III. Google Open
Source: teoria e pratiche
Open
non è Free
Free Software[1] (Sofware Libero) e Open Source[2] (Sorgente Aperto) sono sintagmi usati
spesso come sinonimi per indicare codici o porzioni di codici informatici;
tuttavia, per quanto descrivano oggetti spesso identici, rispecchiano
prospettive radicalmente differenti. Free Software è un termine nato agli inizi
degli anni Ottanta per iniziativa di Richard Stallman: si riferisce alla
libertà dell’utente di usare e migliorare il software. Più precisamente, può
essere riassunto in quattro libertà fondamentali:
1) Libertà di eseguire il programma, per
qualsiasi scopo.
2) Libertà di modificare il programma
secondo i propri bisogni (perché questa libertà abbia qualche effetto in
pratica è necessario avere accesso al codice sorgente del programma, poiché
apportare modifiche a un programma senza disporre del codice sorgente è
estremamente difficile).
3) Libertà di distribuire copie del
programma gratuitamente o dietro compenso.
4) Libertà di distribuire versioni
modificate del programma, così che la comunità possa fruire dei miglioramenti
apportati.
L’espressione Open Source, invece, nasce
alla fine degli anni Novanta, per iniziativa in particolare di Bruce Perens e
Eric S. Raymond, che nel 1998 fondano la Open Source Initiative[3] (OSI); si riferisce alla Open
Source Definition, a sua
volta derivata dalle Debian Free Software Guidelines, ovvero una serie di 10 punti pratici che
definiscono quali criteri legali debba soddisfare una licenza per essere
considerata effettivamente “libera”: o meglio, con il nuovo termine, Open
Source.
È evidente quindi che da una parte il Free
Software pone l’accento sulla libertà: come sottolineato nella definizione, “il
Software libero è una questione di libertà, non di prezzo”[4]. Dall’altra parte, l’Open Source si occupa
esclusivamente di definire, in una prospettiva totalmente interna alle logiche
di mercato, quali siano le modalità migliori per diffondere un prodotto secondo
criteri open, cioè aperti. Il Free Software ha un senso che va ben oltre il
mercato, pur non escludendolo a priori; l’Open Source esiste, come specificato
dai suoi stessi promotori, per adattare un modello preesistente (quello “free”
nel senso di “libero”) al mercato.
Gli
hackers di Stanford
Ormai da alcuni anni il software Open
Source viene considerato comunemente affidabile, capace di prestazioni elevate
e a costi sostenibili; in pratica è oggi spesso considerato migliore rispetto
ai software proprietari, proprio perché in grado di aumentare l’affidabilità di
un prodotto soprattutto in virtù di una metodologia differente di sviluppo,
aperta e sottoposta a un meccanismo molto ampio di revisione.
Grazie alla realizzazione di software
stabili e funzionali come browser, programmi per ufficio, editor e interi
sistemi operativi (GNU/Linux), quasi ogni utente si è accorto o ha sentito
parlare dell’esistenza dei programmi detti genericamente copyleft o Open
Source.
Open Source era il termine adatto, e
necessario, per sostituire la dicitura Free Software. In inglese infatti la
parola Free ha il duplice significato di Libero e di Gratuito: questa ambiguità
linguistica rendeva il prodotto poco appetibile dal punto di vista economico.
La sostituzione con Open fu un modo strategicamente vincente per mantenere le
caratteristiche di cooperazione libera senza rinunciare alla possibilità di un
uso più strettamente commerciale dei software.
All’epoca, in realtà, si stava assistendo a
un cambiamento radicale nell’assetto delle comunità digitali spontanee, cioè
quelle comunità a cui si sentono legati tutti coloro che danno una definizione
positiva di hacking.
Questi aggregati erano (e lo sono ancora)
estremamente compositi. Ci riferiamo a un interstizio culturale fluido nel
quale si formano e collaborano studenti, professori, ricercatori, liberi
professionisti, polizia e criminali, programmatori stipendiati da società di
sviluppo, appassionati e molte altre tipologie di hacker.
Il movimento del Free Software stava
cominciando un confronto serrato con l’economia di mercato. La battaglia della Free
Software Foundation
verteva sulla diffusione della licenza GPL (General Public License), creata dal fondatore della FSF Richard
Stallman[5]; tale licenza vincola l’artefatto in modo “virale”
alle quattro libertà sopra elencate. In sostanza ogni modifica apportata a
codice sotto licenza GPL deve mantenere la stessa licenza d’uso, rendendo
impossibile la chiusura del codice; questo meccanismo è noto come “permesso d’autore”
(copyleft, gioco di parole su copyright). Nascevano
e si diffondevano allora le prime distribuzioni del sistema operativo
GNU/Linux.
La commistione tra metodo di sviluppo
libero e net-economy avrebbe determinato negli anni successivi al 2000 l’esplosione
dei prodotti Open Source e allo scatenarsi del dibattito politico circa la brevettabilità
del software, il copyright e alla gestione etico-politica di tutto ciò che
attualmente definiamo opera d’ingegno umano.
L’azienda Google, per quanto non sia
direttamente un produttore di software, non è rimasta ai margini dello scossone
Open Source: come altre aziende dinamiche e innovative, Google ne ha cooptato
le metodologie e le ha poste al servizio della sua “missione”.
La contiguità fra Google e Open Source è
spaziale e temporale: nel 1998 a Stanford, proprio mentre Brin e Page mettevano
a punto la prima versione del loro motore di ricerca, stavano emergendo alcuni
importanti progetti Free Software; ricordiamo ad esempio SND e Protegè che, in
campi molto differenti, ovvero l’audio e il web semantico, avrebbero riscosso
grande successo sulla scena digitale.
A Stanford la cultura hacker, da cui deriva
in ultima analisi l’Open Source, si respira come un’aria di famiglia: non è
dunque un caso che il nostro duo formatosi in quegli anni abbia sempre
manifestato una certa predilezione per lo sviluppo su piattaforma GNU/Linux.
Se esistono differenze sostanziali tra Open
Source e Free Software, vi sono però anche elementi in comune e continuità di
vedute. Per semplicità e correttezza parleremo perciò di “metodologie e
pratiche aperte”, in breve di Open Source, per indicare il fenomeno che
interseca Free Software, Open Source e competizione di mercato nel mondo dell’IT.
La prima caratteristica di una comunità
Open (ma in questo senso anche Free) è quella di mettere in pratica un metodo
di lavoro aperto alla collaborazione di tutti, capace cioè di accettare
suggerimenti e interazioni spontanee da ogni tipologia di soggetto coinvolto
nella costruzione dell’artefatto informatico: programmatore, traduttore, o
anche semplice utente. Questo procedimento è stato definito nel gergo hacker
metodo a “bazar” e la sua applicazione su vasta scala si deve allo sviluppo del
Kernel Linux nei primi anni Novanta, un progetto nato per iniziativa di Linus
Torvalds e base di tutte le distribuzioni GNU/Linux[6].
La nuova tecnica cooperativa proposta dall’underground
digitale ha rovesciato la legge di Brooks[7] che regolava le comunità di sviluppo dei
progetti informatici fino a quel momento. Secondo la legge di Brooks, con il
crescere della complessità aumentano esponenzialmente gli errori e quindi un
progetto a cui contribuiscono migliaia di sviluppatori avrebbe dovuto essere un’accozzaglia
di codice instabile e pieno di bug. Invece, attraverso la resa pubblica dei
codici sorgenti, la circolazione libera su internet della documentazione, la
cooperazione e il feedback spontaneo di un numero sempre più elevato
di soggetti in gioco, le comunità libere hanno dimostrato come fosse possibile
un enorme miglioramento nella costruzione di artefatti digitali, sia dal punto
di vista del risultato, sia del processo. I software realizzati in questo modo
vengono generalmente resi pubblici sotto la licenza GPL, che come abbiamo visto
diffonde in maniera virale materiali copyleft.
La licenza GPL non prevede quindi
restrizioni dal punto di vista commerciale; tuttavia, esattamente come il
termine Free Software risultava eccessivamente radicale nel porre le libertà al
primo posto, così anche la GPL è stata sostituita da licenze edulcorate
rispetto al portato etico e politico che il movimento originario voleva
esprimere. È il caso di licenze come la BSD (Berkeley Software Distribution),
che non implica alcuna restrizione rispetto alla chiusura dei codici e quindi
inibisce la viralità, perché porzioni di codice non libero possono essere
integrate nel codice libero. Dunque una creazione libera può diventare
proprietaria. Oppure la MPL (Mozilla Public Licence) e altre licenze sviluppate
su misura per i nuovi prodotti Open Source.
L’economia di mercato diventa così sviluppo
sostenibile e la Community degli sviluppatori il nucleo di una vera e propria
Open Society[8], la chimerica Società Aperta. Questo
immaginario è determinato non solo dall’adesione morale che suscita la pratica
di uno sviluppo comunitario, ma soprattutto dalla qualità superiore degli
applicativi, in apparente contraddizione con
la gratuità delle competenze messe in gioco.
L’era
dell’Open Source economy: concorrenza e bontà d’animo
L’ingresso dell’Open Source nel mercato è,
secondo alcuni osservatori, una delle conseguenze della cosiddetta «convergenza
tecnologica», uno slogan ormai divenuto quasi un paradigma dell’era
informazionale: l’avvicinamento e sinergia di varie tecnologie, precedentemente
ritenute estranee, studiate e sviluppate in ambiti separati.
Dinanzi a queste trasformazioni spesso estremamente
rapide, la creazione di standard aperti ha creato un varco nella “guerra di
tutti contro tutti” del cosiddetto “libero mercato”: “cooperate
on standards, compete on solution”, è il motto della Ibm, una delle principali imprese coinvolte. Se anche
Big Blue decide di cooperare, significa che il gioco vale la candela...
Per molte aziende l’Open Source è infatti
una delle poche possibilità per contrastare monopoli e oligopoli ormai
consolidati, per sfuggire a dinamiche di competizione classiche senza
investimenti enormi, per limitare i costi di sviluppo e quindi diminuire “il
prezzo” dei propri servizi .
Le imprese conoscono da tempo e apprezzano
il valore di una dinamica reticolare di sviluppo e di alleanze: è ben noto che
il valore di una rete è proporzionale al quadrato delle persone/nodi che
collega[9]. Una rete sempre più ampia corrisponde
dunque a profitti esponenzialmente maggiori.
L’Open Source sembra offrire alcune
garanzie rilevanti nello sviluppo di reti ad alto valore aggiunto: da una parte
consente al software di rimanere in qualche modo un bene «pubblico» (adotta lo
sviluppo aperto e si avvale di comunità di supporto); dall’altra mantiene molto
bassi i costi di passaggio da un sistema all’altro (i cosiddetti switching costs), in particolare dai modelli proprietari a
quelli aperti, anche e soprattutto nel caso dei sistemi legacy, cioè obsoleti. I costi maggiori nell’adozione di nuove tecnologie
sono dovuti alla formazione degli utenti, non all’investimento per l’acquisizione
della tecnologia stessa; a maggior ragione se si tratta di software eccellente
dal costo risibile.
Ma il risultato più importante, il cui
prezzo è difficilmente calcolabile, è la creazione di un’immagine completamente
nuova: per la propria azienda e per i propri prodotti.
Il successo delle logiche del software
libero ha prodotto diversi tentativi di applicazione delle medesime pratiche in
altri settori. Sono stati inevitabilmente coniate nuove espressioni e formulati
auspici spesso esagerati: Open Laws, Open Science, persino Open Society
sembrano a portata di mano. Oggi infatti l’idea di società Open Source è
divenuto quasi un paradigma della nuova era volta alla ricerca di uno strumento
comune per una prospettiva politica “possibile”. Per società Open Source si
intende infatti una società il cui codice sia aperto e al cui miglioramento
possano partecipare tutti liberamente. Messa in questi termini non si può che
essere d’accordo. Sorprende però la leggerezza con cui si mutua un termine da
un percorso particolare, tecnico e informatico, per renderlo generale,
applicandolo a teorie filosofiche, economiche, sociologiche, senza considerare
le possibilità di modificare quel concetto o quantomeno utilizzarlo con le
dovute precisazioni.
Open Source infatti, nel campo del software
in cui è nato il termine, significa anche concorrenza, gare per accaparrarsi i
cervelli migliori al minor prezzo, finanziamenti di capitale di rischio,
operazioni miliardarie di acquisto e vendita, un grande business orientato a
una forma più “democratica” e morbida di capitalismo. Questa dinamica mira non
più ad asservire la forza lavoro, bensì a cooptarla nella realizzazione della
missione dell’azienda, che si identifica sempre più con la realizzazione dei
propri desideri individuali[10].
Tra le tante società che oggi sfruttano
quest’onda per ottenere i più diversi vantaggi c’è anche Google che, d’altronde,
è buono per motto: perciò, Don’t be Evil, usa il software libero, è gratuito, è
migliore di quello proprietario, gli sviluppatori sono fieri di collaborare. La
visita a Googleplex ha mostrato chiaramente come a Mountain View questa
strategia di penetrazione nelle vite delle persone sia stata affinata al
massimo grado: lavoratori gratificati, incoraggiati a essere creativi e felici
producono meglio e di più rispetto a lavoratori frustrati e oppressi.
Sedurre gli hackers: autonomia, soldi facili,
strumenti gratuiti
Lo sfruttamento dell’Open Source da parte
di Google raggiunge l’apice intorno al 2005, quando la sua immagine è stata
appannata dalle azioni dei concorrenti e da vicende giudiziarie non cristalline[11].
Per quanto il progetto fosse notoriamente
radicato nella cultura informatica e nella pratica dell’eccellenza accademica, non
era sufficiente usare il sistema operativo GNU/Linux per far funzionare il datacenter
di Google: occorreva esplicitare la fiducia verso l’Open Source con un’iniziativa
forte, che richiamasse l’attenzione nel magma delle reti a produzione libera.
Non era più sufficiente offrire il supporto
per la lingua h4x0r, il linguaggio dei “veri” hackers, (o per il klingoniano di
Star Trek), per accattivarsi le simpatie degli sviluppatori. Inoltre l’atteggiamento
elitario da cervelloni universitari cominciava a spazientire gli investitori.
Arroganza e culto meritocratico di
derivazione accademica, anche se supportati da risultati sempre ottimali, hanno
poco riscontro presso gli investitori che reclamano sostanziosi dividendi. Era
inevitabile che si chiudesse la fase in cui i due potevano permettersi
scherzosamente di quotare in borsa il titolo ipotizzando azioni per un valore
di 2.718.281.828 dollari, un numero che ricalca la costante matematica “e” (la base della funzione logaritmo
naturale); o anche uscite balzane come l’annuncio dell’agosto 2005, quando
dichiarano che avrebbero venduto 14.159.265 azioni per raccogliere 4 miliardi
di dollari di liquidità, senza far parola con gli investitori dell’uso che
avrebbero fatto di quel denaro.
Per sostenere concretamente il proprio
desiderio di investire in ricerca, per dimostrare come attraverso una simile
strategia si possa non solo competere, ma eccellere sul mercato, era necessaria
una mossa strategica rivolta non tanto agli utenti “normali”, ma piuttosto ai
giovani cervelli, al futuro, all’innovazione; tradotto operativamente questo
significa creare comunità, offrire strumenti di sviluppo, stipulare accordi con
altre società del settore. Ovvero, corteggiare il mondo dell’Open Source.
Google comincia a investire nella creazione
di comunità nell’Ottobre 2005, quando finanzia con 350.000 dollari l’Oregon State
University e la Portland State University per migliorare la qualità dei
progetti Open Source, favorendo la nascita di nuovi software. Successivamente
viene avviato in pompa magna il programma mirato del Giugno 2005: Summer Of Code, cioè “L’estate del codice”, promosso
direttamente su una pagina del sito di Google, e ora reperibile su http://code.google.com/summerofcode05.html.
Lo stile comunicativo è chiaro: offrire
opportunità ai migliori. Ogni programmatore che avesse creato un progetto Open
Source nuovo o apportato una miglioria degna di nota a un progetto già
esistente entro l’arco dell’estate, avrebbe avuto un premio di 4500 dollari. L’operazione
mirava evidentemente a presentarsi come un’esplicita dichiarazione d’amore
verso l’Open Source, ovvero a rimarcare che l’ Open Source era il terreno
strategico sul quale coltivare l’innovazione. In secondo luogo, puntava ad
attirare le simpatie dei giovani sviluppatori con un’iniziativa di sostegno finanziario
concreto al loro lavoro. Infine, cercava di creare una vera e propria comunità
nello stile “aperto”, quantomeno relativamente alla sponsorizzazione.
I programmatori premiati, perlopiù
studenti, sono stati oltre quattrocento; per la maggiore hanno apportato
modifiche e introdotto novità su progetti già esistenti, piuttosto che far
conoscere i loro nuovi software, aggiungendo caratteristiche a programmi come
Apache, Fedora, Gaim, lo stesso Google, Inkscape, Jabber, KDE, Mozilla,
OpenOffice.org, Python, Samba, Gnome, Mono, Ubuntu. Un bel guadagno per tutti, specialmente per
le società che stanno dietro a questi progetti: tra le principali, ricordiamo
IBM, RedHat, LinSpire, Novell, Mozilla.com, Sun, HP, Ubuntu[12].
Alcuni di questi progetti, insieme a quelli
sviluppati nel famigerato 20% di tempo libero dai dipendenti di Google, hanno
permesso il raggiungimento del secondo obiettivo nel percorso di avvicinamento
all’Open Source: offrire strumenti di sviluppo. Già dal 2002 Google offriva
strumenti di sviluppo scaricabili gratuitamente dal sito code.google.com.
Adesso questa pagina contiene i progetti proprietari creati dai team di
sviluppo di Google e insieme i progetti vincenti di Summer of Code che sono in
qualche modo legati ai suoi servizi.
La sezione “Code” del sito propone alcuni
progetti dedicati ai creatori di software nei più diversi linguaggi di
programmazione (Java, C++, Python, etc.). Offrire strumenti di sviluppo è un
elemento essenziale per chiunque voglia permettere la creazione di software e
comunità, perché si investe proprio sui mezzi di lavoro necessari per la loro
creazione. I progetti concepiti dai programmatori di Google come strumenti di
sviluppo prendono il nome di Google API, librerie proprietarie per
interfacciarsi e utilizzare i principali servizi del colosso di Mountain View.
Una libreria è un’insieme di funzioni
condivise: si tratta di porzioni di codice compilate che forniscono strumenti
ad altri programmi che abbiano la necessità di funzioni semplificate. Un
esempio molto intuitivo è costituito dalle librerie grafiche GTK, QT e FLTK,
che implementano gli elementi standard di un’applicazione visuale (pulsanti,
menù, icone...), semplificando il lavoro dei programmatori: questi ultimi,
appoggiandosi alla libreria preferita, scriveranno solo le funzioni reali del
programma. Saranno infatti le librerie a disegnare i pulsanti, a gestire i
click del mouse, a tracciare le ombre e molto di tutto ciò che siamo abituati a
vedere come utenti. Il tempo e le capacità dei programmatori vengono così
ottimizzate; poiché chi scrive codice difficilmente sarà entusiasta di creare i
bottoncini delle sue applicazioni, le librerie grafiche rivestono un ruolo
essenziale di collante fra i vari progetti. Da una parte, le applicazioni
risulteranno relativamente omogenee dal punto di vista grafico; dall’altra, i
programmatori potranno concentrarsi sul loro lavoro, senza perdere troppo tempo
nell’implementazione della interfacce.
Vi sono comunità di sviluppo che si
occupano delle librerie per fornire strumenti generici e trasversali per la
risoluzione di problemi complessi (connessioni di rete, comunicazione tra
applicativi, gestione del testo, immagini, compressione). Esattamente come un
software viene scritto con l’obiettivo di raggiungere più utenti possibile, una
libreria è fatta per arrivare a quanti più sviluppatori possibile.
Le librerie quindi permettono ai
programmatori di creare i propri software partendo da un set di elementi messi
in condivisione, veri e propri standard de facto della
programmazione. Appoggiarsi alle librerie significa implementare il lavoro
avvalendosi di una base di partenza anche molto ampia e complessa, che utilizza
al meglio il codice già disponibile e stratifica le competenze. Le librerie
hanno quindi un valore strategico sia nelle dinamica di cooperazione spontanea
del FS sia nell’economia relazionale dell’OS.
Le librerie di Google, cioè le Google API,
sono pubblicate con licenza proprietaria, cioè nascondono al programmatore il
meccanismo del loro funzionamento. Ma non è tutto: è presente anche un
particolare dispositivo di controllo, infatti lo sviluppatore che scarica
gratuitamente le librerie deve autenticarsi attraverso un codice. Questo
sistema permette a Google di tracciare in maniera pervasiva tutti i movimenti e
le modifiche che derivano dall’uso delle sue API. I programmatori che usano
queste librerie hanno l’opportunità di inserire la ricerca di Google nel
proprio sito o conoscere in tempo reale il proprio PageRank. Inoltre possono
realizzare software capaci di gestire campagne pubblicitarie attraverso
AdWords, generare mappe dinamiche dei loro dati con l’interfaccia di Google
Maps o anche implementare client VoIP per la telefonia on-line compatibili con
GTalk. In breve, possono sviluppare i servizi di Google come meglio credono,
nel linguaggio di programmazione a loro più congeniale, sotto l’attenta
supervisione di Mountain View.
L’enorme diffusione dei servizi di Google
si coniuga con la possibilità di personalizzazione nei minimi dettagli:
infatti, mediante la scrittura di appositi documenti XML[13], è possibile creare “ponti” di
collegamento fra i diversi servizi di Google; per esempio programmando pezzo
per pezzo l’homepage di Google come se fosse un vero e proprio
applicativo, rendendola in questo modo del tutto adeguata alle proprie
esigenze. Qualcosa di molto simile si può fare con Google Earth: è possibile
costruire particolari navigazioni in 3D sulle foto satellitari, evidenziando
graficamente sui computer degli utenti ulteriori zone geografiche, edifici,
dati climatici, ecc.
Tutti questi strumenti predisposti per chi
sa scrivere codice (in almeno un linguaggio) sono essenziali per trovare nuove
combinazioni o semplicemente usare ciò che Google rende pubblico, almeno in
parte, all’interno di propri applicativi[14]. Esiste addirittura un portale, googleearthhacks.com, dove si possono trovare moltissimi
trucchi e hack per utilizzare nei modi più impensati
questo servizio, incrociando le mappe satellitari con qualsiasi altro database.
Tutte le possibilità che le API di Google
ci offrono implicano il rispetto di due precise regole: la registrazione e la
licenza. Per attivare funzioni di Google API infatti è necessario richiedere
una chiave, cioè un codice di accesso e comunicare esattamente dove le si vuole
impiegare. Le API si attivano solo dopo aver effettuato questa registrazione.
Il secondo punto è la licenza. Non avendo una licenza copyleft, queste API si
possono utilizzare soltanto nel rispetto di alcune limitazioni: ad esempio, è necessario avere un account
Google, perché l’accumulo di informazioni non si arresta mai; inoltre, le mappe
sono di proprietà esclusiva di Google (o di terze parti) e non possono essere
modificate in alcun modo. Naturalmente, per usi commerciali è necessario
stipulare un contratto. Il codice di attivazione permette a Google di mantenere
sempre il controllo totale sui nuovi programmi generati sulle sue API: può
bloccare a piacimento gli applicativi o semplicemente controllare sia il modo
in cui accedono ai servizi, sia l’uso che ne viene fatto. Tutto questo è
possibile perché il codice sorgente non è pubblico e libero e risulta quindi
impossibile comprendere il funzionamento interno delle librerie.
Oltre a far sviluppare gratuitamente e a
monitorare lo sviluppo dei propri servizi, un altro motivo per cui Google sta
creando comunità con questa strana formulazione che potremmo definire
pseudo-Open è quello di ottenere un database sul quale fare ricerca e vendita
di statistiche.
Ospitare gratuitamente i progetti dei
singoli programmatori significa ottenere la loro fiducia. Permettere a chiunque
di effettuare ricerche sul database dei progetti ospitati attiva una solida
catena di utenti. Una simile incubatrice gratuita di giovani talenti garantisce
inoltre la disponibilità di materiale umano fortemente motivato e la cui
formazione, ovvero il costo principale nel settore dell’IT, è già stata
compiuta in maniera autonoma e del tutto conforme allo stile dell’azienda.
L’offerta di strumenti di sviluppo è un
meccanismo di talent-scouting noto da tempo e in particolare è il
cavallo di battaglia di alcune solide aziende come la Va Software Corporation,
che mette a disposizione gratuita del mondo dell’Open Source computer
estremamente potenti e banda larga, spazio disco e assistenza non alla portata
di tutti. Due paradisi digitali possono vantare una fama mondiale e un numero
di progetti ospitati superiore a ogni altro concorrente: sourceforge.net e
freshmeat.net, entrambi di proprietà della Va Software. Questi portali hanno
una tale risonanza che anche i progetti più piccoli, una volta comparsi sulle
prime pagine, arrivano tranquillamente a contare centinaia di visite al giorno.
Tutti i progetti in seno a code.google.com hanno una loro pagina relativa su
freshmeat.net e/o sourceforge.net.
In questo modo gli applicativi possono al
contempo godere della visibilità di Google e di tutti i servizi messi da
disposizione dal colosso Va Software: mailing list, computer dedicati per la
soluzione degli errori di programmazione (debug), per
sistemi di controllo delle versioni, delle revisioni e dei cambiamenti del
codice (ad esempio cvs, Concurrent Versioning System), forum di
discussione, ecc.
È semplice immaginare come, con un database
utilizzato gratuitamente da migliaia di coder, la Va Software può garantire un ottimo servizio di business to business per aziende legate al mondo Open Source e
non solo. Un data mining di particolare interesse per affari
miliardari. Tra gli sponsor e inserzionisti di sourceforge.net e freshmeat.net
troviamo Red Hat, Microsoft e molti altri.
Vi sono molti modi per mettere in
collegamento gli sviluppatori con le aziende Open Source. In Italia, SUN
Microsystem offre la possibilità di pubblicare il proprio curriculum su una
mappa di Google (utilizzando le Google API), attraverso il portale javaopenbusiness.it.
Sono gli sviluppatori stessi a segnalare il proprio profilo, creando così una
mappa delle competenze Open Source in Italia attraverso gli strumenti resi
disponibili da SUN e da Google.
Google può quindi contare sull’implementazione
praticamente gratuita dei propri prodotti da parte di centinaia di utenti; a
questo si aggiunte l’investimento mirato di gare come Summer of Code, festival dedicati alla promozione e
sviluppo dei propri servizi e, ultimo ma non meno importante, sistemi di
reclutamento eccezionalmente dinamici. Tra questi, si trova anche il
video-reclutamento, direttamente sulle pagine di video.google.com, con
interviste a dipendenti entusiasti e a Sergey Brin in persona, tutti concordi
nell’illustrare i privilegi del lavoro a Mountain View[15].
Ambienti
ibridi fra università e azienda
Date queste premesse, l’avvicinamento di
Google all’Open Source appare quanto mai strategico e interessato, per quanto
senz’altro originato da un comune sentire rispetto alle dinamiche cooperative
tipiche delle comunità di sviluppo Free Software, nate nell’humus accademico.
La strategia dell’accumulo evidenziata in precedenza è all’opera anche in
questo ambito: infatti Google si comporta come una sorta di buco nero che usa
codici aperti, o addirittura ne favorisce la stesura e li attira, per poi
immetterli nel proprio circuito. Ad esempio, nessuna delle modifiche che i
programmatori di Google hanno apportato agli strumenti aperti usati è mai stata
resa pubblica. In particolare il loro Google Web Server (GWS) è una versione
modificata di una versione di Apache, il server web Open Source più diffuso
nella Rete. Questo significa senz’altro sfruttare le potenzialità e le
realizzazioni del metodo di sviluppo aperto, senza però condividere le proprie
implementazioni e miglioramenti.
Un fattore di primaria importanza a
proposito delle relazioni con il mondo Open Source è che Google nasce a
Stanford, un’università nota per la sua capacità di generare start-up aggressive e competitive basandosi su ricerche di elevato profilo. Per
quanto Stanford fosse, e continui a essere, un ambiente favorevole allo
sviluppo di progetti Open Source, il legame a doppio filo con il capitale di
rischio rende difficile e anzi impossibile proseguire sulla strada dell’eccellenza
accademica una volta usciti dal campus.
Un breve accenno alla ricerca accademica
americana è necessario per comprendere le origini di Google, tra l’Open Source
e la ricerca orientata al profitto. Infatti a livello più generale va
sottolineato il carattere accentratore dell’università statunitense a proposito
di creazione intellettuale: tutti i progetti sviluppati in campo accademico
sono tendenzialmente copyright dell’università che ha ospitato il gruppo di
ricerca. Stanford non fa eccezione: del resto, negli Stati Uniti le accademie
sono storicamente legate al mondo degli affari, e spesso sono vere e proprie
imprese. I brevetti universitari sulle invenzioni dei ricercatori fruttano
royalties di tutto rispetto; inoltre conferiscono prestigio ai centri di
ricerca e agli studenti/ricercatori/imprenditori.
Le università sono ambienti ibridi, tra il
pubblico e il privato. Negli USA fino al 2002, almeno in teoria, i luoghi di
ricerca pubblici non potevano brevettare le loro invenzioni; lo stesso si
dica per i laboratori privati ma
finanziati con fondi pubblici (quindi spesso anche le università). Infatti il
pagamento dei dazi ostacola la libera circolazione dei saperi nella ricerca
scientifica, la possibilità di riprodurre, verificare o falsificare i risultati
sperimentali. Questo in base all’Experimental Use Defense, “protezione dell’uso sperimentale”, un principio che autorizza l’uso
gratuito di tecnologie brevettate nell’ambito della ricerca, introdotto nel
1813, e abolito appunto nel 2002 con la sentenza a favore del ricercatore John
Madey. Madey ha citato in giudizio la Duke University, per cui lavorava, perché
usava un’apparecchiatura da lui brevettata per ricerche laser su elettroni
liberi. La Corte ha ritenuto che l’Experimental Use Defense fosse stato concepito per proteggere lo scienziato dedito alla ricerca
disinteressata e libera, ma evidentemente nelle università questa attività non
è più così innocente e, anche nel caso non sia direttamente commerciale, può
essere considerata un “affare lecito” (legitimate business),
poiché procura finanziamenti e necessita di forza lavoro e di personale in
formazione (studenti). Cade così ogni distinzione fra la ricerca privata e
quella pubblica[16].
Naturalmente, tutti i progetti nati a
Stanford sono sottoposti a brevetto da parte dell’università, e questa
commistione fra incentivo ai progetti Open Source da una parte, e
brevettabilità selvaggia dall’altra, non giova certo all’ideale, né tanto meno
alla pratica, della “ricerca” in sé, tanto sbandierata come punto d’orgoglio e
di forza di Google.
La questione del brevetto si fa ancora più
interessante se ricordiamo che il successo di Google si basa su un algoritmo
ideato da Larry Page, a partire dalla collaborazione con Sergey Brin, quando
erano ricercatori alla facoltà di Scienze Informatiche presso Stanford. L’algoritmo
che ha rivoluzionato l’indicizzazione della Rete è quindi è di proprietà di
Stanford, sottoposto a regolare brevetto. Andiamo a scoprire nel dettaglio come
funziona questo prodigio, come riesce a fornire risultati in tempi più rapidi
di qualsiasi concorrente, quasi che davvero potesse dare a ogni utente “ciò che
vuole”.
[1] La filosofia del Free Software: http://www.gnu.org/philosophy/free–sw.it.html
[2] La definizione di Open Source: http://www.opensource.org/docs/definition.php
[3] Il sito della Open Source
Initiative: http://www.opensource.org/
[4] Anche in articoli recenti, peraltro di buon livello, bisogna notare
questa confusione fra Free Software e Open Source, quasi che il secondo fosse
un miglioramento del primo in perfetta sintonia e continuità. Il movimento
fondato da Stallman ha senz’altro mostrato molti limiti concreti, non
solo nelle relazioni con il mercato ma anche nell’assunzione di
posizioni troppo ideologiche; tuttavia non ci sembra corretto tracciare linee
evolutive semplici quando il panorama è assai frastagliato e complesso. Si veda
ad esempio “Economia delle Reti Open Source: storia e
dinamiche del movimento del software libero”, http://www.pluto.it/files/journal/pj0601/economia_reti.html
[5]
La Free Software Foundation in italiano: http://www.gnu.org/home.it.html
[6] Si veda in proposito: Eric S. Raymond, La cattedrale e il bazar,
Apogeo, Milano, http://www.apogeonline.com/openpress/cathedral
[7] La legge di Brooks secondo Eric S. Raymond: http://www.apogeonline.com/openpress/libri/545/raymondb.html
[8] Per una trattazione approfondita, rimandiamo a Ippolita, Open non è
free, Elèuthera, Milano, cap. II, online www.ippolita.net/onf/
[9] Si tratta di una legge matematica formulata alla fine degli anni
Settata da Robert Metcalfe, studente della Harvard University e poi fondatore
della società 3Com oltre che pioniere del networking (e inventore del
protocollo ethernet, ancora oggi fondamentale per le reti intranet). Ecco la
traduzione ad hoc del passaggio saliente: “Il valore di un
network cresce esponenzialmente del numero dei computer connessi al network
stesso. Quindi, ogni computer che si aggiunge al network da una parte utilizza
le risorse di questo (o le informazioni o le competenze) e dall’altra porta nuove risorse (o nuove informazioni o competenze) al
network, facendone incrementare il valore intrinseco”. Da questo principio generale deriva che: 1) il numero di possibili
relazioni, o meta-relazioni, o connessioni all’interno di un network
cresce esponenzialmente rispetto alla crescita di computer collegato ad esso
(di qui il valore strategico dei link all’interno di una rete);
2) il valore di una comunità cresce esponenzialmente rispetto alla crescita
degli iscritti a questa comunità (di qui il valore strategico delle comunità
virtuali). Si veda http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Metcalfe
[10] In un contesto arretrato come quello italiano, in cui le aziende, anche
nel settore dell’IT, continuano ad applicare obsolete
logiche fordiste di produzione di massa, senza valorizzare minimamente le
potenzialità degli individui, potrebbe apparire sprezzante l’attacco nei confronti del capitalismo dell’abbondanza alla Google. Ma come non crediamo nello sviluppo sostenibile
e nel consumismo responsabile promossi da un’abile propaganda
terzomondista, così non possiamo avallare nessuna forma di sfruttamento degli
individui, nemmeno quella di Googleplex, sottile e persino piacevole per i
lavoratori ormai diventati creativi entusiasti. Non si tratta di rigidità
dogmatica, ma di un minimo, comune buon senso (common decency): la missione ultima non è la piena
realizzazione delle persone, bensì il dispiegamento senza fine del capitale,
non importa se morbido o ferocemente repressivo. Richard Sennett l’ha mostrato con lucidità e un’ampia ricognizione
storica in “L’uomo flessibile. Le
conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, Feltrinelli, Milano, 1999, il cui titolo originale è ben più
icastico: “The Corrosion of Character”, La corrosione del carattere. D’altra parte, il
consumismo estremo del capitalismo dell’abbondanza potrebbe
costituire il primo passo verso un nuovo fascismo, come mostra la lucida
visione di J.G. Ballard nei recenti romanzi Millennium People (Feltrinelli,
Milano, 2004) e Regno a venire (Feltrinelli, Milano, 2006).
[11] Si veda il capitolo I.
[12]
Summer of code è
stato riproposto nell’aprile 2006 http://code.google.com/soc/: il successo è garantito.
[13] XML, eXtensible Markup Language, è un linguaggio
estensibile realizzato per poter utilizzare in modo semplice i documenti
strutturati, studiato per il Web e per superare i limiti di HTML (HyperText
Markup Language), ma con possibilità di utilizzo in ambienti differenti.
Sviluppato dal W3C, il World Wide Web Consortium, XML è un sottoinsieme di SGML
(Standard Generalized Markup Language), uno standard internazionale che
definisce le regole per scrivere markup language; volutamente non comprende
alcune funzionalità complesse di SGML difficilmente implementabili su Web. La
prima bozza di XML risale al novembre 1996, l’attuale specifica di XML è
consultabile all’indirizzo http://www.w3.org/TR/1998/REC-xml-19980210 la traduzione in italiano di questo documento è
consultabile al seguente indirizzo: http://www.xml.it/REC-xml-19980210-it.html
[14] Colpisce il fatto che il motore di ricerca, dal punto di vista dell’interazione con le API, sia limitato a mille richieste al giorno.
Questo vuol dire che i software che si basano sulle API potranno effettuare al
massimo mille interrogazioni giornaliere. Probabilmente le limitazioni
diminuiranno con il tempo, perché la capacità di Google cresce senza sosta;
tuttavia, le limitazioni vengono imposte da Google senza fornire nessuna
motivazione.
[15] Il video è disponibile all’indirizzo
http://video.google.com/videoplay?docid=-8618166999532839788.
[16] Le notizie sono tratte da Laser, http://www.e-laser.org/htm/news.asp?idNews=233 e http://www.e-laser.org/htm/news.asp?idNews=151 e dal volume Gruppo Laser, op. cit., www.ippolita.net/editoria/2/laser_-_il_sapere_liberato.pdf; fonti giuridiche dirette sul caso Madey: www.law.nyu.edu/journals/lawreview/issues/vol79/no4/NYU406.pdf