Dinamiche psicologiche: narcisismo, esibizionismo, pornografia emotiva

La prima cosa che si condivide su Facebook è naturalmente la propria identità, rappresentata da un nome e un'immagine, non obbligatoria. Data di nascita e sesso (per il momento solo due possibilità: maschio o femmina) sono invece obbligatori, formalmente per impedire la registrazione ai minori di 13 anni. Nella pratica, il nickname corrisponde nella stragrande maggioranza dei casi al nostro nome e cognome reale: poiché, come recita lo slogan sulla homepage, «Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita» ed è più facile farsi trovare se si utilizza la propria identità anagrafica. «Per questo motivo, per il tuo nome e per l'immagine del tuo profilo non sono previste impostazioni sulla privacy.»9

Facebook non vuole nomi falsi. La ragione sarebbe che «Facebook si basa sulle interazioni che avvengono nel mondo reale. L'uso di pseudonimi contraddice i valori su cui si fonda il nostro sistema. Gli utenti che usano nomi falsi sono più propensi ad eseguire attività che violano le nostre normative. Questo principio è importantissimo per noi, pertanto rimuoviamo gli account falsi non appena ne veniamo a conoscenza.»10 Ippolita, che usa un nome collettivo eteronimo e promuove la creazione di identità multiple e in divenire, non può che trovarsi in profondo disaccordo. A prescindere dal fatto banale che l'identità di un individuo, anche dal punto di vista biologico, è in continua mutazione, e che un nome e una data di nascita sono decisamente troppo poco per individuarmi, l'identità è pur sempre una rappresentazione. È il teatro dell'io che si presenta al mondo. L'identità è frutto di una costruzione incessante, non è un dato di fatto stabile e immutabile. Solo ciò che è morto è fisso; gli esseri viventi cambiano appunto perché sono vivi11. Ma tralasciamo per ora gli aspetti filosofici e concentriamoci su come si costruisce questa identità virtuale.

L'immagine del profilo è importante, importantissima. Metteremo quindi una foto in cui siamo riusciti bene, in una posa ammiccante, che desti interesse. Questo è il nostro vero io: non certo le foto in cui siamo stanchi, delusi e depressi. Le foto compromettenti andremo a cercarle nei profili altrui, perché la dinamica della delazione-autodelazione è esattamente questa: presentare il proprio lato migliore e cercare morbosamente il lato peggiore degli altri. Su Facebook, siamo tutti Narciso che si specchia nella propria immagine riflessa, ma riflessa dalla rete sociale. Perciò è importante nascondere ciò che non è presentabile e confessabile, perché si potrebbe correre il rischio di non piacere. E siccome Facebook nasce come strumento di speed dating, per pescare possibili partner in un circuito il più ampio possibile (ma comunque in qualche modo elitario: lo spirito delle università della Ivy League, le più esclusive d'America rimane, trasformato in una sorta di «elitismo di massa»12), è chiaro che per ottenere più appuntamenti è meglio mostrarsi al massimo della propria forma.

Il secondo movimento dello specchio è l'immagine che riflette sé stessa. Ci riflettiamo per piacerci, non per commiserarci. Ma Narciso riflesso non può che essere un esibizionista al quadrato. L'uso compulsivo è tipico della scoperta di un nuovo gioco, specialmente se le regole del gioco esigono l'esposizione delle viscere, per quanto depurate degli aspetti più sconci, anche perché il garante della moralità (sempre Facebook) è noto per cancellare profili quando incappa in foto di nudi o simili. La celebrità implica qualche sacrificio. E anche la micro-celebrità così diffusa su Facebook non è ottenibile senza un impegno nell'esibizione. I fan devono poter contattare in ogni momento il loro micro-idolo.

Nella società dello spettacolo massificata siamo tutti al tempo stesso spettatori che applaudono e attori sul palco impegnati nella rappresentazione delle nostre identità virtuali. È impressionante quanti e quali particolari le persone siano disposte a raccontare delle proprie vite con lo scopo di essere al centro dell'attenzione. Verificare il potere delle reti sociali come arena di esibizionismo masturbatorio collettivo è piuttosto facile. Potreste aprire un profilo Facebook verosimile, con un nome e cognome (non troppo comuni ma nemmeno troppo astrusi o palesemente falsi), un indirizzo email (appena aperto su Google, dal quale avrete provveduto a iscrivervi a tutte le mailing list, newsletter e feed RSS che interessano il vostro alter ego digitale), che ha frequentato la tal scuola superiore, che tifa una particolare squadra di calcio, che ama un genere musicale e ha hobby ben precisi. Inviate quante più richieste di amicizia potete, Facebook vi guiderà alla scoperta di amici che ancora non sapete di avere. Rispondete con entusiasmo a chi accetta la vostra amicizia, inviate link simpatici, LOLCAT sbarazzini, offritevi di curare la farmville13 dei vostri nuovi amici, e sarete ricompensati con molte attenzioni. Il vostro profilo di Facebook è completamente artefatto e non corrisponde ad alcuna persona reale, ma sulla rete sociale siete molto attivi, e con un pizzico di ingegneria sociale14 potrete scoprire tutto dei vostri nuovi «amici».

Da tempo sono attivi nelle reti sociali dei programmi informatici, pezzi di codice in grado di agire secondo le regole auree dell'ingegneria sociale. Studiano il comportamento delle persone per carpire informazioni. Fingono di sapere cose che non sanno, ingannano, mentono. Parleremo più avanti dei socialbot, programmi che si sono dimostrati in grado di penetrare e compromettere reti di fiducia su Facebook e non solo; ma esistono anche metodi meno sofisticati. Il phising è una categoria molto comune di attacco che usa tecniche di ingegneria sociale. Per «prendere all'amo» la preda basta metterla in guardia, per il suo bene: fai attenzione, qualcuno è entrato nel tuo profilo Facebook! Scrivi qui la tua password vecchia e cambiala immediatamente! Così potrò avere accesso anche alle informazioni che ancora non hai condiviso con tutti.

Il paradosso evidente è che in un mondo dove tutti sono obbligati a essere «sé stessi», a dire la verità su ciò che fanno e amano, a rivelare esattamente dove sono in maniera chiara e senza possibile fraintendimento, chiunque abbia intenzioni malevole si trova in una situazione ideale, circondato da persone totalmente sincere che non aspettano altro che qualcuno si interessi a loro. Andy Warhol aveva predetto che tutti hanno diritto a un quarto d'ora di celebrità, ma è molto peggio di quello che si poteva immaginare. Si tratta ormai di una celebrità diffusa, a portata di tutti ma dai confini incerti, che richiede un aggiornamento compulsivo del proprio profilo, una fiducia assoluta e una trasparenza radicale nei confronti delle macchine che ci conoscono meglio di quanto non ci conosciamo noi, e possono facilmente consigliarci gadget prodotti apposta per noi.

Lo stadio finale dell'involuzione psicologica su Facebook è quindi la pornografia emotiva e relazionale. Come già da tempo insegnano i talk show e i reality show televisivi, strapparsi i capelli, piangere, urlare, contorcersi, litigare e insultarsi di fronte a un pubblico votante è fonte di grande piacere. Ci si sente famosi, anche quando nessuno ci conosce. Non serve avere competenze specifiche, saper recitare, cantare o ballare, o almeno parlare, e nemmeno essere belli: basta dare tutto alle telecamere, le emozioni allo stato puro, senza filtri. Facebook intensifica questo programma di pornografia emotiva su scala mondiale, introducendo strumenti di trasparenza eccezionali, sotto forma di caselle da validare, form da compilare o spazi vuoti da riempire. Qual è la tua situazione sentimentale? È importante che tutti sappiano se sei libero, occupato, divorziata, disposta all'avventura. Condividi il tuo stato emotivo, dicci ora, «A cosa stai pensando?». Sii trasparente!

L'aspetto più curioso, se non fosse tragico, è che lo stile «a blog», in cui le informazioni di ieri non hanno più alcuna rilevanza oggi, non consente alcuna stratificazione. L'esperienza viene circoscritta in una sorta di eterno presente. Il passato scorre inesorabilmente verso il basso e nessuno va a leggere i vecchi post. Eccezion fatta per chi vuole scovare del marcio, perché tutti hanno qualcosa da nascondere, e i rapporti sociali si basano sulla discrezione e sulla menzogna, o quantomeno sulle mezze verità e sull'omissione. Ma un datore di lavoro, un partner sospettoso, un software spione, un'autorità a cui Facebook ha venduto l'accesso ai tuoi dati... vorrebbero sapere che cosa hai combinato, e grazie alla condivisione in cui hai posto tanto zelo lo troveranno senz'altro. L'introduzione di Timeline, una linea del tempo sulla quale poter inserire foto, post e contenuti di momenti precedenti all'apertura del proprio profilo su Facebook, va nella stessa direzione di rendere accessibile ogni aspetto della propria personalità in una narrazione senza punti oscuri, lineare, chiara, consequenziale.

Ma qui e ora, nessuna profondità, nessuna complessità, nessuna ambiguità. Essere. Il non essere non sussiste, e il divenire è semplicemente inconcepibile. A differenza di quanto accade nel mondo là fuori rispetto alle reti sociali online, qui le cose sono, non divengono, semplicemente uno stato si sovrappone al precedente, cancellandolo senza appello. La tua identità è fissa anche se cambia. Sei libero di scegliere: ti piacciono gli uomini o le donne? No, tutti e due contemporaneamente non si può, una sola scelta! No, transgender non sappiamo cosa significa, i programmatori prevedono forse una nuova categoria (ben definita) per la prossima versione del software. E se per caso cambi idea, non c'è problema: la tua nuova identità è un nuovo «stato» che elimina la vecchia. Nella realtà, le identità sono complessi fasci di qualità che vibrano, spesso dissonanti, e si modificano in maniera anche dolorosa, perché la memoria di ciò che eravamo è costruita sull'oblio, sulla selezione e sul racconto di sé, non sul ricordo totale fissato per sempre in un profilo15.

Per questa tensione a «dire tutto», Facebook è il campione della pornografia16 emotiva e relazionale: sii trasparente! Scrivi, disegna, anzi fotografa e stabilisci collegamenti su ciò che ti riguarda nella maniera più intima; esponi senza filtri per il pubblico che ti osserva le tue emozioni, nella maniera più sguaiata possibile: questa è massima libertà d'espressione.

9) http://www.Facebook.com/policy.php 

10) http://www.Facebook.com/help/?page=1132 

11) Si veda in proposito gran parte dell'opera di François Laplantine e in particolare Je, Nous et les autres. Etres humains au-delà des appartenances, Paris, Le Pommier, 1999, e Le Sujet: essai d'anthropologie politique, éditions Téraèdre, Paris, 2007. 

12) L'elitismo di massa è un sentimento ossimorico su cui fa leva la pubblicità. I prodotti più ambiti sono «in esclusiva per tutti», a prezzi popolari ma ricercati. Perché «il lusso è un diritto». Sulla pubblicità, cancro sociale e benzina del capitalismo, si veda Gruppo M.A.R.C.U.S.E, Miseria umana della pubblicità. Il nostro stile di vita sta uccidendo il mondo, Elèuthera, Milano, 2006. 

13) Farmville è uno dei giochi più diffusi su Facebook, creato dalla società videoludica Zynga, con molti milioni di giocatori. Il gioco simula la vita di un agricoltore, permettendo ai giocatori di piantare, far crescere e raccogliere piante e alberi virtuali nonché di allevare animali. Gli oggetti possono essere scambiati, regalati, comprati e venduti. 

14) La sterminata bibliografia sulle tecniche di ingegneria sociale richiederebbe un tomo a parte. Segnaliamo i classici del black hat hacker Kevin D. Mitnick (con William L. Simon), The Art of Deception: Controlling the Human Element of Security, 2002 e The Art of Intrusion: The Real Stories Behind the Exploits of Hackers, Intruders and Deceivers, 2005. 

15) Per una trattazione anche storica e giurisprudenziale sul tema della memoria come oblio nel digitale, si veda Viktor Mayer-Schonberger, Delete. Il diritto all'oblio nell'era digitale, Egea, Milano, 2010. 

16) Pornografia, dal greco πόρνη, porne, «prostituta» e γραφή, graphè, «disegno, scritto, documento», significa letteralmente «scrivere su» o «disegnare prostitute». La raffigurazione pubblica di sé stessi, oggetti unici del proprio piacere narcisistico, presenta i tratti dell'auto-prostituzione. In quanto oggetto di marketing nel mercato pubblico delle identità, presenta i tratti della prostituzione in cambio di attenzioni.