// Capitoli //
// Informazioni //

VII. Tecnocrazia

 

L’analisi del fenomeno Google traccia un panorama variegato, nel quale l’economia della ricerca risulta essere solo una tessera di un mosaico ben più vasto e complesso. Del resto, stando alle dichiarazioni di Eric Schmidt, a Mountain View stanno gettando le basi per la costruzione di un’azienda globale delle tecnologie dell’informazione, “un’azienda da 100 miliardi di dollari”: di certo, non un semplice motore di ricerca. Si tratta infatti di un sistema pervasivo di gestione delle conoscenze, di cui abbiamo illustrato le fasi e i metodi più significativi: strategie che coniugano marketing aggressivo e oculata gestione della propria immagine, propagazione di interfacce altamente configurabili eppure sempre riconoscibili, creazione di contenuti standard decentrata presso utenti e sviluppatori, cooptazione di metodologie di sviluppo cooperativo tipiche dell’Open Source e del Free Software, utilizzo di sistemi avanzati di raccolta e stoccaggio dati, sistemi di reperimento delle informazioni correlati a tecniche di profilazione esplicite e implicite, personalizzazione delle pubblicità.

Google è il dominio tecnologico derivato dalla ricerca scientifica che si fa strumento di gestione della conoscenza, espressione diretta della tecnocrazia.

 

Tecnocrazia: gli esperti della scienza

Gli esperti hanno trovato nel controllo e nella manipolazione della tecnologia un’arma senza rivali per imporre i propri interessi personali, per mantenere il potere o acquisire maggiori privilegi. Il meccanismo è semplice: la tecnologia viene utilizzata come narrazione garante dell’oggettività della ricerca scientifica, ma anche per avallare le decisioni dei politicanti che governano, e in generale di qualsiasi “autorità” che abbia accesso all’oracolo tecnologico.

L’applicazione della ricerca scientifica sotto forma di tecnologia è pervasiva e la realtà viene costantemente interpretata in ossequio a questo paradigma. La curiosità e il desiderio di sapere che muovono la ricerca scientifica vengono castrati dai criteri di bieca redditività che regolano i finanziamenti pubblici e privati. Se la ricerca non produce artefatti tecnologici in grado di generare introiti immediati, non è interessante. Il discorso del potere si fa allora tecnocrazia, l’esatto opposto della condivisione comunitaria, dell’autogestione, della discussione e della mediazione fra individui. Spacciare la tecnocrazia di Google come strumento di democrazia diretta è un gioco linguistico, che ci fa sembrare partecipi di una grande democrazia elettronica, priva di ogni sostanza. Certo, possiamo pubblicare ciò che vogliamo su Internet, e Google ci indicizzerà. Ma non possiamo permetterci da “profani” ed “eretici” di osservare che la strategia dell’accumulo di Google è in perfetta sintonia con il folle sistema dell’economia di mercato basato sulla crescita infinita: infatti, non siamo economisti laureati alla London School, né imprenditori di successo, ovvero non siamo esperti, e non abbiamo dunque alcuna autorevolezza in merito. Eppure il comune buon senso di orwelliana memoria è più che sufficiente per capire che tale crescita senza fine e senza scopo è la manifestazione di una volontà di potenza tecnologica interessata agli individui solo in quanto potenziali consumatori.  

Ecco perché il PageRank, che come abbiamo visto non è solo un algoritmo, diventa una veste culturale con la quale Google ci propone di analizzare ogni cosa: in sintesi, si assiste a una estensione forzata del metodo di revisione dei pari, valido in ambito scientifico, all’interezza della conoscenza umana.

Le autorità tradizionali, religiose e politiche, hanno raggiunto il picco minimo di credibilità; ma la loro scarsa presa sulla realtà, invece che favorire la proliferazione di spazi di autonomia, ha condotto a una situazione surreale in cui nessuna asserzione valida può essere compiuta senza il sostegno di un’autorità tecnologica. L’autorità delle macchine, nella maggior parte dei casi, è una risposta estratta da una base di dati, servita dai sacerdoti della tecnologia, gli “esperti”, al ricco e agiato popolo dei prosumer. Il relativismo estremo si realizza nei metodi per estrarre “verità” dai dati disponibili, pressoché senza limiti: corrispondono al numero di algoritmi e filtri che si possono applicare. Una verità adeguata per ogni ricerca corrisponde a un prodotto personalizzato per ogni consumatore evoluto.

Di fronte a questa chiusura nella creazione, gestione e applicazione (sulla nostra pelle) delle conoscenze, sembrerebbero rimanere solo due possibilità: rifiutare la cultura scientifica come fosse la causa di ogni male; oppure, al contrario, accettare con entusiasmo fideistico ogni “innovazione” tecnologica. Eppure, tra i due estremi della tecnofobia e della tecnofilia, è possibile proporre la curiosità dell’etica hacker ovvero la condivisione dei saperi, l’attitudine critica verso le “verità”, il vaglio accurato delle fonti, proseguendo sulla strada della libera circolazione dei saperi.

In questo contesto, la formazione è un nodo centrale, ma non ci sono sbocchi per una istruzione scientifica diffusa. La struttura della formazione sia in Europa che in Nord America ruota intorno alla sola produzione di specialisti. Al momento non c’è nessun modello pedagogico che risponda all’esigenza di un sapere scientifico per così dire “amatoriale”, nemmeno in Paesi di tradizione non occidentale come il Brasile e l’India che producono ricerca scientifica di alto livello e tecnologia di punta a basso costo grazie a una concorrenza spietata. Un sapere scientifico non accademico né aziendale, diffuso e autogestito, non è ammesso nemmeno in fase di discussione: eppure sarebbe indispensabile per la formazione di competenze di base e per la valutazione delle innovazioni tecnologiche che ci riguardano tutti. In particolare, l’intera nozione di “istruzione scientifica” dovrebbe essere ricostruita per rispondere alla necessità diffusa di rudimenti pratici, per affrontare l’onda lunga della rivoluzione tecnologica.

L’affermazione dell’informatica come principale motore dell’innovazione tecnologica apre infatti nuovi scenari: l’informatica non è semplicemente una tecnica per gestire l’informazione in maniera automatica, ma possiede una logica propria, cioè lavora e modifica continuamente le sue stesse fondamenta. Essa è fisica teorica e sperimentale insieme: studia la formalizzazione del linguaggio (dunque formalizza la conoscenza), la applica ai componenti fisici dell’elettronica, ne ricava linguaggi che a loro volta influenzano le teorie della conoscenza, si regge cioè su una dimensione ricorsiva del tutto particolare.

Nelle scienze classiche si osservano fenomeni stabili: la fisica, ad esempio, elabora dati naturali e su questi crea teorie; nell’informatica, invece, i fenomeni elaborati nella teoria sono artificiali, cambiano fisicamente e concettualmente man mano che i progressi teorici e sperimentali permettono di affinarli: un software elaborato su un computer di dieci anni fa sarà strutturalmente diverso da uno recente. Ciò che era vero ieri, sappiamo già oggi che non sarà vero domani, quando avremo macchine più potenti per fare cose nuove, perché parliamo di un mondo vivo e perciò in continuo divenire.

Miracoli della tecnologia: dalle opinioni soggettive alla verità oggettiva

Il buon Google, in quanto gigantesca base di dati, interviene in questo panorama e sostiene che siamo parte di una grande e inedita “democrazia elettronica globale”; sostiene che i risultati del PageRank sono corretti perché espressione della democrazia diretta dei link valutata dai suoi algoritmi, dunque ci restituisce in un certo senso il nostro legittimo diritto a “dire la nostra”.

La popolarità non può essere ritenuta indice di “qualità oggettiva” da un punto di vista epistemologico perché in questo caso il concetto stesso di oggettività si fonda su un fraintendimento, ovvero sulla convinzione che molte idee soggettive (le “opinioni” espresse sotto forma di link/voto) si trasformino per incanto nell’esatto opposto, in oggettiva verità rivelata, nel momento in cui superano un certo numero e diventano la maggioranza. In questo modo il ranking diventa espressione di qualità perché esplicitamente frutto di una tecnologia di manipolazione dell’informazione.

Ma come è possibile che la quantità diventi qualità? Si assume surrettiziamente che la mediazione tecnica dell’algoritmo sia garante di “oggettività”, e si associa all’oggettività la qualifica di “buono”, anzi di “migliore”, “vero”. Il tutto dev’essere rapido anzi immediato, trasparente, grazie all’eliminazione del fattore tempo nella ricerca e allo studio ergonomico sull’interfaccia.

Il meccanismo di creazione del consenso che Google sostiene essere manifestazione della “democrazia diretta” degli utenti/votanti non convince principalmente per due ragioni: da una parte, assume che la maggioranza abbia sempre ragione; dall’altra, implica che le opinioni della maggioranza, per essere fruite dagli utenti, debbano necessariamente passare attraverso una mediazione tecnica che non viene mai esplicitata in quanto tale.

La dicotomia oggettivo/soggettivo, sovrapposta a quella verità/opinione, è del tutto inadeguata nel mondo delle reti. A voler essere precisi, la scienza ha sempre creato ibridi naturali-culturali, ovvero inventato tecniche e promosso tecnologie. Da una parte l’osservazione e la sperimentazione con il metodo sperimentale ha come campo d’azione la “natura”, e in questo senso è “oggettiva”; dall’altra parte, il frutto della scienza è altamente soggettivo. La scienza è infatti sottoposta alla volontà e alla percezione politico-sociale, in quanto mediata dal linguaggio (quantomeno, il linguaggio della comunicazione scientifica), e in quanto fonte di potere (dalla bomba atomica in giù).

La tecnologia che implementa le reti è l’applicazione contemporanea del metodo scientifico per creare “ibridi di natura-cultura”, ennesimi oggetti scientifici, che vengono portati sempre più come testimoni della realtà al posto degli umani[1]. Ormai ha più valore il responso dell’algoritmo di PageRank, un ibrido tecnologico, rispetto a quella di una persona qualsiasi, e spesso persino rispetto all’opinione di un esperto del settore. Se non altro, per il fatto che PageRank è sempre a portata di click, un esperto no.

Come sottolineato in apertura, da un punto di vista materialistico, dopo tutto, Internet è naturale, nel senso di materiale, ovvero costituita da macchine meccaniche ed elettroniche; nello stesso tempo, è culturale, perché non esisterebbe senza il senso che la cultura le attribuisce, costituita dalle interazioni significative degli esseri umani, o meglio, delle macchine biologiche fra loro e con le macchine elettroniche. Il carattere ibrido delle reti è un’ovvia conseguenza del carattere ibrido della tecnologia tout-court.

Un altro punto di vista possibile sulla questione soggettività/oggettività riguarda il modello decisionale: come si decide cosa è rilevante. In un contesto relativistico, è facile concepire un’informazione proveniente da un sito (sia esso un blog, Google, o un circuito di informazione ufficiale) come “oggettivo” se questo giudizio di valore proviene da una presa di posizione chiara, da una chiave di lettura resa pubblica, dalla visione del proprio piccolo mondo localizzato. Una rete di fiducia, ovvero un gruppo di persone che si scambia informazioni, pareri e in generale conoscenza, può facilmente comunicare il proprio modo di lavorare, la propria eventuale gerarchia interna e le modalità per aderire a quella specifica rete o progetto. Ogni volta che si consulteranno i risultati di questa rete di fiducia, potranno essere letti come “oggettivi”, nel senso di veri per sé, rilevanti per la propria esperienza, proprio perché frutto di tante soggettività diverse e di una forte interazione fra di esse. Se ci si sente in sintonia con questa comunità si potrà ritenere interessante l’informazione trovata oppure scartarla in funzione di altre reti di fiducia.

Secondo questo approccio, se Google comunicasse in modo pubblico il proprio meccanismo decisionale e gli utenti di Internet fossero in grado di comprenderlo si potrebbe facilmente superare il problema oggettivo/soggettivo, arrivando a identificarsi di volta in volta, ricerca dopo ricerca, con la rete che più ci soddisfa, e influenzarla direttamente affinché ci rispecchi, con i nostri gusti, idee, idiosincrasie.

Pubblico e privato

Il PageRank esemplifica anche un’altra dicotomia: quella fra pubblico e privato. Nei fatti, tutto ciò che passa attraverso Google viene pubblicato, reso pubblico: a chi non è accaduto di trovare email personali nei risultati del ranking, magari perché erano state inviate a mailing list pubbliche? Poiché una mole sempre maggiore di informazioni personali passa attraverso Google, e in generale attraverso le tecnologie informatiche, la possibilità di ritrovare un domani le proprie telefonate (magari effettuate via VoIP) archiviate e reperibili attraverso un motore di ricerca appare tutt’altro che remota. Insomma, le tecnologie giungono a ibridare anche le sfere del pubblico e del privato: del resto, connettersi a Internet significa aprire una porta sul mondo, e attraverso questa finestra di certo il mondo entra nella nostra vita.

Esistono già alcune reti le cui pratiche esautorano di fatto la chimera di un’informazione oggettiva, compiendo una scelta precisa e deliberata, e del tutto soggettiva, tra ciò che intendono rendere pubblico e ciò che invece concerne la sfera privata. Questo fenomeno prende corpo nella sua forma più estesa quando il motore di ricerca si rivela incapace di soddisfare un’istanza di ricerca la cui qualità (specifica) oltrepassa la disponibilità quantitativa e la struttura tecnica proposta.

L’esempio più noto è la ricerca tramite network Peer to peer (p2p)[2] come eMule o simili. La mole di dati ricercabili in queste reti corrisponde ai dati condivisi dagli utenti, e varia nel tempo in maniera non periodica; per questa ragione vengono definite reti “transienti”[3]. Infatti in questi casi l’utente compie liberamente una scelta tra il materiale che desidera rendere pubblico e ciò che invece rimarrà sigillato nella sfera privata; anche perché una regola basilare dello scambio “alla pari” è l’offerta e condivisione dei propri materiali, ricercabili nel network, per avere in cambio altri materiali. In sé il p2p è una pratica legale; al limite, i dati scambiati possono essere protetti da copyright (audio, video, testi, ecc.): solo in quel caso si entra nell’illegalità. La diffusione planetaria di queste pratiche evidenzia la natura liberticida della vigente legislazione in materia di proprietà intellettuale e brevettabilità della conoscenza: al momento infatti è reato penale diffondere informazioni protette da copyright, ovvero un buon quarto della popolazione italiana dovrebbe finire in galera per aver scaricato almeno un file mp3 illegalmente. Inoltre appare sempre più urgente la scelta individuale sul confine tra pubblico e privato. Si apre un ampio ventaglio di possibilità che spaziano tra la scelta ponderata di spalleggiare e favorire lo scambio di informazioni al di là di qualsiasi considerazione legale e il semplice abbeverarsi alla fonte della pirateria, approfittando di quel che si trova in Rete.

Pirateria diffusa non significa certo essere alle soglie della rivoluzione popolare, anche perché spesso si tratta di pirateria semi inconsapevole, non certo di un’assunzione di responsabilità da parte di individui che scelgono di opporsi al vigente sistema di protezione delle conoscenze[4]. Piuttosto, le tecnologie digitali rendono la riproducibilità tecnica un problema obsoleto, e la cultura del consumismo spinge a desiderare molto più di quanto si possa utilizzare. È quasi ovvio desiderare tutto ciò che riusciamo a immaginare, almeno a livello di “informazioni”, per quanto sia evidente che non saremo mai in grado di ascoltare nemmeno una frazione della musica che scarichiamo dalla rete, o di vedere anche solo una porzione significativa dei film che abbiamo sul nostro hard disk. Ma l’istanza del desiderio, per sua stessa natura illimitato, coniugata alla possibilità tecnica, pone seri interrogativi sulla distribuzione e l’accesso alla conoscenza. Il carattere tendenzialmente gratuito e libero di questi scambi costituisce una sfida formidabile al primato dell’economia produttivista, ma la diffusione delle opinioni, ad esempio sotto forma di blog, mette in crisi anche la concezione tradizionale di media di massa.

Il p2p rappresenta infatti solo il livello superficiale, e più diffuso, dello scambio non mediato da un autorità genericamente sovra-comunitaria. Vi sono molte altre istanze di ricerca qualitativa, tutte soddisfatte da network di fiducia e in grado di ricombinare la prospettiva del nostro orientamento su internet. In alcuni casi questi percorsi soggettivi convergono su sistemi di affinità culturale o professionale, ad esempio forum, newsgroup, blog specializzati, oppure sul dissenso esplicito dalle fonti ufficiali; non solo, spesso costituisco un esempio sufficientemente articolato da rappresentare un modello alternativo per l’organizzazione della conoscenza (knowledge management).

È quindi facile ipotizzare una (forse lenta) evoluzione del circuito di conoscenza legato allo strumento del blog verso strumenti di p2p. Scambio di conoscenza attraverso programmi slegati dalla pubblicazione web e basati su network dinamici ove sia possibile condividere flussi di informazioni e file tra gli utenti connessi, quindi realmente appartenenti al proprio circuito di amici. Questo permetterebbe di rendere la divisione pubblico/privato non un qualcosa di statico, ma dinamico e sfumato, nel quale ogni persona è libera di condividere informazioni con un livello di accessibilità scelto in valore intermedio tra pubblico e privato.

Vie di fuga: media indipendenti, crittografia, blog, foaf

Il fenomeno dei blog[5], siti web che contengono riflessioni personali e link dell’autore e commenti dei lettori, ha dato luogo a quella che viene ormai definita blogosfera: si stimano al momento circa 60 milioni di blog con quasi 4 miliardi di link, e oltre 1,3 milioni di post al giorno. La blogosfera aumenta in ragione di oltre centomila blog al giorno e raddoppia ogni sei-sette mesi[6].

Dal punto di vista matematico i blog rispettano la legge di potenza e si distribuiscono secondo la caratteristica “coda lunga”: poche centinaia di blog hanno un numero assai elevato di link (circa quattromila costituiscono il gotha dei blog), la maggior parte (milioni) ne ha invece pochissimi. In tal senso, come abbiamo visto nel Capitolo 2, la blogosfera appartiene al quadro dell’economia della ricerca. Il blog consente di condividere il proprio punto di vista, dichiaratamente soggettivo e personale, senza alcun filtro; il numero di link a un blog rappresenta la sua popolarità e quindi la sua autorevolezza, che può raggiungere e superare quella dei quotidiani e di altri media tradizionali, generando fenomeni di influenza sull’opinione pubblica. Affidabilità, fiducia e reputazione sono legate al singolo estensore del blog: al crescere della popolarità diventa difficile mentire senza essere immediatamente penalizzati, ovvero non più linkati e presto finiti nel dimenticatoio[7].

L’autorevolezza del blog di Beppe Grillo, l’unico italiano a comparire fra i primi 100 blog del mondo per numero di link, è maggiore di quella dei blog di Repubblica e del Corriere della Sera. Il soggetto Beppe Grillo si espone a livello personale e non pretende di spacciare verità: espone il suo punto di vista. In questo senso, i blog creano reti condivise autogestite; non solo, a volte possono diventare le uniche fonti di informazione non allineate. È il caso del blogger iracheno Salam Pax (alias Salam al-Janabi) durante la seconda guerra del golfo[8].

La novità più importante legata all’informazione sui blog è quella della aggregazione automatica di fonti differenti attraverso i feed RSS (letteralmente: “provvista di RSS”), lo standard de facto per l’esportazione di contenuti Web. In poche parole si tratta di un metodo automatico per scorrere velocemente siti web, trovare ed esportare le informazioni che interessano. La popolarità dei blog è forse una delle ragioni principali del successo di RSS: migliaia di weblog iniziano a produrre contenuti in RSS e in questo modo proliferano siti che raccolgono una selezione di post dai blog più seguiti (i cosiddetti blog aggregator) e programmi per fruire i contenuti di un blog direttamente sul proprio terminale (RSS reader). In questo modo è possibile ricercare contenuti nella blogosfera senza passare attraverso Google.

La possibilità di poter comodamente ricevere in modo automatico gli ultimi articoli scritti degli argomenti che l’utente ritiene più interessanti sul proprio computer è chiaramente un’innovazione destinata ad avere enormi ripercussioni sull’utilizzo del Web. Più in generale, poiché l’RSS è un primo passo per avere ogni informazione in un formato che per propria natura è facilmente condivisibile, trasformabile e ampliabile, rende accessibile un’informazione su ogni supporto informatico, sia esso un sito, un programma installato sul proprio computer, un cellulare o qualsiasi altro strumento tecnologico.

Vi sono però molte altre possibilità per cercare informazioni. Se Google si presenta come un mezzo oggettivo e pubblico, Indymedia.org[9] per esempio si dichiara un “network di media gestiti collettivamente per una narrazione radicale, obiettiva e appassionata della verità”, dove però esiste un gruppo di persone che agisce secondo una policy pubblica molto specifica: nella colonna a destra delle pagine, chiamata newswire, chiunque può pubblicare. Non viene censurato nulla, tuttavia “I messaggi palesemente razzisti, sessisti, fascisti vengono occultati, ma non eliminati”. Indymedia è dunque essenzialmente uno strumento per diventare utenti attivi nella creazione delle informazioni e contribuire alla formazione della conoscenza e di verità condivise: l’autorità che “crea” le verità è diffusa e partecipata, è un’autorità etica (collettivo) e non matematica (algoritmo).

Mettere in discussione le fonti ufficiali dimostrando che è possibile fare informazione in maniera credibile, decentrata ed indipendente è uno degli obiettivi di Indymedia.org e di decine di network nati attorno a temi specifici[10].

Rendere pubbliche le informazioni o mantenerle private? Una risposta interessante viene dal progetto Freenet.org[11], una rete p2p decentralizzata, creata per resistere alla censura, che sfrutta le risorse (banda passante, spazio su disco) dei suoi utenti per permettere la pubblicazione e la fruizione di qualsiasi tipo di informazione. Freenet.org è stata costruita pensando ad anonimato e sicurezza, non alla velocità di trasmissione. Le nazioni e autorità di varia natura che censurano le comunicazioni hanno tutte una caratteristica comune: esistono dei controllori che decidono cosa tagliare e cosa mantenere, cosa considerare offensivo e cosa innocuo. Freenet.org è una rete che elimina per chiunque la possibilità di imporre la sua scala di valori: a nessuno è permesso decidere cosa sia accettabile, la tecnologia viene messa al servizio della libertà assoluta di espressione.

Nelle reti non anonime, se vogliamo che le nostre informazioni giungano esclusivamente a destinatari prestabiliti, la crittografia pesante fa al caso nostro – e del resto, è una pratica fondamentale per garantire un minimo di privacy nelle comunicazioni digitali. Ad esempio i nostri messaggi email crittati, pur essendo ricercabili attraverso gli strumenti di ricerca, non sono leggibili[12]. La crittografia si propone di utilizzare le reti in maniera soggettiva e filtrata, creando spazi privati di scambio fra singoli invece che spazi pubblici indicizzabili e fruibili da chiunque. Non si tratta di avere qualcosa da nascondere, ma di preservare spazi privati e di poter decidere autonomamente e liberamente cosa, come e quando rendere pubblico; le nostre comunicazioni personali, i nostri dati sensibili non verranno resi pubblici e fatti oggetti di marketing per il solo fatto di essere transitati sulla Rete.

È possibile anche rendere tutto pubblico, o meglio: decidere di rendere totalmente pubblica, che continua a far rima con “passibile di ricerca e leggibile”, la propria soggettiva visione di sé. La propria identità virtuale (alter-ego digitale) può essere definita nei minimi dettagli e non lasciata in mano alle tecniche di profilazione. La proposta forse più interessante è rappresentata dalla comunità di FOAF, acronimo di Friend-of-a-friend[13], ovvero “Amico di un amico”. Lo scopo di questo progetto è creare un insieme di pagine web leggibili automaticamente dalle macchine (machine-readable) che descrivono le persone, i loro interessi, le cose che fanno, e i loro collegamenti reciproci[14]. In questo modo il concetto stesso di verità, facilmente preda di  passa in secondo piano, sostituito da quello di “fiducia”: tendo a fidarmi degli amici degli amici, formando “reti di fiducia” basate su gusti, affinità, passioni in comune. FOAF è uno strumento utile per creare network sociali, promuovendo un atteggiamento attivo: è necessario “dichiararsi”, “descriversi”, “pubblicarsi”[15].

Dal punto di vista delle reti di fiducia (trusting networks, base del Web Trust) FOAF può essere una garanzia di trasparenza circa i percorsi che legano i nostri avatar virtuali, favorendo una crescita di credibilità e fiducia nelle relazioni interpersonali sviluppate sulla Rete. Il Web viene utilizzato per creare spazi in cui le persone sono interconnesse in una grande mappatura relazionale, percorribile a partire da uno qualsiasi dei suoi nodi e senza la necessità di uno strumento di ricerca centralizzato.

È possibile usare strumenti come FOAF anche per scopi dichiaratamente politici: ad esempio, il network indyvoter, che si dichiara “un sito web di networking sociale per attivisti politici”, con l’obiettivo esplicito di formare una classe di governo alternativa[16].

Le false alternative binarie, natura/cultura, soggettivo/oggettivo, pubblico/privato, vero/falso si rivelano nella loro pochezza. L’informatica è costitutivamente duplice e impura: teoria e pratica al tempo stesso, crea oggetti che modificano il nostro modo di pensare e, utilizzati, modificano l’informatica stessa. I mondi digitali sono reali, e nella realtà le visioni in bianco e nero lasciano spazio al grigio, e alle infinite varietà di colori, alle sfumature delle opinioni, alle differenze che sono ricchezza, all’eterogeneo che non può essere ricondotto all’unico. Gli strumenti per modificare, espandere e ramificare questi spazi di libertà e queste linee di confine sono a nostra disposizione: le possibilità sono limitate solo dalla nostra superficialità e mancanza di immaginazione.

 



[1]              A proposito della visione della tecnologia come “ponte” di ibridazione fra natura e cultura (estremità teoriche della schizofrenia del moderno), si veda l’opera di Bruno Latour, e in particolare Non siamo mai stati moderni - Saggio di antropologia simmetrica, Elèuthera, Milano, 1994. Un punto di vista simile è quello di Gilbert Simondon, che elabora un discorso sulla “tecnica transindividuale”, uno spazio meticcio costituito di individuale e collettivo al tempo stesso.

[2]              Letteralmente, p2p significa “da pari a pari”; in generale, è un modello di comunicazione nel quale ciascuna delle parti ha le stesse funzionalità e ognuna delle parti può iniziare la sessione di comunicazione, in contrasto con altri modelli come il server/client o il master/slave. Spesso la comunicazione P2P viene implementata offrendo a ognuno dei nodi di comunicazione le funzionalità di server e client. Nel linguaggio corrente il termine Peer to Peer viene usato per descrivere le applicazioni con le quali gli utenti possono, attraverso Internet, scambiarsi direttamente files con altri utenti. In particolare, per quanto riguarda Internet, p2p è un tipo di network “transiente” che permette ad un gruppo di persone con lo stesso programma, di connettersi e accedere direttamente alle risorse condivise. Napster fino a qualche anno fa, e ora Emule, Lopster, ecc. sono esempi di tali software.

[3]              Il termine “transiente”, sinonimo tecnico di “transitorio”, deriva dall’astrofisica e dall’acustica e si riferisce a una sorgente la cui radiazione varia nel tempo e in maniera non periodica. Le reti “transienti” sono transitorie dal punto di vista dei flussi informazionali che le compongono; nel caso delle reti p2p, la “transienza” dipende dalla variazione della quantità di informazioni condivise da ciascun individuo.

 [4]             Eppure, violare le leggi sul copyright è incredibilmente un reato tanto diffuso quanto grave: un reato penale! Anche in Italia è stata recepita la normativa europea nota come EUCD, modellata sull’americano DMCA, nel 2003; si veda: http://www.softwarelibero.it/progetti/eucd/

[5]              http://technorati.com (Novembre 2006)

[6]              Si veda il rapporto La blogosfera e i media, www.casaleggioassociati.it

[7]              Vi sono molti metodi per truccare i dati relativi ai link ad un blog, ad esempio le link farm (gruppi estesi di pagine web create per aumentare la popolarità di una pagina), o i fake blog, ovvero blog creati in maniera automatica da programmi, magari sfruttando aggregatori di notizie tipo RSS. Google cerca da tempo di risolvere questo problema, che genera il fenomeno dei click fraudolenti inficiandone, almeno in parte, il meccanismo pubblicitario.

[8]              La vita a Baghdad sotto i bombardamenti nel blog di Salam Pax: http://dear_raed.blogspot.com/

[9]              www.indymedia.org; sezione italiana: italy.indymedia.org: “Indymedia è un network di media gestiti collettivamente per una narrazione radicale, obiettiva e appassionata della verità. Ci impegniamo con amore e ispirazione per tutte quelle persone che lavorano per un mondo migliore, a dispetto delle distorsioni dei media che con riluttanza si impegnano a raccontare gli sforzi dell’umanita’ libera” (dalla presentatione americana).

[11]             Per entrare a far parte della rete Freenet: http://freenetproject.org/

[12]             La crittografia fa paura ai governi, perché genera spazi privati non immediatamente accessibili al controllo poliziesco: non a caso la legislazione statunitense considerava, almeno fino a pochi anni fa, “armi” gli strumenti di crittazione pesante. Al momento, la legislazione in merito è quanto mai confusa. Naturalmente la possibilità di decrittare un documento dipende dalla potenza di calcolo che viene impiegata. Non si tratta quindi di sicurezza assoluta, ma ragionevolmente commisurata all’evoluzione tecnologica. Così utilizzare chiavi di crittazione asimmetrica pesante come il GPG (Gnu Privacy Guard) a 1024 kb offre, nel 2006, una protezione molto elevata, anche se non totale. The Gnu privacy guard: http://www.gnupg.org/

[13]             www.foaf-project.org

[14]             Più tecnicamente, FOAF è un vocabolario RDF/XML per il web semantico con lo scopo di tradurre in un linguaggio comprensibile alle macchine (ad esempio agli spider) quello che solitamente è scritto in una pagina personale circa l’autore di un sito o di un progetto.

[15]             Scrivere il proprio documento FOAF non è difficile utilizzando strumenti come Foaf-a-matic, http://www.ldodds.com/foaf/foaf-a-matic.it.html

[16]             www.indyvoter.org : “The League of Young Voters* is doing national voter-organizing out of New York City. Our mission is to engage pissed off 17-35 year olds in the democratic process to build a progressive governing majority in our lifetime.”