Oltre la tecnofobia: costruire tecnologie conviviali

Il verbalismo tribale planetario, il «villaggio globale» di tribù immaginato da McLuhan, è ormai realizzato. È un mondo balcanizzato, parcellizzato in cerchie individuali gestite da Megamacchine private. Gli apparati tecnici si pongono come estensioni potenzianti di organi corporei umani, perché «la tecnologia fa parte dei nostri corpi», ed è impossibile farne a meno o staccarsene. L'analisi dello stesso McLuhan dovrebbe risuonare come un campanello d'allarme rispetto a un sistema di dominio così minaccioso:

una volta ceduti i nostri sensi e il sistema nervoso alla manipolazione privata, a coloro che ne trarrebbero vantaggio ipotecando i nostri occhi e orecchi e nervi, in pratica non abbiamo davvero più alcun diritto Once we have surrendered our senses and nervous systems to the private manipulation of those who would benefit from taking a lease on our eyes and ears and nerves, we don't really have any rights left. 160

Ancor prima che di diritti civili, si tratta di perdita di autonomia personale nei termini di competenze perdute o mai sviluppate. Eppure, a quasi quarant'anni dalle lucide visioni del sociologo canadese, quando dovrebbe essere ormai evidente il costo insostenibile di questa ubiquità mutilata, la deriva tecnocratica ci avvolge in spirali di delega sempre più vincolanti. Siamo terminali senzienti di una rete planetaria e il processo di integrazione sembra inarrestabile. Anche quando si riconoscono gli enormi problemi generati dall'adozione indiscriminata delle tecnologie, le vie di fuga esplorate non sono convincenti.

Ma non bisogna farsi ingannare dalla pressante richiesta di alternative valide, soprattutto quando sono declinate nella rabbiosa pretesa di alternative immediate e funzionali per tutti. Quello che va indagato è il bisogno personale, il desiderio individuale, e la sua soddisfazione reale e immaginaria. È chiaro che se si vuole qualcosa di potente e grande come Google o Facebook, l'alternativa non esiste. Come l'alternativa a Google, ma che funzioni rapido ed efficace come Google, non può che essere un altro Google, così anche l'alternativa a Facebook, ma che funzioni come Facebook, può essere solo un altro Facebook. Ci vogliono tante alternative situate, tante soluzioni locali e diversificate. Perché è il gigantismo che non funziona. È l'ideologia della crescita illimitata che gira a vuoto. E la trasparenza radicale non ci sta rendendo più liberi.

«Il mezzo è il messaggio», lo slogan più noto di McLuhan, va preso alla lettera. Uno stesso messaggio diffuso con media differenti non rimane inalterato. Il fatto è che nella società digitale il mezzo, e quindi il messaggio, siamo noi stessi. A furia di dibattere pro o contro le tecnologie digitali, non ci siamo accorti di quanto profondamente ci hanno già modificato. Dobbiamo tornare al corpo, e renderci conto che se le nostre memorie sono stoccate online, i nostri corpi tendono a materializzarsi in quegli stessi luoghi. Adattarsi al mondo virtuale significa letteralmente essere assorbiti e riversati online. La leggerezza impalpabile dei bit va di pari passo con la pesantezza dei data center sparsi in giro per il pianeta. Preferibilmente in zone temperate o fredde, perché i computer generano calore, e vanno refrigerati161. I data center sono enormi capannoni industriali ricolmi di hard disk collegati fra loro, fragili monumenti di memoria totale che consumano quantità straordinarie di energia (nel 2011 negli Stati Uniti il 3% del consumo totale162). L'impatto ambientale è devastante. Il cloud computing non risolverà nulla, perché la crescita accelerata delle quantità di dati rende vano ogni tentativo di limitare gli sprechi. Ogni volta che accediamo da remoto ai nostri profili online per controllare di esistere, da qualche parte c'è un computer acceso oltre al nostro, e molti altri computer che mediano il nostro percorso in rete, migliaia e migliaia di chilometri di cavi, per collegarci al nostro corpo online.

La rapida trasformazione di milioni di utenti in terminali senzienti completamente inadatti a vivere in un mondo senza web è stata possibile per via della straordinaria capacità di adattamento del corpo umano. Fino alla metà circa del XX secolo, la forza fisica era un parametro rilevante per valutare la capacità di un essere umano di agire nel mondo. La promessa della tecnologia di rendere meno gravosa la vita si è realizzata per la parte più ricca della popolazione mondiale, che si è adattata a vivere fra tastiere e schermi. Tutti gli altri aspirano a partecipare in massa al mondo del benessere, incarnato nelle decine di migliaia di beni di consumo fra cui scegliere. Il culto del consumo richiede l'incarnazione costante in oggetti di cui disporre, vere e proprie appendici identitarie. Anche lo spazio occupato sui server remoti è uno status symbol identitario. Occupare molto spazio online significa gestire un corpo che oltrepassa i limiti della fisicità. Un corpo che, nel caso dei social media privati, è sottoposto al default power, cioè a modifiche forzose non richieste. Un corpo digitale che non appartiene agli utenti, e che gli utenti possono gestire solo seguendo regole imposte dall'esterno. D'altra parte, i corpi non digitali degli utenti sono stati plasmati dalle esigenze del mondo tecnologico, che richiede scarsa forza fisica e notevoli capacità cerebrali. Google Earth è il nostro occhio onnipotente, ma possiamo usarlo gratuitamente solo finché ci viene consentito, e nel frattempo i nostri occhi reali si deteriorano davanti allo schermo.

Il cervello, come tutto il resto del corpo, ha subito modificazioni spettacolari. Fino a pochi decenni fa, si riteneva che il cervello fosse un organo statico, una volta terminata la fase di sviluppo. Invece il cervello è plastico, anzi, estremamente plastico. Per tutta la vita continua a modificarsi. Anche se i neuroni muoiono, nuovi collegamenti continuano a crearsi tra i neuroni esistenti. Le sensazioni che proviamo ripetendo un'esperienza si sedimentano a livello fisico dando luogo a nuovi percorsi neuronali, mentre circuiti poco utilizzati vanno in rovina come sentieri dimenticati. Non solo: anche immaginare di compiere un'azione, di vivere o rivivere una situazione provoca mutamenti nella conformazione cerebrale. Una volta acquisita una nuova conformazione, è difficile tornare alla precedente. Nella socialità mediata da internet viene sollecitato quasi esclusivamente l'occhio, un organo collegato direttamente e in maniera privilegiata ad alcune aree del cervello, mentre il resto del corpo languisce. Il cervello si modifica di conseguenza, e percepiamo il mondo letteralmente in maniera diversa163.

Il cervello è un muscolo che, a furia di essere nutrito di relazioni superficiali, matura ipertrofie malsane, perdendo nel frattempo altre capacità. Come il junk food è una droga capace di rovinare il metabolismo, così anche le comunicazioni spazzatura inquinano i corpi, ed è difficile acquisire nuovamente le capacità perdute164. La concentrazione del pensiero profondo richiede tranquillità e attenzione; è provato inoltre che le capacità cognitive migliorano se si trascorre del tempo in un ambiente naturale165. Le qualità immaginative più complesse, come l'empatia e la compassione, hanno bisogno di tempo e cura per affinarsi. La percezione del dolore fisico altrui, manifesto nell'espressione del corpo, stimola riflessi di vicinanza emotiva molto più rapidi della percezione di sofferenze psicologiche, più complesse da rappresentare166. In termini creativi, sviluppare una visione morale ed estetica comune richiede enormi disponibilità in termini di tempo e di ascolto. È facile indignarsi per lo spettacolo dell'ingiustizia del mondo, ma non si possono condividere sogni, utopie attraverso strumenti tecnologici che generano distrattenzione.

La nostra dimensione sociale non è necessariamente determinata dalle tecnologie attuali. Il cellulare è diventato imprescindibile, e allo stesso modo i social media di massa stanno diventando imprescindibili, ma non è detto che debba andare così. Potremmo decidere che non vogliamo essere le propaggini di Facebook, di Google+o di qualche altro sistema di socialità gestito per il nostro bene e, proprio come per il cibo, cercare qualcosa di meglio di cui nutrirci. Le nostre comunicazioni potrebbero diventare banchetti che ci appagano profondamente, invece di lasciarci con un vuoto sempre più incolmabile.

È possibile un'informatica conviviale, cioè che promuova la realizzazione della libertà individuale in seno a una società dotata di strumenti efficaci. La logica conclusione di questa critica all'informatica del dominio è che «piccolo è bello». Le dimensioni contano eccome. Al di là di una certa dimensione, la gerarchia fissa è necessaria per gestire i rapporti tra gli esseri umani e gli altri esseri viventi e non. Questo perché tutto è relativo, cioè «in relazione a». Se invece di dieci persone in spazi limitati che intrattengono relazioni del tutto uniche fra di loro abbiamo a che fare con centinaia, migliaia o milioni di persone, la relatività cede il passo all'omologazione. Avere mille amici non ha senso, non abbiamo il tempo né le energie per valorizzarli. Le relazioni significative richiedono attenzione e competenza, non distrattenzione e sciatteria. Gli esseri umani possono tenere una traccia affettiva, cioè avere presente più o meno cosa fanno, dove sono e perché, di poche decine di persone alla volta167. In un progetto di partecipazione troppo ampio, si cominciano a individuare categorie (di genere, di razza, di censo, di età, di competenze), che vengono gerarchizzate in maniera fissa, senza che sia realmente possibile evadere dal proprio spazio. Maschio bianco di lingua standard: nessuna evoluzione possibile che non sia una rottura radicale, con conseguenti traumi, violenze, rivoluzioni che tornano inevitabilmente al punto di partenza, quel Che fare? di leniniana memoria, costitutivamente privo di risposte libertarie, inizio certo dell'ennesima rivoluzione totalitaria, di destra o di sinistra che sia.

Le Megamacchine implicano concatenazioni di tipo capitalista e dispotico. Generano dipendenza, sfruttamento, impotenza degli esseri umani ridotti a compratori e servi. Non è una questione di proprietà, perché la

proprietà collettiva dei mezzi di produzione a questo livello non muta nulla, e si limita ad alimentare un'organizzazione dispotica stalinista. Perciò Illich vi oppone il diritto di ciascuno a utilizzare i mezzi di produzione in una «società conviviale», ossia desiderante e non-edipica. Ciò significa: l'utilizzazione più estesa delle macchine da parte del maggior numero di persone, la moltiplicazione delle piccole macchine e l'adattamento delle grandi macchine alle piccole unità, la vendita esclusiva di elementi macchinici che devono essere assemblati dagli stessi utilizzatori-produttori, la distruzione della specializzazione del sapere e del monopolio professionale.168

La questione da porre è quindi: come fare? Quali sono i nostri desideri nei confronti delle tecnologie? Come vorremmo costruire reti sociali a misura dei nostri bisogni? Con quali strumenti? Quali metodi di partecipazione e di scambio vorremmo utilizzare?

L'ideologia della trasparenza radicale va ribaltata e applicata alle tecnologie stesse che utilizziamo, a quei media sociali che si pongono come immediati e sono invece intermediari opachi. È vitale che l'individuo mantenga delle sfere private, un'interiorità segreta e personalissima, non profilata né profilabile. È vitale imparare a passare del tempo con se stessi, in solitudine, in silenzio, e imparare a piacersi, affrontando la paura del vuoto, quell'horror vacui intimo che i social media cercano inutilmente di colmare. Solo individui che si stimano, che si piacciono abbastanza nonostante le proprie debolezze possono trovare l'energia per costruire uno spazio comunicativo sensato nel quale incontrare gli altri. Solo individui che hanno acquisito un saper-fare che vada oltre il far-sapere, cioè competenze che non siano forme di mera autopromozione, possono avere qualcosa di interessante da comunicare e condividere. Una comunicazione efficace richiede capacità di ascolto nei confronti di se stessi ancor prima che nei confronti degli altri. Ma la logica algoritmica è insufficiente e mortificante. Non è l'individuo a doversi fare trasparente alla tecnica, è la mediazione tecnica che deve essere resa il più possibile trasparente e comprensibile per le persone. Sono i processi di costruzione dei mondi condivisi che vanno esplicitati.

Esprimere bisogni non è un processo automatico. Trasmettere competenze non è un processo spontaneo. Articolare desideri non è privo di rischi. Le relazioni si basano sulla fiducia, e sul rischio che tale fiducia venga ingannata, delusa e tradita. La stratificazione e la lentezza sono elementi essenziali nei rapporti. Tutte le forme di comunicazione autentiche sono atti complessi di condivisione di un'immaginazione personale. L'incomprensione è sempre possibile, e non sarà la presunta chiarezza della trasparenza radicale a evitare il conflitto. Non ha senso voler suddividere questi processi in cicli logici e sottoporli all'algoritmo perfetto. La soddisfazione automatica dei desideri consiste nel delegare alla tecnica persino la facoltà immaginativa. Benvenuti nel deserto del bisogno indotto e del desiderio automatico, dove non c'è più nulla da immaginare.

Bisogna rendere conto dei processi comunicativi e delle tecnologie che li rendono possibili, esplorarli con testi e pratiche capaci di prolungare, ritracciare e riassemblare il sociale facendo emergere la rete delle connessioni fra gli attori sociali che ne sono protagonisti169. In questo modo è possibile tagliare trasversalmente l’immaginario istituito, ormai bloccato, e rimetterlo in moto. La rete è la traccia lasciata dal fluido sociale circolante, reso visibile dalle continue traduzioni operate da questi attori. Seguire gli attori è senz’altro più lento e faticoso che cercare risposte complessive o teorie unificanti, ma è un azzardo necessario per non rinunciare alla complessità del reale. L’ambizione di questo resoconto è aver abbozzato la mappa di un territorio in parte inesplorato, seguendo le connessioni fra gli attori e le loro traduzioni-tradimenti reciproci. Naturalmente la mappa non corrisponde al territorio, rimangono molti spazi vuoti suscettibili di dar luogo a nuove associazioni impensate170.

Un attore compie delle azioni, cioè fa qualcosa. Un attore è ben diverso da un semplice intermediario. Un attore non è un supporto neutro, un canale anodino per una comunicazione esterna che lo lascia inalterato e indifferente; al contrario. Un attore è un mediatore che si occupa di tradurre e modificare, secondo le sue peculiari caratteristiche, riuscendo a trasmettere in maniera efficace. Così una banale comunicazione fra due amici sulla chat di Facebook coinvolge le competenze linguistiche degli individui, ma anche l'ideologia sottesa a quel progetto, protocolli di comunicazione di rete stratificati estremamente complessi, le reciproche aspettative di chi interagisce, e molti altri aspetti non riducibili alla parola tuttofare «informazione».

Può sembrare strano associare neuroni, individui, emozioni, membrane e circuiti, mondo sociale macroscopico e molecole microscopiche, ma nella realtà queste cose si trovano associate. La stranezza, semmai, sarebbe cercare di separarle, ascrivendo forzosamente gli individui alla descrizione socio-antropologica, i neuroni alla descrizione neurologica, le emozioni alla descrizione psicologica, le membrane alla descrizione biologica, i circuiti alla descrizione ingegneristica o informatica. A questo punto, individuare i loro legami sarebbe impossibile, a meno di ricorrere a un’onnipresente quintessenza, l’informazione appunto, deus ex machina del legame sociale nel paradigma dell’informazionalismo. Oppure a fantomatiche «forze sociali», a non ben identificate «forze psichiche», a evidenti ma troppo complicate da esaminare «forze storiche», e così via. La comunicazione non trasmette informazione, ma consente e implica la costruzione di spazi d’interazione, nei quali attori eterogenei si trovano convocati insieme.

La collaborazione può evolvere come tecnologia conviviale nel momento in cui smette di contribuire al chiacchiericcio di fondo e prova a creare uno spazio condiviso. Uno spazio personale e collettivo che può ampliarsi, rivolgendosi a un pubblico171. Se diventa occasione di crescita per gli individui, può capitare che il territorio cominci a essere frequentato, condiviso, usato. Questo territorio si chiama collettivo, ed è un sistema diverso, rispetto agli individui. È una cosa che prima non esisteva, una creazione radicale, Castoriadis direbbe un immaginario istituente retto da una logica magmatica. Usare una tecnologia conviviale insieme significa modificarsi e modificare la realtà, la propria realtà, e in un senso più ampio la realtà che ci circonda.

Nella metodologia delle dinamiche di gruppo172, il problema più rilevante, da utilizzare come punto di forza, è quello dei limiti del collettivo. In ogni attività di collaborazione il limite si può articolare in senso qualitativo, quantitativo e temporale. Vi sono evidenti limiti qualitativi, perché l’elaborazione collettiva è senz’altro meno rispondente alle aspettative del singolo, al sé individuale (in quanto elaborazione di un sé collettivo), in un certo senso più imprecisa. Questo perché le percezioni (discriminazioni percettive o qualia) del soggetto individuale sono differenti da quelle del soggetto collettivo. Entrambi i soggetti sono in divenire e necessitano di un continuo scambio regolato. Per questa ragione fare le cose da soli è molto più facile e meno faticoso che farle insieme. Anzi fare insieme è doloroso nella misura in cui bisogna rinunciare ad avere sempre l’ultima parola e mediare, nella misura in cui la propria identità viene messa continuamente in discussione. Il singolo deve affidare una parte dell’espressione di sé ad altri; se cerca di controllare ogni cosa, soffoca il collettivo stesso, e si arroga un ruolo dominante che gli sarà puntualmente rinfacciato, anche quando gli altri si mostrano di fatto acquiescenti.

Essere esigenti è indispensabile, ma è facile trasformarsi in guide e, insensibilmente, addirittura in censori. Per questo è indispensabile avere ben presente il metodo come limite positivo, un limite anche quantitativo rispetto al tempo e alle energie che si possono impiegare in un'attività collettiva. Se vi sono grandi differenze di investimento personale in un progetto, l’armonizzazione risulterà più complicata. Infatti in questi casi chi investe di più non può semplicemente fare di più e coprire le mancanze altrui, reali o presunte. Questo per due ragioni analoghe ma opposte: innanzitutto, verso l’esterno dell'individuo, perché rischierebbe di mettere in ombra gli altri, impedendo di fatto l’autonomia diffusa. In secondo luogo, verso l’interno dell'individuo, perché rischierebbe di assumersi eccessive responsabilità, che poi per non diventare fonte di frustrazione (tipiche spie sono le lamentazioni del genere «faccio tutto io!» o «sono indispensabile!») dovrebbero trovare una forma di riconoscimento che gli altri non saranno disposti ad offrire, per non squalificare il collettivo e il loro apporto personale. Da un punto di vista ecologico, non sempre fare di più significa fare meglio: la collaborazione esige la continua rinegoziazione dei limiti e delle regole che definiscono tali limiti.

Il puro volontarismo è cieco e anzi spesso controproducente. Un sano e costruttivo sbilanciamento verso il caos e l’imprevisto creativo esige spesso dei passi indietro, per redistribuire le proprie energie a favore degli altri. Non per altruismo, ma per tattica. Da una parte, si deve evitare uno squilibrio eccessivo; ma dall’altro, si deve evitare anche l’appiattimento verso il basso, adeguandosi al ritmo di chi si mostra meno entusiasta e disponibile. Chi raffredda gli entusiasmi spesso tende a far passare un punto di vista conservatore, nel senso di noto e non utile al superamento delle difficoltà. L'entusiasmo dev'essere incoraggiato dalla fiducia, e la fiducia bilanciata dalla capacità critica, cioè dalla riflessività. Gli sforzi reciproci devono essere intesi ad ampliare lo spazio autonomo senza far leva sul dovere e sul bisogno, ma sul piacere. In caso contrario, le frustrazioni tenderanno ad avere il sopravvento. Il desiderio di dominio personale si nutre del desiderio altrui di essere dominati, e viceversa. Per questo l’equilibrio dev’essere dinamico, pronto a usare le energie per nuove individuazioni, evitando l’insorgere di dinamiche egemoniche e la cristallizzazione di gerarchie. La stasi non si può superare senza fare appello al residuo caotico, allo sbilanciamento in avanti regolato da metodi condivisi.

Bisogna porre un limite positivo anche al ritornare ossessivamente sul gruppo, che a volte deve sciogliersi per riconfigurarsi o semplicemente perché ha esaurito la propria carica, quindi un limite temporale. Le teorie lisce, le pratiche prive di sbavature, esposte in identità collettive prive di appigli e criticità, sono tanto belle quanto inutili. Sono soprammobili inutilizzabili e non strumenti utili. Per lasciar spazio all’autonomia del divenire è necessario rinunciare alla perfezione e rimanere al realismo relativo condizionato al qui e ora, alle tecniche attualmente disponibili. Il labor limae deve arrestarsi quando il tempo comincia ad attorcigliarsi su sé stesso e il piacere del gioco della condivisione si esaurisce.

Facebook e le altre reti sociali ci spingono all'elitismo di massa disincarnato, che è sinonimo di totalitarismo globale organizzato in piccoli gruppi autarchici. Anche se è molto più complesso e faticoso, preferiamo assumerci il rischio del nostro tempo, il rischio di immaginare un mondo di tecnologie conviviali. Tutto è ancora possibile, nulla è già scritto. Ci siamo ancora noi, con i nostri desideri e il nostro tempo da usare per soddisfarli, per creare qualcosa di diverso. È il momento giusto. Anche per scollegarsi almeno un po' dai media sociali, spegnere il computer, uscire per strada e cominciare a costruire reti sociali differenti.

160) Marshall McLuhan, Understanding Media: The Extensions of Man, MIT press edition, 1994, p. 68. 

161) L'Islanda, per la grande disponibilità di energia geotermica e idroelettrica, oltre che per il freddo naturale, è diventata meta prediletta dalle grandi aziende che costruiscono questi mostruosi centri di accumulo informatici. http://www.itworld.com/data-centerservers/213395/what-s-behind-iceland-s-first-major-data-center  

162) Si veda la relazione della società di valutazione indipendente Verdantix, 28 settembre 2011, Carbon Strategy Benchmark: Internet Sector 

163) Alvaro Pascual-Leone, Amedi A, Fregni F, Merabet L, «The plastic human brain cortex» Ann Rev Neurosci 28: 377-401 (2005) http://tmslab.org/includes/alvaro_1.pdf  

164) Si veda la buona panoramica dell'ex tecno-entusiasta Nicolas Carr, The Shallows. What the Internet is Doing to Our Brains, W. W. Norton & Company, New York, 2010. 

165) Marc G. Berman, John Jonides, Stephen Kaplan, «The Cognitive Benefits of Interacting With Nature, Psychological Science December 2008 19: 1207-1212. 

166) Mary Helen Immordino-Yang, Andrea McColl, Hanna Damasio, Antonio Damasio, «Neural Correlates of Admiration and Compassion», Proceedings of the National Academy of Sciences, 106, n° 19, 12 maggio 2009, 8021-8026, http://www.pnas.org/content/106/19/8021.full.pdf+html  

167) Si veda Robin Dunbar, «Coevolution of neocortical size, group size and language in humans», Behavioral and Brain Science, 1993, 16, 681-735, http://www.cogsci.ucsd.edu/~johnson/COGS184/3Dunbar93.pdf  

168) Gilles Deleuze, Félix Guattari, «Bilancio-programma per macchine desideranti», Macchine desideranti, Ombre corte, Roma; 2004, p. 114; ed. or. «Appendice, Bilan-programme pour machines désiderantes», L'Anti-oedipe, Les editions de Minuit, Paris, 1972, p. 479.  

169) È quello che si è cercato di fare in questo testo, applicando una metodologia che ricalca a grandi linee le proposte della Sociologia dell’Attore-Rete (ANT), in Bruno Latour, Changer la societè, réfaire de la sociologie, La Dècouverte, Paris, 2006. Rendere conto equivale all’accountability nel gergo di Latour. 

170) Rosi Braidotti, Nuovi soggetti nomadi, Luca Sossella editore, Roma, 2002. 

171) La scrittura è una forma di comunicazione che costruisce spazi d’interazione asincroni, poiché, a differenza della parola orale, non richiede la presenza contemporanea degli interlocutori. Richiede però il supporto di strumenti tecnologici di vario tipo, dalla penna alla carta stampata al computer. La scrittura collaborativa mediata al computer, specie attraverso strumenti come wiki, chat e mailing list, è una pratica di scrittura che può fornire metodi d’indagine per descrivere porzioni di realtà in divenire. Può inoltre creare spazi nei quali alcune questioni acquisiscono la legittimità necessaria per essere poste. Nello spazio sociale conviviale appositamente costruito gli individui possono incontrarsi, scontrarsi, eventualmente capirsi, influenzarsi a vicenda, creare qualcosa insieme, modificarsi: gli individui si mettono in gioco. Si veda Carlo Milani, Scritture conviviali. Tecnologie per partecipare, 2009 http://www.ippolita.net/sites/default/files/Scritture_conviviali-Carlo_Milani-2008.pdf

172) Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, Bruno Mondadori, Milano, 2003.