In principio era Google

All'inizio del 2006, quando il web sociale era ancora affare di pochi eletti (negli USA, le università della Ivy League, più Stanford, avevano appena aderito in massa a Facebook), Ippolita aveva pubblicato da poco Open non è Free1. Aperto non significa Libero, ovvero l'Open Source non è uguale al Free Software, la libertà costa cara mentre l'apertura al libero mercato fa guadagnare un sacco di soldi. La ricezione era stata modesta per non dire scarsa. Invece di cercare un approccio più semplice, infiammati da riflessioni altamente filosofiche, pensammo allora di alzare il tiro. Ci pareva del tutto evidente il processo in corso: un passaggio epocale dall'epistemologia all'ontologia nei mondi digitali. Il «che cosa» (ciò che conosci) veniva rapidamente sostituito dal «chi» (ciò che sei); la gestione della conoscenza stava diventando gestione e costruzione dell'identità.

Ma l'argomento è di una complessità che fa tremare i polsi, e, quel che è peggio, davvero poco interessante per un pubblico non specialistico. Insomma, ci sembrava che discettare delle trasformazioni dell'informatica a beneficio di pochi specialisti avesse davvero poco significato. Perciò per facilitarci il compito, la decisione cadde su... Google!2 L'attore più enorme in campo, il motore di ricerca più noto, utilizzato e versatile. L'obiettivo (Mission, un credo articolato con tanto di Evangelists, evangelizzatori che diffondono la «buona novella digitale») è l'organizzazione di tutta la conoscenza del mondo. Come dichiarava l'allora CEO del gigante di Mountain View, Eric Schmidt, si tratta di un’azienda globale delle tecnologie dell’informazione, «da 100 miliardi di dollari».

Ma Google è solo un esempio della deriva in atto, ovvero dell'estensione globale di pratiche di delega a un soggetto egemone delle proprie «intenzioni di ricerca». La visione del mondo di domani di Google trova la sua più chiara espressione nel bottone «Mi sento fortunato»: i miei desideri li desidera e realizza un soggetto tecnocratico, al quale confido ogni cosa. Io sono ciò che Google sa (la mia ontologia è l'epistemologia di Google). Le mie ricerche e i miei spostamenti online, le mie frequentazioni e le mie preferenze, le mie mail e le mie foto, i miei messaggi privati e pubblici, tutto ciò che compone la mia identità è gestito «per il mio bene» da Google.

Il libro Luci e ombre di Google, anche grazie alla diffusione copyleft, è circolato in diverse lingue. Eppure, anche se Google continua a far parlare di sé, nessuna nuova analisi che cerchi di spezzare le gabbie della specializzazione «per pochi eletti» da una parte (si moltiplicano gli studi sugli algoritmi di indicizzazione) e della banale documentazione delle nuove funzionalità dall'altra (non mancano compilazioni subito obsolete sui dieci servizi di Google per diventare ricchi sul web). Ma nel cloud computing («nuvole» di dati), si diffonde la FOG: non nebbia, ma paura (Fear Of Google); paura che un monopolio della conoscenza costituisca una minaccia non solo per gli individui, ma anche per aziende e autorità statali o sovrastatali. Un pericolo di controllo capillare per il business e per i poteri costituiti (una volta si sarebbe detto: per il complesso militare-industriale). Cause miliardarie vengono intentate da Stati più o meno autoritari, da Authority Antitrust, da aziende e privati. Eppure, nell'epoca del libero mercato vittorioso, non era difficile immaginare che «tutto gratis» significa in fondo pagare in un altro modo i servizi: attraverso un controllo sempre più perfezionato. Qualcuno deve conoscere tutto perché gli utenti evoluti possano ottenere la loro libertà: un oggetto personalizzato, unico per ciascuno.

Qualcosa è cambiato dal 2006? Non molto in realtà. Le dozzine di nuovi servizi hanno solo confermato lo spirito totalitario del progetto, «organizzare la conoscenza di tutto il mondo». Google è sempre più l'esempio della «webbizzazione di ogni cosa». Le sue «armi» sono sempre le stesse: sobrietà ed efficienza; filosofia accademica dell'eccellenza (Stanford, Silicon Valley); capitalismo morbido (gratificazioni, brand & corporate identity); sfruttamento del codice open source. Certo, ormai Google pare vecchio, quasi arranca alla rincorsa dei «nuovi attori del web 2.0», di coloro che fanno il social networking! Dopo i catastrofici fallimenti di Google Wave e Google Buzz, siamo arrivati alla svolta davvero «social» del «gigante buono», con Google+ e le sue cerchie di relazioni, immediatamente ricalcate da Facebook per mitigare le critiche sulla difficile gestione della privacy. Intanto altri concorrenti agguerriti hanno conquistato posizioni di potere.

1) Ippolita, Open non è free. Comunità digitali fra etica hacker e libero mercato, Elèuthera, Milano, 2005. 

2)Ippolita, Luci e ombre di Google, Feltrinelli, Milano, 2007 (tr. fr. Le côté obscur de Google, Payot & Rivages, Paris, 2010).