I social network nella visione anarco-capitalista, o la socialità gestita dalle macchine nell'era dei Big Data

Le reti sociali esistevano da ben prima dei social network digitali. Gli esseri viventi in generale, e gli esseri umani in particolare, hanno bisogno di relazionarsi fra loro; in effetti, la peggior tortura è la solitudine. Anche i carcerati più violenti e induriti dalle disumane condizioni delle galere tremano di fronte alla prospettiva dell'isolamento. Molte testimonianze di prigionieri di guerra rivelano che la tortura è preferibile all'isolamento totale: almeno sussiste un contatto con il torturatore. Gli esperimenti condotti sulla deprivazione sensoriale indicano che un individuo in piena salute, immerso in un liquido a temperatura corporea e privato di stimoli uditivi e visivi in un ambiente buio perde rapidamente coscienza dei confini del proprio corpo e impazzisce, ossessionato dal rimbombo del proprio cuore. È solo a partire dal riconoscimento dei limiti individuali che si possono porre le premesse per un superamento della solitudine non oppressivo nei confronti degli altri. Oltrepassare la solitudine nella socializzazione è al contempo la resa di fronte ai propri limiti e la promessa di una possibile condivisione creativa; nella parole di Luce Irigaray:

La prossimità dell'altro, o più esattamente con l'altro, si scopre nella possibilità di elaborare con lui, o lei, un mondo comune che non distrugga il mondo proprio a ciascuno. Questo mondo comune è sempre in divenire80.

La necessità di contatti intraspecifici non limitata alle mere attività di sopravvivenza (nutrirsi, difendersi dai predatori, riprodursi) cresce evolutivamente insieme alla complessità neuronale81. Negli esseri umani (ma in parte già anche nelle grandi scimmie antropomorfe), la dimensione relazionale comincia letteralmente a staccarsi dall'individuo grazie alla tecnica, che media le relazioni, cioè il rapporto con il mondo e con gli altri. Il primo strumento di mediazione sociale, o social media che dir si voglia, probabilmente è stato il fuoco. Invece di stringersi l'uno all'altro come fanno tutti gli animali sociali, i gruppi di esseri umani si rivolgono tutti al media, il fuoco, definendo uno spazio sociale ordinato sulla base di quello specifico oggetto tecnico. Tutte le tecniche che si concretizzano in tecnologie sono strumenti di mediazione nel rapporto con il mondo e con gli altri. Il linguaggio è l'esempio più semplice e potente: mette una distanza tra l'individuo e il resto (mediazione), consente di proiettare (progetti, desideri) nel futuro il ricordo del passato, ovvero permette di condividere l'immaginazione personale in un immaginario condiviso.

Il racconto e la stratificazione di quella fitta trama di relazioni che denominiamo società è una sorta di allucinazione consensuale a cui possiamo accedere grazie alle funzioni simboliche e linguistiche. della neocorteccia o corteccia frontale. Le società di animali dotati di corteccia frontale limitata sono meno complesse di quelle umane e quasi completamente prive di artefatti. Le ricerche neuroscientifiche mostrano che quando le funzionalità neocorticali sono compromesse, gli esseri umani perdono le caratteristiche specificamente umane dell'empatia. Non riescono più a immaginare ciò che sentono gli altri interagendo in uno spazio condiviso. La capacità riflessiva è danneggiata o distrutta, così che non riescono più a percepirsi come individui singoli in grado di appartenere a e di interagire con diversi gruppi sociali contemporaneamente (famiglia, squadra sportiva, trama di amicizie, classe sociale, gruppo di lavoro, nazione, ecc.). Il senso che attribuiamo alle cose e al mondo si fa incerto, tutto diventa confuso, fluido, intercambiabile, equipollente. Nulla ha un senso distinto, articolato e comunicabile.

Comprendere il mondo di cui facciamo parte significa quindi collocarsi in un ambiente che trascende la nostra finitezza di individui, nello spazio e nel tempo, abbracciandolo però in una creazione immaginaria dotata di senso. La possibilità stessa di figurarsi, di pianificare un futuro in base a un'esperienza passata e quindi di comprendere ciò che ci circonda, vacilla nel momento in cui non siamo più in grado di percorrere e modificare in maniera sensata (con una direzione, mossi da un sentire articolato), nemmeno a livello immaginario, le reti di cui facciamo parte. Paradossalmente, quando abbiamo troppi dati non troviamo più alcun senso. La quantità di dati e la rapidità con cui le informazioni ci piovono addosso rende farraginosa qualsiasi analisi, o la protrae per un tempo potenzialmente infinito, rendendola vana e impossibile. I due concetti strettamente correlati che ci consentono di proseguire nell'esplorazione sono Big Data e profilazione.

All'inizio del XXI secolo, un gigabyte (GB, un miliardo di byte, cioè un miliardo di caratteri testuali) sembrava una grande quantità di dati. Dopo un decennio, oggi Internet conta un numero incomprensibile di GB di dati, nell'ordine dei cinquemila miliardi, numero destinato a raddoppiare nel giro di un anno82. E su scala personale, oggi, un film ad alta definizione occupa svariati GB. In un personal computer archiviamo più dati di quelli che un'intera famiglia poteva creare in diverse generazioni. Ci sono molti miliardi di pagine su Internet, ed esistono reti non collegate che potrebbero essere più grandi di quanto immaginiamo, o di quanto il cervello umano sia in grado di figurarsi83. Siamo nell'era dei Big Data, e la progressione sembra inarrestabile.

Persino nella vita quotidiana, anche se non siamo direttamente implicati nell'uso dei dispositivi che creano questi dati, ci accorgiamo in continuazione che si sono moltiplicate le opportunità di rilevamento, archiviazione e analisi di dati riguardanti ogni attività umana. I dettagli sono sempre di più, la risoluzione è sempre maggiore. Produciamo quantità straordinarie di sms, mail, telefonate, post, immagini, video, chat, documenti di ogni genere nell'arco di tutta la giornata. Non saremmo mai in grado di tenere a mente, presenti e fruibili, nemmeno una frazione di tutti questi dati, che vengono inviati e scambiati anche tramite reti senza fili e dispositivi mobili capaci di registrare le tracce dei nostri movimenti. I motori di ricerca dal canto loro registrano le nostre intenzioni di ricerca sul web (log, cookies, LSO). Sistemi di pagamento automatizzati (caselli autostradali, supermercati, selfservice, ecc.) registrano le tracce dei nostri acquisti. Servizi di social networking registrano le nostre connessioni con amici, colleghi, collaboratori, amanti. Registrare, immagazzinare, analizzare; tanto, di più, più in fretta. Quantità e rapidità hanno sempre connotati positivi.

Eppure il punto focale non è la grandezza, per quanto smisurata, bensì l'interrelazione tra questi dati, e la possibilità crescente di accedervi e usufruirne da un semplice personal computer o smartphone. Perché tutti questi dati sono collegati a noi in maniera indissolubile e costituiscono la nostra impronta digitale, la nostra identità in costruzione perenne, ricostruibile attraverso la raccolta dei dati e la loro analisi. Ma la conoscenza c'entra ben poco: i Big Data promettono guadagni crescenti legati alla profilazione.

Nella prima parte abbiamo già incontrato la profilazione, ovvero la costruzione di un profilo, un'impronta digitale che identifica in maniera il più possibile univoca un individuo. Non è un caso che si parli di impronte e tracce, come se fossimo sulla scena di un crimine: il profiling è un'attività che deriva dalla criminologia. Ovunque un utente di servizi e strumenti digitali lasci una traccia, questa può essere oggetto di profilazione mediante operazioni di controllo e archiviazione dei dati. Estrarne profitti è il business dei meta-dati, che permette l'esistenza «gratuita» del web 2.0.

Gli esseri umani non sono in grado di gestire i Big Data. Le macchine possono analizzarli e formulare previsioni in tempo reale sul comportamento delle persone, dette now-casting. Ricordiamo che per l'anarco-capitalismo l'individuo si realizza nell'azione, nelle due varianti speculari di produzione e consumo. Ma siccome gli individui non sono più in grado di orientarsi nel rumore che li soffoca, per velocizzare l'azione è indispensabile delegare alle macchine. Per avvicinarsi alla società ideale, bisogna fare in modo che le persone siano leggibili dalle macchine, che nutrano continuamente la mole di dati in circuiti di retroazione sempre più rapidi. Preferenze esplicite e implicite vengono stoccate, disaggregare e riaggregate in tempo reale.

La profilazione è la promessa della libertà automatizzata: pubblicità contestuali, studio del sentiment degli utenti per fornire a ciascuno esattamente la pubblicità personalizzata del prodotto su misura, da acquistare con un click e da gettare al più presto per poter acquistare qualcos'altro. Noi utenti siamo i «criminali» da conoscere a fondo per poter predire i nostri desideri e tamponare una sete compulsiva con oggetti sempre nuovi e subito obsoleti. Il falso problema sbandierato della privacy, che comincia ad esistere solo quando viene violata, fa il paio con le denunce scandalizzate della vergognosa immoralità autoritaria di un sistema che categorizza gli individui. Nell'era dei Big Data, le paranoie complottiste proliferano. Ma il problema ben più concreto e angoscioso, perché ci riguarda tutti personalmente e non come massa informe, è che da un lato sono gli individui stessi a desiderare la profilazione; dall'altro, che per quanti sforzi si faccia per sottrarsi, per disertare i ranghi dell'esercito dei fornitori di dati che si nutrono di dati (il prosumer, productor-consumer), il profilo ci viene appiccicato addosso senza che sia possibile liberarsene.

Le criticità legate all'uso e all'abuso del data mining per fini di profilazione sono moltissime, e da qualche tempo sono oggetto di dibattito84. Si stanno creando nuove linee di segregazione digitale in base all'accesso: quali ricercatori, quali istituzioni, quali gruppi hanno davvero i mezzi e le opportunità di utilizzare questi dati? Quali sono le regole, quali sono i limiti, e chi li decide? Ma non è questa la sede per una disamina dettagliata85. Cerchiamo di tenere la barra dritta. Il punto non è affatto opporsi alle magnifiche sorti progressive, rifugiarsi nel luddismo o nel suo opposto analogo, la crittografia. Nascondersi non servirà, rifiutarsi di venire a patti con il presente nemmeno. Il punto è che i Big Data, insieme alla profilazione, costituiscono le strategie concrete di realizzazione di una società modellata sull'anarco-capitalismo, un'ideologia della libertà di rapina; e questa utopia non ci piace, è una distopia del controllo e dell'auto-controllo. Insensibilmente ma in maniera molto rapida, stiamo passando da un mondo dotato di senso perché ricco di relazioni costruite da noi e per noi a un mondo che acquisisce un senso grazie a delle correlazioni scovate dalle macchine.

Sembra che non abbiamo più bisogno di teorie, né di pratiche basate su convincimenti personali e corroborate dall'esperienza. La conoscenza cambia statuto perché pare che i dati parlino da sé. La conoscenza emerge dai dati, balza agli occhi, s'impone come certezza. Le correlazioni statistiche stabiliscono le relazioni fra le cose e orientano le relazioni fra le persone. Non siamo più noi a costruire un discorso, sono i dati ad avere la parola. È la chimera della data-driven society, in cui il ruolo dell'umano è praticamente ininfluente, a parte la docile acquiescenza necessaria a renderlo libero persino dalla fatica di dover scegliere e desiderare. Dateci delle macchine abbastanza potenti, siate trasparenti alle macchine, e potremo prevedere il futuro. Il futuro del mercato, ovviamente.

Sorvoliamo il mondo, lo consideriamo dal di fuori, oceani di dati in continua crescita vorticosa, rimescolati da tsunami di orientamenti sociali fugaci, mode improvvise che occupano tutto lo spazio disponibile prima di cedere il passo alla moda successiva. Possiamo analizzare i sentimenti delle masse e carpirne le opinioni (sentiment analysis, opinion mining)86. E noi, bersaglio consenziente ed entusiasta, adoriamo essere i liberi consumatori: la schedatura globale è il prezzo da pagare per essere davvero liberi di scegliere. Sarà un algoritmo a dirci cosa vogliamo davvero, come già ci consiglia quale libro comprare su Amazon, corregge le nostre ricerche su Google, suggerisce quale nuovo film, quale musica meglio si adatta ai nostri gusti. È un algoritmo a dirci quali sono i nostri potenziali amici su Facebook, su Google+, su Linkedin; è un algoritmo a dirci quali persone potremmo voler seguire su Twitter. Gli algoritmi stanno attenti per noi e ci sollecitano a socializzare nel modo corretto. Non ci sarà più bisogno di desiderare nulla, l'algoritmo vede e provvede.

Sarà come vedere con l'occhio di Dio, capace di prevede il futuro nella palla di cristallo dentro la quale si agita il diluvio informazionale; apri il tuo cuore, lascia sezionare il tuo corpo in segmenti utili, dì quello che pensi, dove sei, cosa fai e con chi, subito, ora, senza riflettere, e ti sarà dato ciò che ancora non sai di volere. Vertigine ineffabile (cioè che lascia senza parole), entusiasmo infantile (l'infante è colui che non parla), estasi mistica di fronte alla contemplazione della Matrice che si svolge sotto i nostri occhi. Espressioni e immagini a proposito dei Big Data hanno spesso coloriture religiose; troppo spesso perché sia un caso.

È una religiosità tecnofascista il feticcio che si agita dietro la società della conoscenza dei Big Data. È una religiosità qualunquista, perché avendo un bacino sufficientemente ampio di dati, si può ottenere conferma di qualsiasi ipotesi. Come la Bibbia, il Corano e qualsiasi altro libro sacro si può interpretare a piacimento, così a maggior ragione, perché enormemente più estesi, i Big Data sono manipolabili per assecondare e sostenere qualsiasi presupposto. Le statistiche accertano tutto senza dimostrare nulla, prove apparentemente scientifiche di presupposti altamente ideologizzati.

Nel frattempo, la vita è quello che ci accade mentre siamo impegnati a ritoccare i nostri profili digitali, incrementando a dismisura quella massa di dati. Si potrebbe obiettare che esistono naturalmente dei limiti alle possibilità computazionali. Che l'assioma libertariano dell'assenza di limiti è un'assurdità logica. Ma anche se non esistessero limiti sarebbe irrilevante, nel momento in cui non fossimo più in grado di gestire in maniera autonoma, ovvero di autogestire, le conoscenze che ci nutrono. È ora di mettere da parte le chimere di onnipotenza e di scendere sulla Terra. Farsi carico di una ricerca specifica, e porsi un obiettivo di comunicazione concreto, in una forma definita, rende immediatamente palese la trappola nascosta nella grande disponibilità di dati. È quello che cerchiamo di fare qui, un saggio per un pubblico curioso. C'è una grande differenza fra comporre un resoconto fruibile e compilare un elenco sterminato, e necessariamente incompleto, di critiche, panoramiche, proposte alternative. Una maggior quantità di dati non corrisponde automaticamente a una migliore qualità di ricerca. Non esistono scelte oggettive, buone perché emerse in maniera naturale da quantità inimmaginabili di dati, dove buono coincide con grande, rapido e illimitato. Esistono solo scelte soggettive e situate, in cui le preferenze personali sono dichiarazioni appassionate per qualcosa che non ci piace solo per il tempo di un click, ma per cui siamo disposti a metterci in gioco perché ci piace davvero.

80) Luce Irigaray, Condividere il mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, p. 27. 
81) Per un approccio neuroscientifico ma non scientista si veda l'opera di Boris Cyrulnik, in particolare L'ensorcellement du monde, Les nourritures affectives e De chair et d'ame
82) I numeri sono tratti dal report della società di analisi di mercato IDC; come ogni altro dato, va pesato e contestualizzato: si tratta di una grande società multinazionale, che opera per i propri interessi. Ma visto l'intento puramente dimostrativo, ordini di grandezza maggiori o minori non muterebbero le valutazioni. Maggiori informazioni in http://www.emc.com/collateral/demos/microsites/emc-digital-universe-2011/index.htm e nella relazione a cura di David Bollier, The Promise and Peril of Big Data,The Aspen Institute, Washington DC, 2010. 
83) A differenza di quanto si potrebbe immaginare, le conoscenze pubbliche sono solo una frazione delle conoscenze esistenti. Buona parte del sapere è segreto: segreto di Stato o segreto industriale, si tratta di conoscenze sottratte al pubblico e utilizzate per asservirci e alienarci. Si veda l’ampio studio di Peter Galison, professore di fisica ad Harvard, sui materiali secretati, in particolare «Removing Knowledge», Critical Inquirer, 31, University of Chicago Press, Chicago, 2004, free download http://www.fas.harvard.edu/~hsdept/bios/docs/Removing%20Knowledge.pdf e l’incredibile documentario Secrecy, con Robb Moss, 2008, www.secrecyfilm.com.  
84) Dino Pedreschi et al., «Big data mining, fairness and privacy – A vision statement towards an interdisciplinary roadmap of research», Privacy Observatory, 2011, http://privacyobservatory.org/current/40-big-data-mining-fairness-and-privacyNon stupisce che quotidiani conservatori come l'Economist invochino una maggiore trasparenza per garantire una maggiore sicurezza, confondendo forse consapevolmente l'estensione della sorveglianza e il controllo con la sicurezza http://www.economist.com/node/15579717
85) Una buona panoramica critica si trova nell'articolo di Danah Boyd, Kate Crawford, «Six Provocations for Big Data», A Decade in Internet Time: Symposium on the Dynamics of the Internet and Society, September 2011 http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1926431  
86) L'ultimo ritrovato dell'analisi automatizzata con sistemi semantici di sentimenti e opinioni è il Sentics Computing, http://www.cs.stir.ac.uk/~eca/sentics/