La società della prestazione

La condivisione su Facebook è quindi in sostanza la condivisione di oggetti digitali che compongono identità virtuali. Io sono il mio comportamento online. Ma passare tanto tempo a produrre un'immagine di sé online ha degli effetti anche nella vita offline. Le identità virtuali che si possono costruire con gli strumenti di Facebook sono perlopiù piatte, senza la profondità tipica delle identità a tutto tondo, ricche di sfumature e contrasti. Di solito nella vita reale, prima di dire «A cosa sto pensando», rifletto, e soppeso accuratamente i pro e i contro. In genere non urlo per strada che sono appena stato lasciato via sms da quello che immaginavo fosse l'amore della mia vita, e che ora sono disponibile a tutto sul mercato delle relazioni. Su Facebook è più facile comportarsi senza filtri. Si richiede la massima sincerità, che in questo caso fa rima con ingenua stupidità.

I sentimenti degli esseri umani possono essere molto complessi, per non dire contorti. La letteratura, l'arte, la creatività sono altrettante espressioni della straordinaria capacità umana di creare mondi condivisi per sentire insieme agli altri. Il rischio che la partecipazione di massa sui social network, invece che dar vita ad «autorialità collettiva», si concretizzi in un brulicare di interazioni superficiali è drammaticamente reale. Il tempo, come ci ha spiegato Michel De Certeau17, è l’unico bene disponibile per l’invenzione dal basso del quotidiano. Quando non si ha un luogo proprio e si agisce sul territorio altrui, anche se non è possibile attuare strategie, si possono articolare tattiche. Dunque in teoria il tempo personale può essere utilizzato per costruire relazioni significative anche in contesti eterodiretti come Facebook e tutti i social network, retti da regole che non stabiliamo noi utenti. Ma anche le tattiche più raffinate di sovversione nell’uso degli strumenti raramente riescono a dar luogo a zone autonome di sperimentazione. Quasi sempre, il tempo vitale viene riassorbito dagli spazi digitali e messo a servizio del profitto. Sono in parecchi a sentire che qualcosa non va, anche tra i più tecnofili, perché come sostiene l'artista Richard Foreman, «siamo stati polverizzati in pancake [frittella] istantanei, diventando sinapsi imprevedibili ma statisticamente cruciali dell’intera rete Gödel-to-Google». Di certo la velocità è un’arma a doppio taglio, perché l’illusione di ottenere risultati immediati in risposta alle proprie intenzioni di ricerca (Google) e in risposta ai propri desideri di socialità (Facebook) mortifica la ricca profondità della cultura libresca e la difficile costruzione di un mondo condiviso di relazioni ricche di senso:

oggi vedo tra tutti noi (me compreso) la sostituzione della complessità interiore con un nuovo tipo di autoevoluzione, che avviene sotto la pressione dell’eccesso di informazione e della tecnologia dell’immediatamente disponibile. Un nuovo sé a cui serve sempre meno un robusto patrimonio culturale, dato che stiamo diventando pancake people [persone frittella] larghe e piatte, mentre ci connettiamo con quella vasta rete di informazioni cui accediamo semplicemente premendo un tasto.18

Lo svuotamento dell’interiorità individuale, completamente riversata nell’esteriorità digitale, ha a che fare con la tensione verso l’esterno, la ricerca incessante di risposte (conoscenza) e di contatti sensati per l'individuo (affettività). Le risposte delle Reti, fornite da macchine meccaniche (computer, cavi, infrastrutture) e significanti (programmi informatici), rientrano nel discorso della scienza. Come notava Feyerabend, la scienza ha un carattere religioso nel voler imporre un’unica verità19. Anche la scienza, madre del pensiero tecnico e degli artefatti tecnologici, è come un gas che tende a saturare ogni spazio discorsivo, imponendosi con metodi pastorali, messi a punto dalla più antica e funzionale gerarchia universalistica del mondo, la Chiesa cattolica. Come un buon pastore cura il suo gregge, così il tecnocrate moderno fornisce alle pecore tutto ciò di cui hanno bisogno, a patto che siano docili e trasparenti, che dicano sinceramente tutto ciò che le agita e abbraccino entusiasticamente la buona novella della società digitale. La novità è che le pecore devono auto-definirsi in maniera attiva secondo gli standard offerti dagli strumenti messi a disposizione: lungi dall'essere massa indistinta, sono singole, minime variazioni identitarie definite da parametri il più possibile chiari. Solo così le tecnologie digitali possono cercare di offrire una verità personalizzata e immediata per ogni desiderio. «Google, Facebook & C.», piccole divinità dell’economia della ricerca e dell'attenzione, sono quindi un’ipostasi minore della religiosità scientifica, a cui ci si affida per officiare il rito della tecnologia superiore e liberatrice.

Impazienti, attendiamo che gli algoritmi di ricerca scovino nel marasma della Rete quello che ci serve. Ma nonostante la smania, nonostante qualche secondo in più o in meno sembri fare la differenza, siamo colmi di autocontrollo: perché la socialità di Facebook, di Google, delle reti sociali digitali è riuscita nell'intento di dotarci di un autocontrollo fenomenale. Ansiosi, controlliamo la nostra posta elettronica decine di volte al giorno, forse diverse caselle di posta. Controlliamo il muro di Facebook; controlliamo le reazioni dei nostri followers su Twitter; controlliamo di non aver perso chiamate o messaggi su cellulari e smartphone; controlliamo che qualcuno non ci stia contattando su Skype, MSN o qualche altro sistema di chat. La socialità turbo-capitalista è questa: il controllo e il ritocco compulsivo dei nostri profili digitali, per essere all'altezza del mondo là fuori. Controlliamo di esistere, perché se non siamo là fuori non esistiamo. L'autocontrollo, nel senso esatto di «controllare sé stessi» è diventato una seconda natura, un riflesso condizionato dalla presenza di oggetti tecnologici insieme ai quali formiamo il sistema tecnico globale. Attendiamo che qualcuno risponda alle nostre mail, ai nostri post; vogliamo essere taggati e riconosciuti. Vogliamo attenzione, vogliamo riconoscimento; ma otteniamo solo briciole, scampoli di tempo, più o meno della stessa qualità che siamo disposti a dare agli altri, troppo affaccendati come noi a crearsi un alter ego digitale all'altezza delle aspettative. Siamo nella società della prestazione.

Di gran lunga meno codificato rispetto alle religioni classiche, l’insieme delle credenze superstiziose che accompagnano l’uso quotidiano degli strumenti digitali è la salsa di condimento di numerosi, insipidi pasti online. Intanto il controllo «per la vostra sicurezza» militarizza tutto lo spazio esterno e giunge a controllare ogni movimento online. Peraltro, lo spazio interno20 delle persone-frittella, intente a tenersi buoni tutti gli amici, conoscenti e seguiti online, è molto limitato.

I tecno-entusiasti della «partecipazione online» di massa diffondono la falsa coscienza che la somma di molti navigatori distrattenti generi un enorme valore aggiunto, facilmente monetizzabile. Nell'economia della conoscenza, più persone partecipano con le proprie conoscenze, più aumenta la ricchezza complessiva. Ma non è vero che oggi le persone sanno di più. Conoscere tutto di una sitcom, degli stili di vita dei personaggi famosi, dell’ultima moda del Village, New York quando si vive nel quartiere Bovisa a Milano, o a Belleville a Parigi, non significa affatto conoscere di più, né conoscere meglio. Ma nemmeno sapere istante per istante ciò che succede ai nostri amici digitali di Facebook, o quelli che vorremmo fossero nostri amici e quindi seguiamo su Twitter. La somma di queste conoscenze è utile solo a far girare a vuoto più velocemente il motore del Progresso Digitale. La gioia liberatoria dell’esclamazione di Raoul Vanegeim, «Tutto si può dire, nulla è sacro» viene banalizzata dall’abbondanza di sciocchezze. Così accade che tutto è semi-sacro, relativo nel senso deteriore di equipollente, «a uguale distanza da», ugualmente inutile, perché sembra che nulla di nuovo si possa dire.

Eppure le conoscenze non sono tutte uguali. Non tutto è equivalente. È vero che mia nonna Gardenia non potrebbe mai cavarsela con gli smartphones e il VoIP – ma potrebbe imparare, se avesse un’adeguata preparazione, grazie a una formazione mirata. D’altra parte, mia nonna sapeva cavarsela egregiamente nel suo mondo, che continua a essere il mondo reale di gran parte della popolazione mondiale, oltre che il nostro mondo reale fuori dagli schermi, senza che noi ce ne accorgiamo. C’è differenza fra sapere da una parte riparare il rubinetto che perde in casa qui e ora, o saper rammendare una tasca bucata, o saper cantare, ballare, andare in bicicletta, o ancora saper ascoltare la confidenza di un amico, e dall'altra essere capaci di postare sul proprio muro di Facebook (ma perché si chiama muro? È uno spazio per graffiti che non si esaurisce mai?). Sono due tipologie di competenze di complessità analoga ma molto diverse. Le prime sono autonomizzanti, rendono le persone individui più autonomi; l’ultima competenza è un sapere-potere che dipende completamente dalle produzioni eteronome (dirette da altri secondo regole altrui) del mondo «là fuori», soprattutto se non ho la minima idea di come funziona tecnicamente Facebook (e quindi non sono autonomo rispetto allo strumento) pur utilizzandolo compulsivamente. Infatti quando per via del default power cambiano le regole di Facebook, o dello strumento a cui mi affido per costruire la mia identità, in quanto utente rimango disorientato, perso perché ciò che sapevo non serve più, o comunque va aggiornato. In un certo senso sono io che sono obsoleto e vado aggiornato, in quella formazione continua che non stratifica nulla e non insegna niente se non l'adeguamento al sistema. Quando cambia un pulsante, quando l'organizzazione dello spazio dell'account personale viene cambiato dal fornitore del servizio «per migliorare l'esperienza dell'utente», è l'identità stessa che vacilla. Ma cosa si può opporre all'obsolescenza programmata delle competenze, se nulla di ciò che esiste là fuori dipende davvero da noi?

Il concetto stesso di opporsi, criticare, cercare alternative, diventa obsoleto. L'articolazione del pensiero viene risucchiata dalla velocità della mutazione, una velocità di fuga necessaria per mascherare l'inconsistenza della socialità che si sta creando. Vedremo nella prossima parte come questa socialità sia parte di un progetto ideologico preciso, l'estremismo anarco-capitalista, che ben si coniuga con la visione della tecnologia salvatrice e liberatrice. La superficialità del mito della partecipazione online è denunciata anche dalle espressioni utilizzate per descrivere l'esperienza della rete. Mi piace, primo link, clicca qui, dì quello che pensi: sono reazioni a stimoli nemmeno binari, ma addirittura monodirezionali. Su Facebook si può essere assertivi a proposito dei propri gusti, ma criticare non ha senso. L'obiezione più comune è: se non ti piace, non andarci, in rete c'è tutto e sei libero di scegliere quello che ti piace.

A parte il fatto che la libertà è un processo di costruzione e non una scelta fra bianco e nero, la mancanza di sfumature di esperienza conduce a semplificazioni indebite. A volte vengono predisposti sistemi di «voto», come accade nel sistema delle raccomandazioni di Amazon, ma anche nel sistema di valutazione degli articoli di Wikipedia. L'aggregazione e l'analisi di questi dati, che indagheremo nel dettaglio discutendo di privacy e profilazione, serve per stabilire dei rank, ovvero per ordinare i risultati in base a valori espressi dagli utenti, suscettibili di cambiare nel tempo. Secondo i pretoriani della democrazia elettronica, esprimere le proprie preferenze dovrebbe ovviare al problema della dittatura della maggioranza, evidente nel sistema di ranking più diffuso al mondo, il page ranking di Google. In origine, dal momento che ogni link in entrata su un sito veniva considerato espressione di un «voto di preferenza», i primi risultati erano quelli «più votati dalla maggioranza». Ma fin dall'inizio gli algoritmi sono stati modificati da filtri contestuali per adattare i risultati all'utente, mediando i risultati dell'algoritmo di top rank globale con i dati derivanti dalla profilazione dell'utente (ricerche precedenti, cronologia di navigazione, ecc.). Si delinea una vera e propria ideologia della trasparenza, realizzabile solo svuotando letteralmente gli individui e gettando la loro interiorità in un sistema online. Questi contenuti ammassati con procedure di tracking21 verranno sezionati in maniera sempre più granulare per servire a ciascun utente il servizio-prodotto su misura, rispondente in tempo reale alle preferenze espresse. Ci penseranno gli algoritmi a estrarre in maniera semiautomatica da una serie di «mi piace» la risposta corretta a ogni desiderio.

La metafora spaziale interno (individualità) vs. esterno (collettività, rete) è utile per cogliere l’errore di fondo della tecnologia miracolosa tipica della distopia turbo-capitalista. Le conoscenze immagazzinate là fuori, in quelli che si chiamano «Big Data», sono una chimera, perché le conoscenze utili agli esseri umani non stanno fuori, non sono intercambiabili: possono essere oggettivate, scambiate, imparate, tradotte e condivise, ma le conoscenze innanzitutto sono un processo di immaginazione individuale. L’individuazione, il diventare sé stessi, diversamente dalla memoria totale irriflessiva delle macchine digitali, è un divenire nel quale perdiamo continuamente conoscenze, perdiamo memoria e la ricostruiamo, e ci ricostruiamo nei processi vitali.

Quando conosciamo qualcosa o qualcuno, entriamo chiaramente in relazione con qualcosa di esterno alla nostra individualità. Ma come non tutte le relazioni sono interessanti e meritevoli di approfondimento, così i link in Rete non sono tutti uguali. La dittatura del link a costo zero vale quello che costa: nulla22. La cultura del «mi piace» non ha nulla a che fare con l'espressione dei desideri personali, è un giudizio pseudocasuale. Tracciare un collegamento nuovo non è facile. Significa tagliare un mondo prima continuo con una linea preferenziale, connettere due realtà separate, creare nuove divisioni dello spazio23. Richiede cura, energia, attenzione. Richiede consapevolezza, perché se il ponte che getto da un punto all’altro della Rete è mal progettato, crollerà non appena altri cercheranno di utilizzarlo. Invece il culto del link riguarda l’immediatismo del «tutto è stato detto», del «tutto è già là fuori», «tutti sono già là, i tuoi amici ti aspettano, i tuoi concorrenti fanno affari d'oro, i tuoi clienti ti cercano», basta inserire l’indirizzo per arrivarci istantaneamente, basta aprire un conto su questo o quel servizio sociale per ritrovarsi subito fra amici. La festa è là fuori, la noia è qui dentro.

Si capisce meglio adesso la reale portata dello slogan attribuito a Pierre Lévy: «No ones know everything, everyone knows something, all knowledge reside in networks»24 [nessuno conosce ogni cosa, ciascuno conosce qualcosa, tutta la conoscenza sta nelle reti]. Quest’affermazione aforistica, estremamente pericolosa per sottintesi e conseguenze, merita un’attenzione particolare. L’articolazione nessuno-ciascuno-tutto rimanda alla dialettica hegeliana. Infatti il superamento della limitatezza individuale (tesi: nessuno conosce ogni cosa) avviene attraverso una rivalutazione positiva della conoscenza diffusa (antitesi: ciascuno conosce qualcosa) per finire nella sintesi del ribaltamento completo verso l’esterno: tutta la conoscenza (cioè ogni cosa, posta l’equivalenza informazionale per cui la realtà è informazione) sta là fuori. Sembra molto ragionevole: dal momento che ciascuno conosce qualcosa, basta che ciascuno «butti fuori» ciò che conosce et voilà, a ciascuno basterà allungare le mani e prendersi l’infinita ricchezza del sapere «là fuori». Partecipare alla costruzione dei mondi condivisi sembra così facile.

Come vedremo meglio in seguito, «là fuori» non c’è nulla, assolutamente nulla che non sia stato creato da un’immaginazione individuale, capace di socializzarsi e diventare così collettiva. L’idea apparentemente innocua di stoccare le conoscenze «là fuori» e di fruirne illimitatamente in tempo reale si basa sul presupposto informazionale25. Peccato che l'informazione non esista, se non come meta-categoria per cancellare con un colpo di spugna la complessità delle interazioni comunicative. Di che sostanza è fatta l'informazione? Impalpabile ed eterea, l'informazione digitale necessita però di pesanti hard disk di metallo, silicio e minerali rari; di ingegneria e industria per costruire i circuiti in cui si muove; di elettricità (petrolio, carbone, nucleare, solare, eolica?) per renderla disponibile; di sistemi di decodifica estremamente complessi per renderla comprensibile a noi. Il digitale non è un mondo disincarnato: è un mondo materiale. Dall'altro lato, non esiste un supporto esterno a noi. Le conoscenze non sono separabili dai cervelli umani che le creano. In termini più tecnici, le menti sono coestensive ai corpi, i corpi alle menti, perciò corpi non umani potranno forse un giorno manifestare attività mentali coscienti, ma non di tipo umano.

Perciò, anche se esistesse, un supporto esterno (digitale o meno) per la conoscenza (per l’informazione esiste già, ma l’informazione non è autocosciente) non agirebbe nel nostro interesse collettivo. La socialità automatica gestita dalle macchine è una bufala. Anche senza entrare nel dettaglio della critica, possiamo affermare con certezza che i dati in generale, e i Big Data in particolare, non sono intelligenti. La quantità di informazione non genera socialità. I Big Data non sono socievoli. I Big Data non ci rendono automaticamente liberi, autonomi e felici. L’Intelligenza Collettiva delle reti è un sogno di controllo reazionario. Quando smette di autoriconoscersi, di riflettere su di sé, l’immaginario collettivo26 si cristallizza e dà luogo a istituzioni oppressive. Le istituzioni sono necessarie all'articolazione sociale, ma quasi sempre, dimentiche della propria origine storica, non agiscono per il bene delle persone, bensì per la propria auto-perpetuazione, succhiando le energie dagli individui. Possiamo facilmente immaginare quanto le istituzioni cristallizzate a partire dall’immaginario collettivo tecnologico saranno ancora più disumane di quelle storicamente note. Si pensi all’istituzione del controllo digitale e quindi della polizia digitale: se in qualche modo è sempre possibile opporsi al dominio umano, in che modo ci si potrà ribellare alla macchina incaricata di far rispettare la legge che sta «là fuori»27? Non è un caso che queste istituzioni stiano progressivamente adottando il modello reticolare, trasformandosi così in organizzazioni reticolari. In questo modo scaricano le esternalità negative sui punti deboli della rete, riuscendo nel contempo ad accumulare un potere ancora maggiore. Quando le istituzioni non hanno nemmeno una facciata pubblica o pseudo-democratica, ma sono esplicitamente rette da principi antisociali, come nel caso delle imprese private anarco-capitaliste come Facebook, è certo che la rete sociale prospettata non è una rete di salvataggio ma una trappola.

In conclusione: per comunicare il Sé, la propria identità, non ci vogliono meno regole e meno strumenti, uguali per tutti e facili da usare; al contrario, ci vogliono più regole e più strumenti, differenti per ogni situazione particolare, per ogni relazione, da imparare ad usare. Solo così è possibile immaginare una maggiore autonomia, ovvero «darsi regole da sé». Quello che comporta invece la partecipazione di massa di Facebook è la costruzione di un mondo illusorio in cui esistono solo amici, ma nessun nemico; quel che è peggio, è che per tenersi stretti gli «amici», invece di incontrarli, è necessario passare più tempo possibile a ritoccare il proprio profilo, in una spirale di vera e propria tossicomania onanistica (FB-addicted).

17) Michel De Certeau, L'Invention du quotidien, 1. Arts de faire et 2. Habiter, cuisiner, éd. établie et présentée par Luce Giard, Gallimard, Paris, 1990. 

18) Richard Foreman, «THE PANCAKE PEOPLE, OR, "THE GODS ARE POUNDING MY HEAD"», edge.org, http://www.edge.org/3rd_culture/foreman05/foreman05_index.html

19) P. K. Feyerabend, Contro il metodo, op. cit., cap. 18, passim. 

20) L’idea che lo spazio interiore sia l’unico spazio ancora realmente da esplorare, e dunque alieno, risale almeno a J.G. Ballard, «Which Way to inner space», New Worlds, London, 1962, tr. it. «Qual è la strada per lo spazio interno?», in J. G. Ballard, Re/Search Edizione italiana, ShaKe, Milano, 1994. 

21) http://donttrack.us/ una breve presentazione che spiega bene come funziona il sistema di tracciamento delle ricerche. 

22) Quando otteniamo cento sms gratuiti per aver ricaricato il cellulare, da inviare entro le prossime dodici ore, siamo di fronte all'ennesima possibilità comunicativa che non costa nulla e nulla vale, né per chi invia, né per chi riceve. È la cura e il tempo dedicato a riempire di senso un atto comunicativo. Eppure il meccanismo perverso della gratuità comunicativa è talmente potente da riuscire persino a farci sentire in colpa per non aver colto la straordinaria occasione di inviare sms a raffica. 

23) La teoria dei grafi può essere facilmente impiegata per mostrare come in un grafo (la rete di Internet) un collegamento realmente nuovo riconfigura completamente la rete stessa ed è quindi un atto di creazione radicale. Per una panoramica introduttiva sull’argomento, si veda Albert-László Barabási, Link. La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004.  

24) Dalla quarta di copertina di Pierre Lèvy, Collective Intelligence, Basic Books, New York, 1995. 

25) Manuel Castells, La nascita della società in rete Università Bocconi editore, Milano, 2002 

26) Cornelius Castoriadis, L'institution imaginaire de la societé, Le Seuil, Paris, 1975. 

27) La democrazia digitale basata sul principio un link / un voto si trasforma rapidamente in un sistema di raccomandazioni retroattivo (Google, Amazon, FaceBook) che di fatto militarizza le Reti. Se non avete nulla da nascondere, non avete nulla da temere, assicurano i servizi di profilazione. Non useremo le informazioni che ci affidate contro di voi. È la legge che ce lo vieta. Un argomento debole, che di fatto maschera la completa espropriazione dei dati personali.