II. BeGoogle
La
fuga dei cervelli verso Google: la guerra per il controllo del web
“Ucciderò quel fottuto di Google! Eric
Schmidt è un fottuto e lo seppellirò, come ho già fatto”[1]: così è esploso nel maggio 2005 Steve
Ballmer, amministratore delegato di Microsoft, alla notizia dell’assunzione da
parte di Google di Kai-Fu Li, dirigente di punta della casa di Redmond e suo
uomo chiave in Cina (Kai-Fu Li aveva infatti realizzato il motore MSN Search
per i cento milioni di utenti cinesi). Un’invettiva rivolta evidentemente
all’attuale Amministratore Delegato di Google, ex top manager di Sun
Microsystems e di Novell, aziende che Microsoft ha in passato affrontato sia
sul mercato che in aule di tribunale. Kai-Fu Li è diventato il responsabile di
un laboratorio di ricerca aperto nei dintorni di Shanghai.
Microsoft ha immediatamente avviato un
procedimento legale nei confronti dell’ex dipendente e soprattutto nei
confronti di Google. Questo perché Kai-Fu Li avrebbe violato, grazie all’aiuto
determinante del re dei motori di ricerca, dei riservatissimi accordi
contrattuali stipulati con il colosso di Redmond. Essendo un direttore
esecutivo, Kai-Fu Li conosce segreti commerciali e industriali e, secondo i
legati di Microsoft, non esiterà ad utilizzare tecnologie e know-how
socioeconomico per massimizzare i guadagni della società concorrente. L’uomo
dello scandalo costa caro, circa due milioni e mezzo di dollari l’anno di
“salario” e 20.000 azioni dell’azienda. Cifre esorbitanti che danno la misura
dell’altissima posta in gioco, non solo nel mercato cinese.
Dopo oltre un anno, la contesa giudiziaria
fra i due colossi si conclude con il patteggiamento di un’intesa bilaterale nel
dicembre 2005, appena un mese prima di finire davanti al giudice: un accordo
privato assolutamente confidenziale. Forse sono state pagate grosse somme di
denaro, o forse Microsoft ha vincolato Kai-Fu Li a non rivelare assolutamente
qualsiasi tipo di segreto.
Questa storia è solo una delle più curiose
ed emblematiche di una tendenza in atto da qualche anno: Kai-Fu Li infatti è
solo l’ennesimo dirigente passato a Google ovvero “la società che più
assomiglia a Microsoft”, come ha tuonato Bill Gates, ogni giorno più incerto se
demonizzare i due studenti prodigio – rafforzando indirettamente la loro nomea di
protagonisti “buoni e generosi” del mondo dell’IT – oppure fingere che non
esistano affatto, che non siano interlocutori degni di nota.
In realtà, Bill Gates sa bene quanto le
trasmigrazioni di manager, soprattutto nel settore tecnologico, comportino l’assunzione
del “core business” della società dalla quale il manager proviene: Microsoft ha
usato la stessa strategia contro i propri rivali in diverse occasioni. La
tattica commerciale di rubare i segreti industriali, meccanismi di produzione e
gestione delle risorse attraverso l’assunzione di elementi di spicco delle
società concorrenti è sempre stata nelle corde della competizione industriale;
si fa sempre più diffusa e frequente nell’epoca dell’economia informazionale.
La scelta del management da parte di Brin e
Page è un chiaro indice degli obiettivi di Google: diventare la piattaforma del
web più completa e maggiormente personalizzabile, promuovendo una
personalizzazione dei servizi, sostenuta da un immenso bacino di informazioni.
In sostanza, Google spinge sull’acceleratore per catalogare ogni genere di
informazione digitale, dai siti web ai forum di discussione, dalle immagini ai
video, dalle email ai blog, senza che si intravveda alcun limite all’orizzonte;
ciò significa fare la guerra a Microsoft, che al momento rimane nonostante
tutto il maggior concorrente nel settore, con il suo browser Internet Explorer,
il suo portale MSN, il servizio di posta elettronica Hotmail, ecc.
Gli interessi delle due società si stanno
sovrapponendo in misura crescente: entrambe mirano a essere elementi di
mediazione indispensabili per ogni attività informatica. Microsoft è riuscita a
imporre il suo predominio grazie ai sistemi operativi e ai programmi per
ufficio, che attualmente sono uno standard nel mondo del lavoro e nell’home
computing; da parte sua, Google si pone ormai da tempo come mediatore globale
dei servizi web, quali la ricerca di informazioni (che è il suo core business) in tutte le sue declinazioni, ma anche
servizi aggiuntivi come la posta elettronica. Schematizzando in un’opposizione
netta, Microsoft domina da anni grazie a dei prodotti che portano a dei
servizi, Google sta cercando di dominare grazie a dei servizi che necessitano
di prodotti di supporto.
La competizione quindi si basa sulle scelte
degli utenti e sugli standard futuri che Google cerca di affermare. Utilizzare
programmi via web limitando al solo browser i requisiti per accedere ai servizi
significa sottrarre mercato a chi ha sempre investito nel prodotto e nella
creazione di nuove forme di architetture informatiche basate sul web. Lo stesso
vale nei mercati economici: si passa da una economia all’ingrosso (Microsoft),
dove si cerca di vendere licenze dello stesso programma/prodotto, a una
economia totalmente personalizzata per ogni utente, dove i prodotti sono
reperibili sulla rete.
Code
lunghe nelle reti: dentro l’economia della ricerca, Google vs. Microsoft
Google sfrutta, secondo l’argomentazione
chiave dell’ampia trattazione di John Battelle[2], l’ascesa dell’ “economia di ricerca”. Nel
saggio The Search, Battelle, giornalista tra i fondatori di Wired, sostiene che
il futuro del commercio online sarà legato alle ricerche personalizzate pagate
dagli utenti. Google, che gestisce il più grande database delle “intenzioni di
ricerca” dei navigatori, si trova nella posizione ideale per soddisfarle,
grazie alla sua rete capillare, costituita da una piattaforma
pubblicitaria eccezionalmente efficace (AdWords) e da un network di
inserzionisti che ormai conta milioni di siti in tutto il mondo (AdSense). La
scommessa di Google è quella di soddisfare ogni bisogno/desiderio che gli
utenti esprimono nelle loro ricerche, fornendo servizi per il nuovo consumismo
“a misura d’individuo”: ciascun utente/cliente troverà proprio quello che
cerca, il prodotto studiato appositamente per lui. L’esempio più noto di “personalizzazione di massa” è quello dei servizi di commercio online
offerti da Amazon, in grado di guadagnare molto più dalla vendita di singole
copie di un libro o di un cd piuttosto che dai picchi di vendita di centinaia o
migliaia di copie dei best-sellers. I tantissimi clienti che comprano online
volumi non particolarmente popolari rappresentano una miriade di “eventi” che
si verificano raramente, o addirittura una sola volta; riuscire a soddisfare
queste “ricerche personalizzate” costituisce il punto di forza della
distribuzione di Amazon. Infatti per una libreria tradizionale, basata su
magazzini, giacenze, ordinativi minimi, è impossibile ottenere la disponibilità
di milioni di titoli come Amazon; i proventi maggiori derivano perciò dalle
novità e dai titoli più venduti. La fornitura di una singola copia per
soddisfare la richiesta di un solo cliente risulta antieconomico per una
libreria tradizionale, ma è possibile e redditizio per Amazon, che sfrutta appunto
l’“economia della ricerca” dei mercati online.
Questo tipo di mercati viene chiamato in
gergo economico a “coda lunga”[3]. La teoria statistica delle “code lunghe”
risale almeno alla “distribuzione di Pareto”[4], in cui “pochi eventi si verificano con estrema
frequenza, molti eventi si verificano con scarsità”. Una simile distribuzione
di eventi viene descritta, a livello statistico, da un’iperbole nella quale la
“coda lunga” è rappresentata dalla miriade di “eventi”, singolarmente pressoché
irrilevanti, ma nel complesso numericamente assai elevati. Matematicamente, una
distribuzione a coda lunga segue la cosiddetta “legge di potenza”[5].
La strategia vincente sui mercati a “coda
lunga” è quindi non l’abbassamento dei prezzi dei prodotti più popolari, ma l’ampliamento
dell’offerta, che permette ricavi maggiori attraverso la vendita in poche copie
di tanti prodotti diversi.
In termini commerciali, il reddito maggiore
sta nelle piccole vendite. In effetti, la maggior parte dei business in Rete si
fonda sulla coda lunga: lo stesso Google produce reddito vendendo pubblicità a
costi bassi a milioni di persone sotto forma di banner testuali (text ads)
piuttosto che vendendo pochi spazi dai costi elevati a inserzionisti
importanti.
Battelle è interessato all’applicazione
della ricerca a mercati non sfruttati: nel caso di Google, l’enorme quantità di dati messa a
disposizione sui quali effettuare ricerche ha permesso, a suo dire, lo
sfruttamento commerciale delle “code lunghe”. Nel contesto dell’e-commerce le
code lunghe hanno tre implicazioni. In primo luogo, attraverso Internet i
prodotti con poca domanda possono, collettivamente, creare un mercato superiore
a quello del piccolo gruppo degli articoli assai venduti. In secondo luogo,
Internet dà vita a una proliferazione di venditori, proprio come favorisce una
proliferazione di mercati (è il caso del sistema di aste online di eBay).
Infine, grazie alla ricerca, diviene possibile un passaggio dai mercati di
massa a quelli di nicchia.
Quest’ultima tendenza si basa sulla
formazione di gruppi spontanei, un fenomeno molto diffuso nelle Reti. Su
Internet, anche i gruppi numericamente più rilevanti non sono masse omogenee di
persone, ma variegate comunità di utenti uniti da una passione, un interesse o
una finalità in comune. L’opposizione fra masse e nicchie non ha quindi grande
rilevanza per l’individuazione di segmenti di mercato utili. A livello
commerciale questo provoca la nascita di siti che propongono e-commerce su
prodotti legati a tipologie molto specifiche di utenti, che al di fuori della
distribuzione on-line non costituiscono in alcun modo un mercato interessante:
ad esempio, magliette con loghi per smanettoni, orologi che segnano l’ora in
binario, computer luminosi e altri oggetti dedicati ai tecnofili. L’ampiezza
dell’offerta ripagherà la scarsità della domanda, ripartita su un numero
elevatissimo di prodotti altamente personalizzati.
In un simile scenario, è possibile, come
evidenzia il puntuale articolo di Charles H. Ferguson[6], che Google e Microsoft combatteranno per
il controllo della catalogazione, della ricerca e dell’estrazione di tutte le
informazioni, su ogni genere di dispositivo digitale. Microsoft sta investendo
parecchio sui servizi web. Nel novembre del 2004 ha lanciato una versione beta
(sperimentale) di un motore di ricerca progettato per rispondere alle domande
poste in linguaggio corrente e per fornire risultati personalizzati in base
alla localizzazione geografica dell’utente[7]; nel febbraio 2005 il motore, MSN search,
è stato migliorato. Con MSN search è possibile anche cercare dentro Encarta,
l’enciclopedia multimediale della Microsoft; al momento però la consultazione è
limitata a due ore e, durante la navigazione, un contaminuti aggiorna sul tempo
rimasto. Quindi il gigante Microsoft ha deciso di sviluppare un proprio sistema
per le ricerche sul Web e sui personal computer senza passare da Google, che
ormai da alcuni anni è l’asso pigliatutto della ricerca (solo Yahoo! può
vantare un’influenza paragonabile).
Nell’insieme, i mercati legati all’economia
della ricerca sembra siano molto più vasti dell’attuale mercato dei servizi di
ricerca. Microsoft è in ritardo, certo, ma potrebbe attuare strategie feroci e
inarrivabili per Google: ad esempio, potrebbe investire in perdita e fornire
accesso gratuito al suo motore di ricerca, dopo averlo integrato nel browser
Internet Explorer; oppure vendere pubblicità sottocosto agli inserzionisti per
tagliare la liquidità del concorrente. Nel frattempo, il prossimo sistema
operativo sviluppato a Redmond, Windows Vista, dovrebbe offrire strumenti di
ricerca innovativi. Del resto, Microsoft era in forte ritardo su Netscape (il
primo browser scaricabile gratuitamente dalla Rete) nella battaglia per il
dominio sui browser, eppure Explorer l’ha spuntata, e non certo perché fosse il
software migliore. Se Microsoft ha dalla sua una lunga esperienza, una
posizione di predominio sul mercato e un potere finanziario enorme, anche
Google ha delle buone carte da giocare. È l’incarnazione della giovane azienda
rampante, si è costruita una fama di impegno nella ricerca e dedizione per
l’eccellenza tecnica, predica il culto della velocità nel soddisfare le
richieste degli utenti con interfacce scarne ed efficaci: si è imposta perché
tecnicamente migliore degli altri motori di ricerca. Nello scontro per il
controllo del web, Google sembrerebbe leggermente avvantaggiato; tuttavia, non
si può dimenticare che l’estensione delle attività di Microsoft non ha
paragoni, non si limita al web e copre anzi l’intera gamma dell’IT, dagli strumenti
con Windows o MS Office, ai contenuti con Encarta, alla ricerca di alto livello
con piattaforme come dotNet, ecc. Vista la posta in gioco – il dominio
dell’accesso a qualsiasi informazione digitale, e i profitti che ne
deriverebbero – una convivenza pacifica sembra alquanto improbabile. Per ora
Google ha rimandato lo scontro, ma non potrà tardare a lungo.
La
guerra degli standard
Continuiamo a seguire Ferguson nel suo
ragionamento: lo scenario che si apre è quello di una guerra di standard. Al
momento ci sono tre attori coinvolti: Google, Yahoo! e Microsoft. L’industria
della ricerca, come risulta anche dall’analisi si Battelle, è in forte
crescita. Le tecnologie emergenti o in via di consolidamento, come ad esempio
lo streaming audio e video attraverso la banda larga,
il VoIP (telefonia via internet: si pensi a Skype, e all’omologo servizio di
Google, GTalk) e la messaggistica istantanea generano enormi quantità e
tipologie di dati che ancora attendono di essere indicizzati, resi disponibili
per l’accesso da tutta una varietà di nuovi dispositivi elettronici (dai
palmari ai cellulari e lettori di documenti audio-video di nuova generazione,
ai navigatori satellitari, ecc.), incrociati fra loro per soddisfare le
richieste degli utenti, e in ultima analisi sfruttati per pubblicità pervasive
di ogni tipo. Per poter cooperare reciprocamente e con molti altri sistemi
saranno necessari nuovi standard, difficilmente introducibili in maniera
indolore.
Le guerre tra gli standard avvengono perché
il mercato della tecnologia dell’informazione ha bisogno di linguaggi comuni
per poter gestire l’aumento di complessità. Il valore dell’informazione risiede
nella sua diffusione; ma diffondere e scambiare testi è più semplice che
diffondere e scambiare audio, o addirittura video: una maggiore quantità di
dati richiede reti di comunicazione più potenti e cambiamenti nelle modalità di
gestire le informazioni. Storicamente, il controllo proprietario su un
importante standard tecnologico ha sempre creato enormi ricchezze[8]. A volte, come nel caso del web,
l’adozione di uno standard aperto e non proprietario, come è il protocollo
HTTP, conduce a una situazione vantaggiosa per tutti. Spesso però non si
affermano le tecnologie “migliori”, ma “è più importante poter contare su di
una strategia efficace. I vincitori tendono tuttavia a essere connotati da
alcune caratteristiche importanti. Di solito vendono piattaforme universali,
indipendenti dall’hardware, come i sistemi operativi Microsoft, invece che
soluzioni hardware e software fortemente integrate, come i sistemi Apple e Sun.
Le architetture vincenti sono proprietarie e difficili da imitare, ma sono
anche estremamente «aperte»: mettono cioè a disposizione interfacce
pubblicamente accessibili per lo sviluppo da parte di programmatori
indipendenti e utenti finali. In questo modo l’architettura può raggiungere
tutti i mercati e creare un punto di aggancio e di blocco: in altre parole,
spinge gli utenti verso quella specifica architettura, rendendo quasi
impossibile il passaggio a un sistema concorrente, se non con grosse difficoltà
e spese.”[9] Si impone uno standard chiuso per
sfruttare una situazione di monopolio.
Un esempio che rende lampante la lotta per
l’egemonia sugli standard è la sfida già accennata fra Gtalk e Skype. Al
momento Skype ha conquistato una posizione di monopolio nella gestione del VoIP
per il mercato domestico; ma è possibile che non siano stati valutati
attentamente i tempi di assimilazione delle tecnologie aperte all’interno delle
comunità di sviluppo. Fino a poco tempo fa, Skype era l’unica soluzione
realmente funzionante per chiunque volesse telefonare via internet pur senza
avere alcuna competenza tecnica; ma lentamente le cose stanno cambiando. Le
tecnologie proprietarie di Skype potrebbero essere surclassate da Gtalk,
totalmente basato su tecnologie libere (in particolare sul protocollo di
comunicazione “jabber”), con librerie di sviluppo rilasciate sotto licenze
copyleft, che favoriscono l’afflusso di energie nel progetto perché stimolano i
programmatori a potenziare la rete VoIP di Google. In questo caso la scelta
dell’Open Source potrebbe rivelarsi vincente per scalzare il predominio di
Skype, la quale naturalmente potrebbe decidere di rilasciare pubblicamente i
propri codici per mantenere la situazione invariata. Scegliere di adottare
tecnologie e piattaforme proprietarie, che chiudono l’accesso (ma rilasciando
magari delle interfacce pubbliche di sviluppo), oppure aperte, è una parte
fondamentale della strategia per il controllo del web e dell’economia della ricerca.
L’accesso al mercato della ricerca è già
stato bloccato (in gergo economico “lock-in”).
Infatti, è impensabile che un’azienda start-up possa
competere ora con Google o Yahoo! per l’indicizzazione di miliardi di pagine
web: l’investimento per le macchine necessarie sarebbe proibitivo, anche se si
disponesse di un algoritmo migliore per il proprio spider. Tuttavia molti aspetti collaterali, e soprattutto l’interfaccia fra i
vari sistemi di ricerca, lasciano ampi spazi a possibili innovazioni “critiche”
a basso costo. È il caso delle librerie informatiche, piccole porzioni di
software che consentono il collegamento fra sistemi eterogenei, ponti di
traduzione da un sistema all’altro, da un linguaggio all’altro, da un motore di
ricerca all’altro; le quali, insieme alle metodologie di integrazione fra
dispositivi diversi e di condivisione di informazioni e risultati di ricerca,
potrebbero essere sviluppati da piccoli ricercatori indipendenti, invece che
dalle grandi aziende coinvolte[10]. Approfondiremo successivamente questi
aspetti legati alle interfacce e alle librerie.
Al momento, è importante sottolineare che
nessuno degli attori coinvolti ha una posizione di assoluto predominio, e
questo è naturalmente un bene per tutti: immaginate cosa significherebbe un
monopolio totale del mercato della ricerca ottenuto da un soggetto privato
qualsiasi attraverso l’imposizione de facto di uno standard. Le prime ovvie
considerazioni sarebbero sulla privacy: di chi sono i dati che vengono
indicizzati e sui quali si effettuano ricerche e si generano profitti
astronomici? Inoltre, poiché già oggi digitando semplicemente il nome di una
persona su Google si accede a una mole impressionante di dati, in un futuro non
lontano in cui la quantità e la qualità delle informazioni, e soprattutto la
possibilità di effettuare ricerche aggregate su dati eterogenei, migliorasse
drasticamente, il controllo sugli individui potrebbe diventare infinitamente
più soffocante e totale, incrociando dati sensibili, schede mediche,
conversazioni telefoniche, email, immagini, video, blog e opinioni, addirittura
informazioni sul DNA. Google potrebbe essere il punto d’accesso privilegiato al
panottico[11] digitale: vediamo allora quali sono le sue
sue armi migliori in questa vera e propria guerra per il controllo delle reti.
Arma
N 1: GooglePlex, il capitalismo morbido
L’agiografia corrente di Google narra con
delizia l’impressionante crescita che ha portato Brin e Page dalla stanzetta di
Stanford al garage di Menlo Park, California, che un amico aveva affittato alla
neonata società Google Inc., all’ufficio sulla University Avenue di Palo Alto,
fino al trasloco al Googleplex, gli odierni uffici a Mountain View, California.
Tra il 1998 e il 2000 il duo espande la propria cultura universitaria,
sviluppando una cultura aziendale fatta di innovazione, di creatività e di
sacrificio. La dedizione universitaria per la ricerca applicata al business:
ecco la chiave del successo. Googleplex attirò fin dall’inizio schiere di
collaboratori: venne ricreata l’atmosfera del campus universitario americano,
dove studio, impegno, sport, svago formano un tutt’uno: se un ambiente ricco di
comfort e rilassato favorisce la creatività degli studenti, evidentemente
poteva favorire anche la produttività dei lavoratori. Lo spirito accademico
della confraternita, dell’élite universitaria che lavora alacremente per
ottenere sempre il meglio, spira dai racconti su Googleplex: pare che intere
sezioni del parcheggio venissero transennate due volte la settimana per far
spazio alle partite di hockey su pattini; oggi più che mai negli uffici i
gadget si sprecano, e su tutte le lampade-lava con i fluidi colorati;
l’informalità viene eletta a sistema, con Larry e Sergey che dirigevano le
riunioni settimanali, insieme a tutte le decine di impiegati, chiamandole TGIF
(Thank God It’s Friday – Grazie a Dio È Venerdì) nell’open space tra le scrivanie.
Di certo, una simile atmosfera informale
incoraggiò lo spirito di gruppo e accelerò lo scambio d’idee. Googleplex sembra
quasi essere il luogo per esprimere le proprie passioni di ricerca, invece che
un luogo di lavoro; sicuramente, non è un luogo di lavoro qualsiasi, nonostante
le dimensioni ormai enormi. Eppure la dimensione organizzativa stile “campus”,
negli USA, è diffusa da almeno trent’anni: Microsoft e Apple, tanto per fare
due esempi, da sempre hanno adottato un approccio di questo tipo. La mitologia
di Silicon Valley è ricolma di storie sulla creatività al primo posto,
sull’importanza della cooperazione fra i collaboratori: in sostanza, sulla necessità
di avere lavoratori felici di lavorare e di considerare gli obiettivi aziendali
al pari di propri obiettivi vitali, invece che lavoratori frustrati,
schiacciati da gerarchie soffocanti, legati a orari di lavoro fissi, a regole
rigide, ad ambienti opprimenti.
Forse la novità di Googleplex risiede
nell’aver promosso consapevolmente, fin dall’inizio, l’immagine di sé come
luogo “diverso”, “nuovo”, “per le menti migliori”. Entrare al GooglePlex è
impossibile se non si conosce qualcuno all’interno. Dentro poi è persino
vietato fare fotografie, almeno in teoria. Come per difendersi dal mondo
esterno, popolato da feroci squali della finanza e malvagi predatori dell’IT
che vogliono solo sfruttare il talento dei Google-boys.
Tutti vogliono lavorare a Googleplex. Un
elenco ufficioso delle amenità che nasconde è d’obbligo: palestre aziendali,
piscina, cibo gratis nei 4 ristoranti (di cui uno vegetariano), drink e snack
gratis ovunque (basta con la schiavitù delle macchinette a pagamento! Google
paga tutto!); campi da pallavolo, basket e spazi all’aria aperta per fare
sport, monopattini a motore per spostarsi tra i vari edifici del
campus-azienda. Ma queste sono inezie, rispetto all’asilo nido, all’asilo e
alle scuole elementari aziendali per i bimbi dei dipendenti, completamente
gratuiti, o allo studio dentistico, ovvero un camion trasformato in studio
dentistico mobile: in un Paese come gli USA, in cui l’istruzione e la sanità
sono un lusso per pochi, si tratta di opportunità ancora più incredibili.
Le postazioni di lavoro poi sono
spettacolari, il sogno di ogni fanatico delle tecnologie digitali: monitor
standard da LCD 21’’, schermi al plasma ovunque, giochi e giocattoli (modelli a
grandezza naturale dei personaggi di Star Wars, gadget tecnologici di qualsiasi
tipo). Onnipresenti, le lampade lava dai colori fluorescenti (lavalamp).
Googleplex è un luogo da sogno, immerso nel
verde, dove gli orari di lavoro sono flessibili, dove tutto sembra possibile.
In breve, Googleplex diffonde la filosofia di Google, lo stile di vita di
Google: c’è naturalmente un negozio dove acquistare tutti i gadgets aziendali che si possono immaginare, raggiungibile online su un sito
dedicato; la maggior parte sono veri e propri inni all’inutilità e al
superfluo, come ogni gadget che si rispetti, ma tutti di sicuro
effetto per rendere il senso di appartenenza all’azienda una ragione di
orgoglio da rivendicare. La maglietta e il cappellino con il logo dell’azienda
per cementare lo spirito di gruppo sono davvero il passato: il presente del
condizionamento morbido è Googleplex.
Del resto, non solo Google, ma anche
aziende come Apple o Yahoo! offrono ormai da tempo un vero e proprio catalogo
di oggetti di consumo, che vanno da linee complete di vestiario a ogni sorta di
accessori high-tech, lettori MP3 e chiavi USB, fino agli oggetti d’arredamento,
tutti opportunamente contrassegnati da marchi, loghi, motti aziendali. Il
negozio di Google, assai versatile, offre le tutine per i neonati, ma anche
Google Mini, il sistema aziendale per indicizzare “come Google” tutti i propri
materiali.
Googleplex è l’incarnazione del capitalismo
dell’abbondanza nell’era dell’informazionalismo[12]: tutte le informazioni del mondo offerte a
tutti gratuitamente. Non è più tempo di scarsità: l’abbondanza e la
disponibilità dei beni (in questo caso delle informazioni) è totale. Non
dimentichiamo però che in ultima analisi la fonte di quest’abbondanza è
praticamente solo la pubblicità fatta prevalentemente con link testuali. Tutto
il resto, è free, libero. E non tutto
funziona alla perfezione[13].
Due fra i più influenti personaggi di
questo capitalismo dell’abbondanza sono Mikie Moritz[14], gallese, che oltre a Google ha finanziato
anche Yahoo; e John Doerr[15], che ha avuto partecipazioni importanti
anche in Sun e in Netscape.
Arma
2: perfezionare la strategia dell’accumulo
Dopo una visita a Googleplex diventa più
chiara la ragione della fuga di cervelli verso Google di cui si parlava in
apertura di capitolo. Per un operaio dell’IT, o sarebbe meglio dire bracciante
dell’IT, lavorare a Googleplex rappresenta un sogno. In questo settore sono
sempre più numerosi i braccianti sfruttati; una figura professionale
esemplificativa è quella del coder indipendente che sviluppa progetti
personali, magari pubblicandoli su Sourceforge.net o Slashdot.org, e offre la
propria competenza sul mercato senza avere alcun tipo di protezione sindacale,
contratto di categoria o simili, ormai relitti preistorici nella nostra epoca
della flessibilità totale. A Googleplex
potrà addirittura dedicare l’ormai famoso 20% del tempo lavorativo ai
propri progetti, pagato e incoraggiato a far sempre meglio.
Tra partite di hockey e pallavolo, cani che
gironzolano per il campus/azienda e nei corridoi, riunioni attorno a un tavolo
da ping pong, certamente è difficile annoiarsi. Poiché non è facile reclutare
nuovi collaboratori che siano in grado addirittura di migliorare questo genere
di atmosfera, Google si è distinta per le sue trovate ingegnose in tema di
assunzioni. La più curiosa è forse il test lanciato nel luglio 2004: in alcune
stazioni della metropolitana della cittadina di Cambridge, nello stato del
Massachussets (USA), e lungo l’autostrada 101 in California, sono
apparsi enormi cartelli bianche con la scritta:
{first
10 digit prime in consecutive digits of e}.com
ovvero:
{primo numero primo di 10 cifre consecutive
in e}.com
Il logaritmo naturale richiesto è il numero
7427466391; all’indirizzo http://www.7427466391.com/ indicato dal cartellone ci ritroviamo su
un indirizzo IP di Google che ci chiede di completare una sequenza di numeri;
trovato il numero 5966290435, si seguono le istruzioni, usandolo come password
per entrare in una sezione del sito http://www.linux.org (passaggio niente affatto scontato) e di
qui veniamo rimbalzati ancora su Google, sul sito http://www.google.com/labjobs/ dove ci chiedono di inviare il nostro
curriculum: se siamo riusciti a risolvere gli enigmi, potremmo essere un buon
acquisto per Google.
Ma Google non attira solo i migliori
tecnici, hacker e smanettoni geniali: ben presto anche i manager più quotati
del mondo dell’IT si accorgono delle sue potenzialità e fanno a gara per
entrare a farne parte.
La strategia dell’accumulo di dati su cui
fare ricerca, e di macchine in rete per contenere una copia dei dati, procede
di pari passo all’accumulo di cervelli. Macchine significanti, macchine
elettroniche, macchine biologiche vengono accumulate a Googleplex, per dar vita
a uno stile di vita, anzi a una specie di religione dell’eccellenza, incarnata
da un evangelizzatore.
Colui che incarna al meglio lo stile
dell’azienda, il cosiddetto “evangelist” di Google, in mezzo a tanti giovani, è
un grande vecchio della Rete, Vinton G. Cerf, inventore insieme a Robert Kahn
del protocollo TCP/IP. Le circostanze sono degne di una piccola parentesi: nel
febbraio 2005 Google confermava che l’ICANN, l’organismo che supervisiona il
sistema dei nomi e dei domini Internet, aveva dato il via libera affinché
l’azienda di Mountain View potesse entrare nel business della registrazione dei
domini. Nel settembre 2005 Google annuncia che Vinton Cerf è diventato
“vicepresidente ed Evangelizzatore Capo di Internet per Google. Il suo compito
è quello di individuare nuove tecnologie ed applicazioni strategiche per
l’azienda su Internet e su altre piattaforme.”[16]. Fino a quel momento, tra le altre
cariche, Cerf sedeva nel consiglio di amministrazione dell’ICANN. A differenza
dell’acquisto di Erich Schmitd come Amministratore Delegato, e di altri top
manager strappati ai concorrenti, questa è senza dubbio un’operazione
completamente di immagine (difficile pensare che Cerf lavori veramente a
Googleplex, per quanto divertente possa essere...).
Arma
3: l’immagine è tutto, ma un po’ di “filosofia” non guasta
L’immagine di Google non è solo il sito e
l’interfaccia[17] che hanno riscosso tanto successo per la
loro semplicità e velocità; non è solo Googleplex, il mondo dorato dei prodigi
tecnologici; non è solo “essere buoni” e far soldi lo stesso, coniugando
strategie commerciali spregiudicate alle strizzate l’occhio alla cultura
accademica e alle comunità Free Software e Open Source, con finanziamenti e
iniziative a loro dedicate.
L’immagine è anche e soprattutto la “filosofia”
dell’azienda, la spiegazione chiara e lampante, in pillole, del
Google-pensiero. Non si tratta precisamente di indagini svolte per amore del
sapere e della chiarezza, perciò forse il termine filosofia è esagerato; in
ogni caso, on-line si possono trovare dieci punti, i dieci comandamenti del
buon Google. Si inizia con un cappello introduttivo, che enuncia lo stile: “Mai
accontentarsi del meglio”; infatti, come afferma Larry Page, l’obiettivo ultimo
è “Il motore di ricerca perfetto”, che “dovrebbe capire esattamente la
richiesta dell’utente e restituire esattamente ciò che egli desidera”. Quindi
Google non vuole essere per molti: vuole essere per tutti, soddisfare i
desideri di tutti, portare la felicità nel mondo. Per farlo, si dedica con
tenacia all’innovazione e alla ricerca, seguendo quelle che definisce le sue
“Dieci verità”:
1. Attenzione all’utente: tutto il resto
viene dopo. La crescita di Google è stata frutto del passaparola, che ha
attirato utenti estasiati dalle sue prestazioni, non di aggressive campagne
pubblicitarie. La pubblicità non deve essere invasiva, ma solo utile
all’utente.
2. È meglio dedicarsi veramente bene a una
sola cosa.
“Google si dedica alla ricerca. Con uno dei
gruppi di ricerca tra i più grandi al mondo dedicato esclusivamente alla
risoluzione dei problemi della ricerca, siamo consapevoli di ciò che facciamo
bene e di come possiamo farlo meglio.”. Abbiamo visto che Googleplex si
configura appunto come un centro di ricerca universitario. I nuovi servizi
aggiuntivi rispetto al semplice motore di ricerca sono visti come opportunità
offerte agli utenti per orientarsi e reperire le informazioni che desiderano
senza perdersi in masse sempre più enormi di dati.
3. Rapidità è meglio di lentezza.
“Google crede nella gratificazione
immediata. L’utente vuole delle risposte e le vuole subito. Chi siamo noi per
non essere d’accordo? Google è probabilmente l’unica società al mondo il cui
obiettivo dichiarato è fare in modo che i propri utenti abbandonino il sito
Google al più presto.”. Due sono le principali intuizioni e realizzazioni che
hanno consentito a Google di ottenere “velocità”: la messa a punto e il
perfezionamento continuo dell’algoritmo PageRank, che indicizza senza posa le
reti; l’uso di piattaforme modulari fortemente scalabili collegate fra loro (cluster). Sulla velocità come panacea, tuttavia, sarebbe opportuno riflettere
più approfonditamente: a volte, anche nell’ambito delle nuove tecnologie, la
lentezza è una virtù[18].
4. La democrazia sul Web funziona.
“Il successo di Google si basa sui milioni
di individui che pubblicano siti Web, per determinare quali altri siti offrono
contenuti validi.” Sappiamo già che Google usa PageRank per valutare i siti
collegati a una pagina Web e assegnare loro un valore, basato in parte sui siti
ad essi collegati. L’immagine di questa democrazia elettronica è idilliaca: il
risultato del ranking di Google sarebbe un “indice di gradimento popolare”
basato su un algoritmo/legge elettorale che consentirebbe agli utenti/cittadini
della rete di esprimere le proprie preferenze/voti attraverso i link offerti e
accettati da altre pagine, e trovarle puntualmente espresse nel posizionamento
dei siti web votati. L’accostamento link/voto è quantomeno forzato e
semplicistico, anche perché vengono introdotti continuamente “correttivi” per
calcolare il ranking, “pesando” in maniera diversa i link/voti. Di certo il
link/”voto” di un sito porno conterà meno del link/”voto” di un sito
universitario. Eppure è discutibile che la cultura accademica sia più popolare
della cultura pornografica... Di sicuro, con la crescita delle informazioni,
questa “democrazia” è in continua espansione.
5. Non occorre essere alla propria
scrivania per avere bisogno di informazioni.
“La società attuale è sempre più mobile e
meno disposta ad essere vincolata a un luogo fisso. O tramite i PDA, i telefoni
wireless o le loro automobili, gli utenti desiderano che le informazioni
vengano verso di loro.”. La flessibilità dei tempi e degli spazi è un obiettivo
importante: la convergenza dei dispositivi elettronici (TV, radio, telefono,
Internet...) in dispositivi mobili miniaturizzati è un’opportunità
irrinunciabile per il maggior fornitore mondiale di soluzioni di ricerca. La
penetrazione in questo mercato del futuro è strategica, l’abbiamo visto
discutendo della “guerra tra gli standard”: tanto più per Google, che non
produce dispositivi elettronici sui quali proporre/imporre i propri software
(Microsoft, Apple), ma interfacce di ricerca. Ogni nuovo dispositivo è un
territorio da conquistare.
6. È possibile guadagnare senza fare del
male a nessuno.
“Google è un’azienda. Le entrate generate
dalla società derivano dall’offerta alle aziende della sua tecnologia di
ricerca e dalla vendita di pubblicità visualizzata su Google e su altri siti
Web.”. Ma le pubblicità sono testuali e poco invasive, i collegamenti
sponsorizzati sono pertinenti alle ricerche fatte (AdWords); e gli utenti
possono diventare inserzionisti in maniera semplice e self-service; e
addirittura, se è un gestore di siti web, sfruttare la Rete di Google tramite
AdSense, pubblicando annunci pertinenti con il contenuto dei propri siti. “Non
essere cattivo”, “Non fare del male”, significa anche “non fare agli altri la
pubblicità che non hanno fatto a te”, e naturalmente garantire che il PageRank
non è oggetto di vendita. La fiducia degli utenti nella correttezza dei
risultati è la principale forza di Google, e non può essere persa per guadagni
a breve termine. Viene sfruttata per generare introiti indiretti, di secondo
livello (generati dalla pubblicità).
7. Vi sono sempre più informazioni di
quanto si immagini.
“Dopo aver indicizzato più pagine HTML su
Internet di qualsiasi altro servizio di ricerca, i tecnici Google hanno rivolto
l’attenzione alle informazioni non immediatamente accessibili.”. Sì, Google
accumula basi di dati eterogenee: immagini, messaggi dei newsgroup (Usenet),
numeri di telefono e indirizzi, informazioni finanziarie. Per essere il
principale mediatore di informazioni al mondo è necessario non porre limiti
all’accumulo.
8. La necessità di informazioni oltrepassa
ogni confine.
“Nonostante la sede centrale di Google sia
in California, abbiamo uffici in tutto il mondo e la nostra missione è
facilitare l’accesso alle informazioni alle persone di tutto il mondo.”.
Cultura americana, strettamente accademica, per tutti. Pensare in grande sempre
e comunque: indicizzare tutte le informazioni, fornire accesso a tutto il
mondo. Le traduzioni sono parte essenziale dell’universalismo di Google: dal
coreano al gergo hacker al klingoniano di Star Trek, dall’hindy allo xhosa
sudafricano fino al pig latin (ovvero l’alfabeto farfallino americano), dallo
zulu all’interlingua e al Bork bork bork! (una specie di finto-russo
molvano...) tutti devono poter accedere. Oltre cento lingue d’interfaccia.
Domini locali di oltre cento stati. Lodevole, ma un po’ accentratore...
operazione forse politicamente corretta e formalmente rispettosa delle
minoranze, ma in realtà si tratta di un super-layer, un
livello superiore, un’unica interfaccia che appiattisce, rende omogenee le
differenze e diffonde lo stile di Mountain View.
9. È possibile essere seri anche senza
giacca e cravatta.
“I fondatori di Google hanno spesso
dichiarato che la società è “seria” solo per quanto concerne la ricerca. Essi
hanno costruito un’azienda basata sull’idea che il lavoro deve essere una sfida
e che tale sfida deve essere divertente.”. In questo comandamento si compendia
l’organizzazione di Googleplex come un campus universitario per massimizzare i
rendimenti: esplicitamente, si afferma che “L’enfasi è sui risultati conseguiti
dal team e sull’orgoglio dei risultati individuali che contribuiscono al
successo globale della società”, e che “Questo ambiente estremamente
comunicativo favorisce una produttività e un cameratismo alimentati dalla
consapevolezza che milioni di persone confidano sui risultati di Google. Date
gli strumenti giusti a un gruppo di persone che amano fare la differenza e loro
la faranno”. Forse questo è il modo migliore per sfruttare i creativi,
rendendoli contemporaneamente entusiasti sostenitori della “Esperienza Google”.
10. Eccellere non basta.
“Dare sempre di più di quanto ci si
aspetta. Google non accetta l’idea che essere i migliori sia l’obiettivo
finale, ma ritiene che debba essere il punto di partenza. Tramite innovazione e
iterazione, Google si dedica a migliorare qualcosa che già funziona bene per
ottenere risultati inaspettati.”. Evidentemente, per soddisfare velocemente,
sempre meglio, i desideri di tutti gli utenti del mondo, è necessario rimandare
un po’, sempre un po’ più in là, la soddisfazione dei propri desideri.
Desiderare di desiderare di essere i migliori. In questo contesto, arrivare
secondi è peggio che non esistere. Per quanto ci riguarda, slogan per slogan,
preferiamo “Fare schifo, in una società che obbliga all’eccellenza, è un
preciso dovere morale”[19].
Arma
4: Google e l’Open Source
L’arma forse più complessa di Google è la
sua strategia di collaborazione-sfruttamento del mondo Open Source.
L’iniziativa Google Code (marzo 2005) è un omaggio alla comunità Open Source,
di cui i fondatori di Google si dicono “amici e riconoscenti”. Il motore più
usato del Web spiega che lo scopo di Google Code non è quello di promuovere lo
sviluppo di applicazioni che utilizzino le proprie API (Application Programming
Interface), per cui esiste già un sito dedicato, ma quello di mettere a
disposizione di tutti gli sviluppatori Open Source strumenti di pubblica
utilità. I 4 progetti inizialmente pubblicati su Google Code nascono attorno a
programmi creati dagli stessi sviluppatori della società per velocizzare la
creazione, l’ottimizzazione o il debugging del codice. I progetti linkati su
Google Code sono ospitati anche su SourceForge.net e sono distribuiti sotto
licenza BSD 2.0 (il loro codice può essere utilizzato indistintamente
all’interno di altre applicazioni Open Source o proprietarie). Inoltre Google
promette fin da subito di mettere a disposizione della comunità Open Source
diversi altri software, in buona parte frutto di quel 20% di tempo che gli
sviluppatori alle dipendenze della società sono incoraggiati a dedicare a
progetti personali.
Non a caso segue un progetto interamente
dedicato al reclutamento di sviluppatori Open Source, con la “Summer of Code”,
una vera e propria gara con in palio 4500 dollari. Poi è il turno di “Google
Earth” e infine, come ogni potenza giunta a rappresentare uno stile di vita,
Google presenta il sogno: “moon.google.com”, Google sulla luna!
“In onore del primo sbarco dell’uomo sulla
Luna, avvenuto il 20 luglio del 1969, abbiamo aggiunto alcune immagini NASA
all’interfaccia di Google Maps per consentire a tutti di visitare il nostro
vicino celestiale. Buona navigazione lunare”.
I movimenti di Google,
“pseudo-monopolistici” nei metodi e nelle prospettive, hanno avuto una
immediata ricaduta sulla concorrenza: oggi Google si sta trasformando in un
gigante che occupa tutti gli spazi di mercato; sempre nuovi servizi soffocano
le società hi-tech più piccole, che faticano ad arruolare ingegneri e tecnici e
rischiano di vedere imitati i propri nuovi prodotti.
Il lancio ininterrotto di nuovi servizi e
il finanziamento in pratica dall’interno a potenziali spin-off dei dipendenti rende di fatto il mercato bloccato in termini di
innovazione tecnologica. Chi infatti finanzierebbe oggi un progetto web, con la
possibilità che da lì a qualche giorno sia proprio Google a lanciarlo?
Google ha saputo rappresentare, agli occhi
degli osservatori, ma anche dei semplici utilizzatori di Internet, una sorta di
paladino del progresso: a partire dal motore di ricerca, concepito per essere
compreso rapidamente e con semplicità dagli utenti, si sono moltiplicate le
proposte di servizi e idee.
Con l’opzione Open Source l’economia
relazionale messa in atto da Google diventa una “visione del mondo”, recepita
addirittura come uno sviluppo sostenibile, un capitalismo buono che diffonde
l’abbondanza, una soluzione economicamente “etica” alle ricerche degli
individui.
[1] Dichiarazione giurata di Marc Lucovsky, dipendete di Microsoft, durante una seduta del tribunale dello Stato di Washington, per il caso Kai-Fu Li; Lucovsky avrebbe messo in risalto anche una presunta “sete di vendetta” da parte di Microsoft. Le notizie sono tratte da vari articoli di Punto Informatico, http://punto-informatico.it/
[2] John Battelle, The Search: How Google and Its
Rivals Rewrote the Rules of Business and Transformed Our Culture,
Portfolio Hardcover, 2005 (trad. it. Google e gli altri, Come hanno trasformato la nostra cultura e
riscritto le regole del business, Cortina,
Milano, 2006).
[3] Le code lunghe: Le implicazioni commerciali della Coda Lunga (Long Tail) – nel contesto dell’e-commerce la definizione è diventata d’uso comune – sono state rese famose da Chris Anderson, redattore capo di ‹‹Wired››, in un articolo dell’ottobre 2004 che ha scritto per la sua rivista. Anderson ha poi pubblicato nel 2005 il volume The Long Tail. Come Battelle, Anderson ha tenuto un blog sulla genesi del suo libro a www.thelongtail.com e il termine è ormai diventato di uso corrente. Le code lunghe non sono un’invenzione di Anderson: si tratta di un concetto familiare a chiunque abbia sostenuto un esame di statistica. Infatti vi sono distribuzioni statistiche assai comuni i cui grafici descrivono un modesto numero di eventi che accadono molto spesso e un grande numero di eventi (la coda lunga) che succedono di rado. In complesso, tuttavia, gli eventi rari possono essere più numerosi degli eventi normali. http://www.technologyreview.it/index.php?p=article&a=551. La coda lunga in Italia: un articolo sul webmarketing: http://www.marketinginformatico.com/la-teoria-della-coda-lunga.php
[4] Vilfredo Pareto (1848-1923) fu sociologo ed economista. Una buona introduzione si trova su Wikipedia, http://it.wikipedia.org/wiki/Vilfredo_Pareto
[5]
Si veda: A.L. Barabasi, Link, Einaudi, Torino, 2001
[6] Si veda l’articolo in italiano di Charles H. Ferguson, pubblicato su Technology Review: http://www.technologyreview.it/index.php?p=article&a=340
[7] Il motore di ricerca di Microsoft: http://search.msn.com/
[8]
Il predominio architetturale equivale a battere moneta e, se gestito in modo
adeguato, può durare per sempre. L’architettura dei computer mainframe IBM è
stata introdotta nel 1964; Intel ha sviluppato il suo primo microprocessore nel
1971; il primo sistema operativo Microsoft è stato presentato nel 1981; Cisco
Systems ha venduto il suo primo router nel 1986. Nessuna di queste tecnologie
sta dando segni di stanchezza e ciascuna di esse ha complessivamente generato
centinaia di miliardi di dollari di fatturato.
[9]
Charles H. Ferguson, cit., Technology Review
[10]
Si veda Ippolita, Open non è free, Elèuthera, Milano, 2005, cap. V.
[11] Il panopticon auspicato da Bentham e analizzato da Foucault trova nel progetto Echelon una delle realizzazioni più agghiaccianti. Senza lasciare spazio a paranoie complottiste, segnaliamo fra i moltissimi volumi e articoli un breve scritto introduttivo sull’argomento, Alex Jones e Paul Joseph Watson, Il panottico: una prigione di sorveglianza di massa per l’umanità, 20/01/2006 http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=1878, versione originale http://www.prisonplanet.com/articles/january2006/110106thepanopticon.htm
[12]
Sul concetto di informazionalismo si veda in particolare: Manuel Castells,
L’Età dell’informazione, Università Bocconi Editore, Milano, 2004.
[13] Vi sono molte segnalazioni di disservizi di Google; del resto, è ovvio che si moltiplichino i problemi man mano che le dimensioni e i servizi crescono. Inoltre la pratica di rilasciare versioni beta che gli utenti testano in maniera estensiva aumenta la probabilità di malfunzionamenti. Un esempio concreto: Marco Deseri su Google Analytics: http://www.deseri.it/articoli/google-analytics-rallenta-il-sito
[14]
Gallese, giornalista presso il Time Magazine negli anni settanta e ottanta,
oggi è considerato un “veteran
venture capitalist” e
sembra avere una ricetta per tutti: ricreare oggi fenomeni come Google?
L’importante, dice, “è creare qualcosa che semplicemente si pensa possa essere
utile a se stessi”. Artista, se non avesse dato la priorità agli impegni
lavorativi, è l’uomo di marketing vecchia scuola, ma sempre incisivo: le idee
giuste sono quelle che soddisfano se stessi, quindi i consumatori, anzi, “gli
utenti”.
[15] John Doerr continua anche dopo Google, i suoi investimenti: ultimamente ha scommesso 16 milioni di dollari in un progetto dal nome “Zazzle”, il cui core business è un mercato on line dove si possono comprare e vendere prodotti altamente personalizzabili. In pratica, Doerr non vuole rimanere fuori dalla “personalizzazione di massa”, ormai in fase avanzata di attuazione negli USA. Ispiratori del progetto sono personaggi come Eric Von Hippel, che “dalla sua cattedra della Sloan School of Management teorizza al MIT da tempo l’idea che il prossimo passo sarà proprio quello: trasformare la produzione di massa di stampo fordista e post-fordista in qualcosa di completamente diverso, su misura, creato e gestito attraverso il web” http://www.bloggers.it/Marcioweb/index.cfm?idForum=News%20dal%20Mondo&blogaction=archive&file=blog_7_2005.xml
[16] Si veda http://www.google.it/intl/it/corporate/execs.html#vint ricordiamo che negli USA praticamente chiunque non sia impiegato è Vicepresidente di qualcosa.
[17] Si veda il cap. V.
[18]
Per una panoramica complessiva sul tema, si veda: Thomas Hylland Eriksen, Tempo
tiranno - Velocità e lentezza nell’era informatica, Elèuthera, Milano, 2003.
[19] SantaMariaVideo, la TV che non trasmette niente: http://www.santamariavideo.tv/video/anonimato.mpg