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Siamo giunti al termine della nostra esplorazione. Ecco svelati molti, più o meno notevoli, segreti di Google.
Come abbiamo visto si tratta di un dispositivo che millanta di poter gestire interamente il complesso sistema
delle conoscenze disponibili su Internet. Infatti spaccia per verità oggettive risposte che sono solamente percorsi soggettivi filtrati dalle sue tecnologie di ricerca. Non dobbiamo cadere nella trappola di una lettura esoterica del fenomeno, stupefatti dalla rapidità nel servire le nostre richieste. Questi portenti spesso impregnati di misticismo sono in realtà strategie che coniugano l' uso di sistemi avanzati di raccolta e stoccaggio dati con sistemi di reperimento delle informazioni correlati a tecniche di profilazione dirette e indirette con la personalizzazione delle pubblicità.
Non solo,  marketing d'avanguardia e un'opportuna gestione della comunicazione sono la summa dell'evangelizzazione googoliana: l'impiego dei colori elementari dello spettro visivo del logo ne sia un esempio per tutti. Aggiungete la diffusione di interfacce altamente configurabili, capaci di conservare la propria corporate-identity in ogni ambito, e il piatto è pronto: lo sfruttamento ad ogni livello dell'economia relazionale messa in moto nei confronti degli utenti.
In ultimo Google coopta sistematicamente
metodologie di sviluppo cooperativo tipiche dell’Open Source e del Free Software,  abbattendo i costi per l'implementazione dei propri servizi e spacciandosi per il sostenitore della causa della libera circolazione dei saperi.
 
Rifiutare l'agiografia corrente del "motore di ricerca perfetto" non significa avviare una campagna di boicottaggio; del resto, il gruppo di Ippolita si è avvalso spesso di Google, anche per scrivere questo libro.
Allo stesso modo, il largo ricorso a risorse diffuse e accessibili come Wikipedia si è rivelato molto utile a livello enciclopedico. Infatti, se si conosce già l'argomento in discussione, si possono verificare la correttezza delle informazioni in maniera indipendente, ricombinando le parti della Rete in maniera laica e disincantanta, per parlare della Rete stessa. L'uso critico delle fonti dipende dalla capacità dei soggetti di accettare valutare l'attendibilità delle informazioni, non dalla bontà intrinseca delle tecnologie digitali.

L’informatica non è semplicemente una tecnica per gestire l’informazione in maniera automatica, ma possiede una logica intrinseca, cioè lavora e modifica continuamente le sue stesse fondamenta. Essa è fisica, teorica e sperimentale insieme: studia la formalizzazione del linguaggio (dunque formalizza la conoscenza), la applica ai componenti fisici dell’elettronica, ne ottiene linguaggi che a loro volta influenzano le teorie della conoscenza, si regge cioè su una dimensione ricorsiva del tutto particolare.    

Google sviluppa a fondo tale logica ricorsiva: è una straordinaria macchina che si costituisce attraverso il suo stesso utilizzo da parte degli utenti. In questo senso, è una macchina "autopoietica", che accumula tutte le informazioni di base immesse ogni giorno sulla Rete da milioni di utenti (nomi, fotografie, mail, preferenze di ricerca, partecipazione a forum, uso di blog, compilazione di questionari e moduli, percorsi di navigazione, ecc.) per vendere pubblicità in maniera capillare. I dati degli utenti sono diventati un enorme patrimonio economico, sociale e umano. Un patrimonio da proteggere, certamente, ma anche un territorio in cui curiosare, indagare, sperimentare.

Google fornisce una risposta fluida alle intenzioni di ricerca degli utenti, una risposta articolata in servizi sempre più sofisticati e personalizzabili. Ma si tratta di una molteplicità solo apparente, che mira semplicemente a diffondere una forma di consumismo adatta all'economia informazionale: la personalizzazione di massa delle pubblicità e dei prodotti. Il capitalismo dell'abbondanza di Google procede a un'accurata schedatura dell'immaginario dei produttori-consumatori (prosumer), a tutti i livelli. Infatti, gli utenti forniscono gratuitamente i propri dati personali, ma anche suggerimenti e impressioni d'uso dei servizi; gli sviluppatori collaborano all'affermazione degli strumenti "aperti" messi a disposizione per diffondere gli standard di Google, che rimangono sotto il vigile controllo di Mountain View; i dipendenti di Googleplex e degli altri datacenter si riconoscono pienamente nella filosofia aziendale dell'eccellenza.
La profilazione dell'immaginario non è che l'ultima tappa del processo di colonizzazione capitalistica delle Reti che abbiamo chiamato onanismo tecnologico. La mentalità del profitto si ammanta di dichiarazioni a favore della "libera espressione degli individui", salvo poi sfruttare quelle "espressioni" per vendere luccicanti e inutili prodotti personalizzati.

Google promuove la sua "economia della ricerca" come se fosse una nuova ciberdemocrazia in cui centinaia di milioni di persone possono comunicare direttamente e autorganizzarsi, sottraendosi al controllo statale e istituzionale in genere, attraverso i suoi strumenti tecnologici. Questo semplicistico messaggio trova il sostegno convinto dei media e degli intellettuali "democratici" di tutto il globo. Secondo questa visione, la natura di Internet sarebbe intrinsecamente democratica: in Rete, non solo gli individui sarebbero spinti a prendere il posto delle istituzioni, ma persino le stesse istituzioni sarebbero migliori. L'entusiasmo tecnocratico si spinge fino al punto di presentare l'informatizzazione della pubblica amministrazione, un processo noto come e-government, come una sorta di governo senza ideologie, che chiama in causa la responsabilità del "cibercittadino". Questa nuova identità è finalmente partecipe in prima persona (digitalmente) dell'emersione di un'opinione pubblica diffusa. Come se fosse possibile fare fronte alla crisi delle forme classiche di rappresentanza attraverso una democrazia locale connessa su scala globale. Abbiamo constatato le lacune principali di questo assunto, riconducibili a un approccio ideologico.  L'idea è che le tecnologie siano "neutre" per definizione, e che questa presunta neutralità sia sinonimo di bontà, in quanto frutto di una pratica di ricerca scientifica oggettiva, in grado di offrire a ogni individuo ciò che desidera, senza sforzo e in tutta fretta.
La complessa mediazione informazionale messa in atto da Google viene fatta apparire come una membrana trasparente di alta tecnologia, garante delle libere scelte degli utenti/cittadini/consumatori, che usano/votano/comprano immersi nella libera Rete gestita da Google per il loro bene.

A dispetto di ogni sogno partecipativo, abbagliato dalla favola della ciberdemocrazia ma privo di sostanza concreta, forme realmente autonome di democrazia diretta non si possono realizzare tramite l'accentramento delle informazioni, dei saperi, dei poteri, nelle mani di un'azienda privata (es. Google), nè tantomeno di un soggetto pubblico (es. l'Authority per le telecomunicazioni).

Nemmeno le punte più avanzate dei movimenti alter-mondialisti sfuggono alla trappola identitaria. Auspicano infatti una ricomposizione dell'identità di classe attraverso una rinnovata centralità del lavoro, in questo caso telematico.
Ma rimangono lontani dalla sfera del desiderio individuale anche quando promuovono il social networking come soluzione taumaturgica di tutte le frustrazioni personali, in un rito di autoaiuto tecnologico globale.

Solo una scelta di autoformazione può costituire una via di fuga percorribile per sottrarsi al dominio tecnocratico.
Molti passi vanno compiuti prima di poter "mettere in comune" qualcosa di sè per generare sinergie. Senza un'adeguata preparazione tecnica, la sedicente manna comunitaria si rivela presto un esercizio solipsistico.

Gli individui che creano le Reti devono invece imparare a gestire i propri dati sensibili e cominciare a stabilire cosa rendere pubblico e cosa mantenere privato. Inoltre, devono essere in grado di decidere quali informazioni sono "vere" e quali "false", valutandole in base al proprio soggettivo punto di vista di quel momento.
Infatti, mentre percorrono il Web, devono essere consci di modificare il paesaggio informazionale e di cambiare essi stessi nel corso della navigazione.
In questo modo gli individui possono sviluppare la propria autonomia, cioè elaborare delle regole per attraversare i territori virtuali e per acquisire una posizione personale.
Al pari di ogni altra tecnologia, le tecnologie digitali non sono nè buone nè cattive in sè, e come abbiamo visto nemmeno neutre: dipende dall'uso che se ne fa e dal metodo con cui vengono sviluppate.
Di certo, poichè sono ibridi in grado di amplificare alcuni aspetti della vita reale, permettono di svelare le contraddizioni fra la "Natura" e la "Cultura".

Un altro pericolo va allora scongiurato: l'immagine del Web come esperienza smaterializzata, priva di concretezza fisica, che conduce spesso a un rifiuto luddista e reattivo dell'innovazione.
In questa prospettiva, la realtà virtuale del ciberspazio brulicherebbe di interazioni poco significative, operate da personalità online dimentiche delle disparità materiali della vita concreta: sesso, razza, ricchezza, posizione sociale verrebbero accantonate nella navigazione fluida e senza attrito di identità fittizie.
Questa idea -solo apparentemente materialista- viene solitamente sostenuta da intellettuali e osservatori che, dall'alto delle loro cattedre, discettano senza aver mai avuto l'umiltà di chiedere lumi ai "ragazzini" nati insieme alla tecnologie digitali.

Al contrario, la realtà virtuale è fisica al punto che non potrebbe esistere senza le macchine meccaniche, di sicilio e circuiti, e senza le macchine biologiche, ovvero gli utenti: connessa, multipla e deterritorializzata non sono sinonimi di "immateriale". Inoltre, un simile atteggiamento nasconde una paura profonda di veder cambiare il mondo senza riuscire a ritrovare il proprio posto e una sfiducia radicale nelle possibilità di trasformazione e crescita degli individui.

Le tecnologie digitali rappresentano perciò una possibilità di liberazione solo se vincolate allo sviluppo di alter-ego digitali complessi, consapevoli, in grado di interagire in maniera imprevedibile.

E' possibile utilizzare molteplici linguaggi per costruire un terreno d'incontro: tra gli altri, Ippolita ha trovato indispensabile il metodo sperimentale della ricerca scientifica, la ricchezza inesauribile della tradizione umanistica, la forza dialogica delle passioni politiche, la coralità della narrazione del metodo femminista, la curiosità senza limiti tipica dell'attitudine hacker. La fiducia nella possibilità di modellare tecnologie in base ai desideri degli individui è indispensabile per creare Reti davvero libere, digitali e non solo.

Il caos dei messaggi contraddittori, il rumore di fondo a volte insopportabile e l'ampiezza quasi inconcepibile della Rete possono senz'altro incutere timore, ma l'esplorazione è appena cominciata.


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