Liberi mercati e bolle finanziarie

La trasparenza radicale degli utenti non trova alcun riscontro nelle mosse finanziarie di Facebook, improntate a un'opacità totale e a un disprezzo dichiarato per le pur minime e discrezionali regole del mercato liberale. L'ultimo capitolo di questo gioco pericoloso preannuncia una bolla speculativa di dimensioni ancora maggiori rispetto alle dot com dell'inizio di millennio. Per ricostruirla useremo fonti rigorosamente allineate «a favore del libero mercato», e non certo voci critiche, come il Financial Times e il Wall Street Journal.

La storia ha dell'incredibile: il 3 gennaio 2011, si scopre che Goldman Sachs (società di valutazione del rischio tra le principali responsabili della crisi finanziaria degli ultimi anni), insieme alla russa Digital Sky Technologies, sta investendo 500 milioni di dollari in Facebook45, offrendo la possibilità ai suoi clienti più facoltosi di investire a loro volta. La SEC (Securities and Exchange Commission, l'organismo che dovrebbe regolare il mercato finanziario) è in allerta: una delle poche regole da rispettare è la soglia di 500 investitori, superata la quale una società è obbligata alla quotazione sul mercato principale, ovvero Wall Street; per quotarsi, è necessario rendere pubblici i propri conti per consentire la valutazione da parte di azionisti e investitori. Goldman Sachs di fatto sta aggirando le regole del mercato, creando un fondo speciale per raccogliere 1,5 miliardi di dollari, riservato a pochi e selezionati ricchi clienti, continuando a mantenere Facebook quotata solo su mercati secondari, senza dover pubblicare nessun bilancio societario.

Curiosamente, il valore della società si moltiplica per cinque nel giro di dodici mesi, e raddoppia in cinque mesi: alla fine del 2009 Facebook era valutato 10 miliardi di dollari, nel luglio 2010 era a 25 miliardi, in agosto 33 miliardi, a dicembre le indiscrezioni parlano di 50 miliardi di dollari46. Per fare un paragone, Google, nella prima collocazione miliardaria post-dot-com, fu quotata in borsa per 23 miliardi di dollari (agosto 2004); ma Google, quantomeno, era un'impresa tecnologicamente innovativa, non un mash-up di tecnologie preesistenti... Due settimane dopo, intorno al 20 gennaio 2011, il pre-collocamento in borsa di Facebook è ormai fallito, si dice, perché Goldman Sachs non vuole avere la SEC alle calcagna, e perché tanti piccoli investitori statunitensi sono furiosi di non poter entrare nell'affare Facebook, mentre in Europa e nel resto del mondo i ricchi speculatori dietro Goldman si fregano le mani pregustando i dividendi47.

Facebook è ancora «libera» anche da quel minimo controllo di mercato, è valutata più di sei volte i suoi ricavi lordi (Google è valutata poco più del doppio di quanto ricava), ha raccolto mezzo miliardo di dollari di liquidità e può gettarsi in nuovi investimenti. Il fatto è che Goldman Sachs è riuscita a finanziare Facebook con i suoi debiti (solo sei mesi prima dell'investimento, aveva dovuto sborsare 550 milioni di dollari per una frode federale), facendo lievitare la valutazione della società48. Quando sbarcherà a Wall Street, Facebook potrebbe essere valutata anche 100 miliardi di dollari, e queste cifre astronomiche stanno provocando una bolla finanziaria di proporzioni inimmaginabili. Twitter, GroupOn e tutte le altre startup tecnologiche hanno raccolto finanziamenti milionari.

È però ormai chiaro che il meccanismo per trarre profitti favolosi dalle startup 2.0 comincia a dare segni di cedimento strutturale, come rivela una rapida analisi delle collocazioni in borsa di Linkedin (maggio 2011) e GroupOn (novembre 2011). Entrambe sono state spettacolari; in particolare quella di GroupOn è stata la IPO (Initial Pubblic Offering) più consistente nel settore tecnologico dal 2004, quando fu quotato Google. Ma trascorsi i 180 giorni durante i quali le azioni non possono essere vendute, per limitare le dinamiche speculative, ora Linkedin soffre di pesanti svalutazioni. Nel caso di GroupOn, la svalutazione dei mercati è cominciata subito dopo l'entrata in borsa, come se il ciclo di creazione-valutazione-collocazione-profitto si fosse ulteriormente accorciato.

È evidente che queste società traggono profitti solo teorici, e in ogni caso completamente legati allo sfruttamento delle masse di dati relativi agli utenti che hanno accumulato; perciò gli investitori cominciano a rivedere al ribasso le stime di crescita. Come abbiamo imparato dagli ultimi anni di continue crisi finanziarie, ciò che importa è la prospettiva di accrescimento. Un sistema folle che continua la sua corsa accelerata, guidata dalla legge dei dati. Si parla infatti di data driven society, ovvero per quanto riguarda i mercati economici e finanziari la distopia di una società auto-regolata in tempo reale da sistemi tecnici di controllo dei dati disponibili. Si effettuano sempre più sondaggi, si compiono un numero incalcolabile di misurazioni, come per integrare ciò che integrabile non è: il benessere sociale, funzione del benessere individuale. Ancora più difficile da valutare è l'impatto sulle persone dei sistemi di profilazione.

Un significativo caso di iper-misurazione controproducente, che mostra chiaramente come la quantità non generi automaticamente qualità, è Zynga, società leader mondiale dei videogiochi online. Un'azienda guidata dal culto della misurazione continua, cioè dal calcolo previsionale della miglior performance ottenibile, produce un ambiente di lavoro talmente nevrotico da rendere impossibile il benessere personale. In altre parole, se la legge delle macchine è più rapido, più potente, che produce più dati, l'applicazione agli esseri umani di questi postulati castra la creatività e ingenera malessere49. Persino i mercati finanziari cominciano a valutare negativamente l'eccesso di competitività aziendale, preoccupati dal possibile tracollo psicologico dei più dotati e da conseguenti effetti negativi sugli affari. Il collocamento in borsa di Zynga (dicembre 2011) è andato bene, ma le azioni hanno cominciato a svalutarsi il giorno stesso. Nel caso di Zynga, i profitti sono legati alla capacità di sfornare senza sosta videogiochi di successo, anzi, di battere a ogni uscita il proprio record precedente. È difficile superarsi quando si è già campioni. Il lavoro, è certo, non rende liberi; tanto meno nella Silicon Valley.

Rimane difficile da comprendere come vengano valutate le società del web 2.0 e la loro redditività presunta. Possiamo cercare di capire qualcosa di più con un semplice ragionamento aritmetico. Poniamo che Facebook valesse davvero, nel gennaio 2011, 50 miliardi di dollari; in quel periodo, dichiarava di avere 500 milioni di utenti; 50 miliardi diviso 500 milioni fa 100 dollari, cioè ogni nuovo utente vale cento biglietti da un dollaro. Se fossi un ricco investitore di Goldman Sachs, che ha scommesso diciamo 50 milioni di dollari (e possiede quindi uno 0,1% di Facebook), pagherei (poco) qualcuno per creare account di Facebook: apri mille account (con tanti link e tanti post: ci sono programmi che li costruiscono automaticamente) a cento dollari l'uno, sono centomila dollari di controvalore, eccotene cinquanta per il tuo «lavoro», nel frattempo, io ho guadagnato cento dollari (lo 0,1% dei centomila). Se qualcuno tra voi è un ricco investitore, per favore, vorremmo essere contattati, anche noi conosciamo metodi per creare automaticamente centinaia di account Facebook e vorremmo una parte di tutto questo denaro che si crea dal nulla! È la promessa del capitalismo dell'abbondanza: tutti ricchi senza fatica, lavorano le macchine. Per ora le macchine fanno scommesse sulle piazze finanziarie sulla scorta di algoritmi, in un contesto culturale fortemente competitivo e aggressivo, con aggravi lavorativi sempre maggiori, in spregio totale delle conseguenze disastrose sulla vita delle persone di decisioni non ponderate mosse dall'avidità. È dimostrato che la cultura dell'azzardo tipica delle borse valuta positivamente il rischio a priori e tende a premiarlo, promuovendo comportamenti irresponsabili e criminali.

45) New York Times http://dealbook.nytimes.com/2011/01/03/why-Facebook-is-such-an-important-friend-for-goldman-sachs/ 

46) Financial Times http://www.ft.com/cms/s/0/e0dad322-173c-11e0-badd-00144feabdc0.html#axzz1KzW89fTA 

47) Wall Street Journal, Facebook Flop Riles Goldman Clients, http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703954004576090440048416766.html#articleTabs%3Darticle 

48) The Goldman Sachs Facebook Deal: Is This Business as Usual? http://knowledge.wharton.upenn.edu/article.cfm?articleid=2680  

49) Is Zynga’s culture really rotten at the core? Hear how Mark Pincus described the mission in April, Geekwire,http://www.geekwire.com/2011/zyngas-culture-rotten-core