime. I telegiornali di oggi, così come i blog, i video di Youtube e i tweet, sono il circo contemporaneo globalizzato, un modo comodo e de-corporeizzato per vivere la realtà in presa diretta senza alzare un dito, senza polvere, senza sangue, toccando solo con gli occhi la tragedia. Conosciamo molti particolari degli tsunami che sconvolgono luoghi lontani e non sappiamo quasi nulla di quello che succede intorno a noi. Quello che non è su Google non esiste, e ciò che non lascia nemmeno un tweet dietro di sé non è degno di nota. Ma anche quando il voyeurismo si eleva a politica dell'indignazione, l'afflato di protesta lascia il tempo che trova e si riduce presto a sterile rivendicazione, spesso ancora prima di subire la repressione.

Politiche costruttive non possono trovare spazio nei 140 caratteri di un microblog o degli sms, né in un gruppo di Facebook, e nemmeno in un blog molto seguito, che pure consente un'interazione maggiore. Al contrario, messaggi dal forte contenuto identitario, ad esempio di incitamento all'odio razziale, si propagano in maniera incendiaria, come mostrano le campagne del terrore contro minoranze etniche via sms in Nigeria (2010, contro i cristiani), Kenia (2007, contro i kikuyu) e in Australia (2005, contro i libanesi). I pirati somali usano Twitter per coordinarsi fra loro, i narcos messicani usano Youtube per glorificare i loro eccidi, i musulmani integralisti adorano minacciare gli infedeli attraverso i loro blog pro-sharia, i neonazisti di tutto il mondo trovano nei social media strumenti straordinari per diffondere i loro messaggi fanatici. La propaganda occidentale a favore della libertà della rete, in particolare dei social media, dovrebbe fare i conti con queste realtà concrete prima di sperticarsi nell'elogiare l'attivismo da poltrona134. Il mondo è molto più complesso di quanto si possa raccontare nella frenesia spettacolare dei media di massa, incalzati dalla logica pubblicitaria. L'esaltazione di una generica libertà di parola priva di contenuti concreti e di metodologie per condividere le conoscenze va di pari passo con la richiesta alle autorità di regolamentare e reprimere chi la pensa diversamente, innescando una spirale proibizionista.

127) Gli spin doctor sono professionisti della manipolazione dell'opinione pubblica, esperti di retorica. Orchestrano campagne di disinformazione per coprire scandali e campagne pubblicitarie per esaltare i loro clienti, di solito politici. Figura cardine del sistema lobbistico statunitense da ormai un secolo, lo spin doctor ha assunto un ruolo sempre più centrale anche nella gestione delle comunicazioni in Europa. È un sottoprodotto dell'espansione della logica pubblicitaria, dal momento che se la politica è uno dei prodotti da vendere, la dialettica democratica assomiglierà sempre di più a una fiction sceneggiata a Hollywood, o meglio a una serie televisiva di scarsa qualità. 

128) Una raccolta di fonti tecnoentusiastiche sulla primavera araba http://socialcapital.wordpress.com/2011/01/26/twitter-facebook-and-youtubes-role-in-tunisia-uprising/  

129) Ad esempio Oxfordgirl, utente Twitter con migliaia di interventi in quel periodo, condivideva notizie sulle proteste; è una giornalista iraniana residente in Gran Bretagna, Oxfordshire.  

130) Moeed Ahmad, Al Jazeera e i nuovi media, Milano, 27 aprile 2010 http://www.dailymotion.com/video/xd3jl5_al-jazeera-e-i-nuovi-media-l-interv_news  

131) Vahid Online, blogger e attivista iraniano riparato negli Stati Uniti, che bloggava da Teheran nel 2009, ha dichiarato in diverse occasioni che l'influenza di Facebook e Twitter in Iran è stata quasi nulla, per quanto abbia dato agli Occidentali l'impressione di partecipare alla rivolta http://vahid-online.net/. Il blogger Alireza Rezai ha sottolineato la disorganizzazione complessiva, che mal si coniuga con l'idea di una protesta organizzata a colpi di tweet. 

132) Rami G. Khouri, «When Arabs Tweets», International Herald Tribune, 22 luglio 2010, http://www.nytimes.com/2010/07/23/opinion/23iht-edkhouri.html  

133) http://www.anonymous-proxies.org/2011/02/free-speech-risks-demise-of-tomaarnet.html  

134) Il duo artistico dei Les liens invisibles ha creato uno strumento apposta per promuovere l'attivismo da poltrona: Tweet4Action http://turbulence.org/Works/tweet4action/how-it-works.php. Il progetto evidenzia in chiave critica quanto sia comodo organizzare campagne di protesta «senza i rischi della partecipazione reale».