L'era della distrattenzione democratica

Il web 2.03 è un insieme di comportamenti, più che di nuove tecnologie. «Stare online a chiacchierare con gli amici», «pubblicare foto, testi, video, ecc. e scambiarli con la community», «stare connessi, al passo con i tempi, partecipare al mondo online!». In una parola, l'imperativo è «condividi!». Forse la più grande bufala mai architettata, e con straordinario successo di pubblico, considerati i numeri. E le chat? Le mail? I blog? Le mailing list? I forum di discussione? Il p2p? Il VOIP? Non bastavano già per condividere? No, perché in ossequio alla legge della crescita illimitata, propagandata dal turbo-capitalismo californiano, di più, più grande (o più piccolo ma più potente), più rapido, è sempre meglio. Tutti noi siamo afflitti ma al tempo stesso entusiasti seguaci di questa ideologia contemporanea. Il nostro nuovo telefono cellulare è più potente del nostro vecchio computer, il nostro nuovo computer portatile è più capiente del vecchio server della nostra azienda, la nostra nuova email può inviare allegati più grandi di tutte le mail che abbiamo mai inviato finora, la nostra nuova macchina fotografica ha una risoluzione superiore a quella visualizzabile sul nostro vecchio televisore!

Con Facebook, l'ideologia del «tutto e subito, ma più veloce» è entrata in una nuova fase dalle tinte religiose. La promessa salvatrice è: «condividi e sarai felice». Oltre ottocento milioni di utenti («censimento» del dicembre 2011, all'incirca l'equivalente della popolazione dell'Unione Europea e degli Stati Uniti messi insieme), una crescita spettacolare, un fenomeno globale eppure così localizzato in gruppi di «amici» non poteva non attirare l'attenzione di Ippolita. Una critica radicale di Facebook è necessaria, non solo perché si spara sempre sul più grosso, ma anche perché rientra pienamente nelle tattiche di Ippolita: immaginare possibili strumenti di autogestione e autonomia, non calati dall'alto di una teoria liscia e perfetta, ma a partire dalle pratiche quotidiane di uso, abuso e sovversione delle tecnologie che costruiscono i nostri mondi.

Se adorate Facebook (ma lo stesso vale per Linkedin, Twitter, MySpace, GroupOn, etc.) al punto da non essere disposti a guardare un poco più a fondo cosa succede dietro le quinte, non è il caso che proseguiate la lettura. L'obiettivo non è convincere che Facebook è l'incarnazione del male, ma usarlo come esempio per capire il presente. Questa non è un'indagine oggettiva, al contrario, è soggettiva, situata e partigiana, basata su un assunto molto chiaro: il web 2.0, con Facebook in testa, sono fenomeni di delega tecnocratica e in quanto tali pericolosi. E questo a prescindere dalla funzionalità degli strumenti stessi, dal fatto che funzionino bene o male, che ci piacciano oppure che il detestiamo, che siamo utenti completamente succubi e ingenui o scaltri smanettoni.

Il postulato comune alle ricerche di Ippolita è molto semplice: connettersi a una rete significa tracciare una relazione da un punto di partenza a un altro punto. In un senso, significa quindi aprire le proprie finestre su un mondo; nell'altro senso, significa contemporaneamente aprire le proprie porte a quel mondo. L'apertura e lo scambio non sono pratiche facili, né immediate, né naturali. Sono necessarie competenze adeguate, da costruire in base alle proprie esigenze personali. Nessuna sicurezza assoluta è possibile, l'unica sicurezza reale è evitare di connettersi. Ma poiché noi desideriamo connetterci agli Altri, e vogliamo creare strumenti per soddisfare questi desideri, non intendiamo rinunciare a metterci in relazione. E d'altra parte non vogliamo accettare supinamente ogni «novità» tecnologica come fosse uno strumento di liberazione irrinunciabile.

La diffusione capillare dei social network comporta dinamiche di esclusione che abbiamo già sperimentato con il boom dei telefoni cellulari. Se non hai un account su Facebook, non sei parte di una minoranza e basta: più semplicemente e radicalmente, non esisti, diventa difficile rimanere in contatto con gli altri. Tanto più se non si hanno relazioni precedenti al magico mondo dei social network, ad esempio per ragioni anagrafiche: gli adolescenti subiscono una pressione sociale più forte ad adottare in maniera esclusiva questo genere di strumenti. Fortunatamente sono spesso molto più smaliziati e competenti degli adulti nel gestirli, perché sono nati e cresciuti in un mondo digitalmente interconnesso, di cui conoscono luci e ombre per esperienza personale. Sfortunatamente, nel complesso non hanno alcuna memoria storica e ritengono erroneamente di essere completamente diversi dalle generazioni che li hanno preceduti, con problemi totalmente nuovi e strumenti completamente innovativi per gestirli e risolverli. Ma forse essere ridicolizzati sul proprio muro di Facebook non è così diverso dalle prese in giro che si verificano in qualsiasi gruppo di adolescenti a tutte le latitudini in tutti i tempi. Le questioni sociali sono innanzitutto questioni umane, di relazioni fra esseri umani, inseriti ciascuno nel proprio ambiente. Nonostante la pellicola luccicante degli schermi tattili, la civiltà 2.0 è molto simile a tutte le civiltà precedenti, perché gli esseri umani continuano a ricercare l'attenzione dei loro simili, ad aver bisogno di nutrirsi, di dormire, di intrattenere relazioni amicali, di dare un senso al mondo di cui fanno parte; continuano a innamorarsi e a deludersi, a sognare e a sperare, a ingannarsi e a derubarsi, a farsi del male e a uccidersi. In una parola, gli esseri umani devono fare i conti con la coscienza della finitezza del proprio essere nel tempo (l'incomprensibilità della morte) e nello spazio (lo scandalo dell'esistenza degli altri, di un mondo esterno), anche nell'era dei social network digitali. Ma come vedremo è davvero arduo mettere in pratica politiche adeguate nell'epoca della distrattenzione globale, in cui tutti sono talmente indaffarati a chattare, scattare, postare, messaggiare, twittare da non aver più tempo e nemmeno le capacità per coltivare relazioni significative.

Ad ogni modo, nonostante il corpo e il linguaggio rimangano i limiti condivisi dell'esperienza umana, una parte preponderante del mondo adulto tende ad abdicare a qualsiasi ruolo di comprensione e guida all'utilizzo consapevole delle tecnologie digitali. Forse intimorite dalla sensazione di non essere all'altezza, dal giovanilismo rampante di società gestite da vecchi rifatti, molte persone rifiutano di sporcarsi le mani con le tecnologie digitali, soprattutto con quelle a maggiore implicazione sociale, rinchiudendosi in una sorta di scoraggiato «io non ci capisco nulla» che sconfina spesso nel luddismo di chi proprio non vuol sentir parlare di internet e dintorni. Questa percezione di assoluta novità è corroborata dalla nefasta categoria dei tecnoentusiasti, in questo caso fautori dell'internet-centrismo per cui ogni cosa è destinata a passare da internet, dalle relazioni interpersonali agli acquisti, dalla politica locale a quella internazionale, dalla salute alla formazione. L'internet 2.0 sarebbe la realizzazione online di un mondo perfettamente democratico, in cui ogni netizen (net citizen, cittadino della rete) contribuisce al benessere comune, innanzitutto in quanto consumatore.

Esistono molte varianti di cyber-utopisti di questo genere. I conservatori più estremisti sono gli orfani della Guerra Fredda, ancora convinti che il blocco sovietico sia crollato d'incanto, nel giro di pochi mesi nell'autunno caldo del 1989, sotto la pressione delle radio libere foraggiate dalla CIA, dei samizdat filoccidentali diffusi grazie alle nuove tecnologie dell'epoca (fax e fotocopiatrici), insomma della pressione della libera informazione. È molto consolatorio propagandare la favola dell'impalpabile informazione libera occidentale che ha sconfitto l'idra sovietica piuttosto che riflettere sull'insostenibilità economica e politica di quel sistema, sugli errori dei gerarchi, magari andare a spulciare negli archivi pre-Glastnost e costruire una solida conoscenza storica. La storiella racconta che un bel giorno, di punto in bianco, le popolazioni oltrecortina scoprirono che il re era nudo, che i fucili filogovernativi, benché carichi, non sarebbero stati usati contro di loro, e soprattutto che i centri commerciali occidentali erano riforniti di meraviglie tali da far impallidire gli squallidi prodotti di bassa qualità delle dittature comuniste. Così i popoli sottomessi al Patto di Varsavia, illuminati dai sovversivi media occidentali, si ribellarono giustamente per poter accedere alla libertà del mercato.

Una volta affermato il capitalismo quale unica via, i conservatori sembravano essersi ritrovati senza più nemici da combattere: la fine della storia predicata da ultraliberisti come Francis Fukuyama sembrava l'unica triste constatazione, nel pur allettante panorama del consumismo globale in via d'affermazione negli anni Novanta. Ma la Cina non è affatto crollata dopo piazza Tienanmen, anzi, ha intrapreso la via capitalista senza mutare il proprio carattere dispotico. I media in tempo reale non hanno portato automaticamente la democrazia, ma hanno consentito agli occidentali di sentirsi parte di uno spettacolo globale rimanendo comodamente adagiati sulle loro poltrone, a partire dalle guerre del golfo trasmesse dalla CNN, fino alla primavera araba su Facebook e Twitter. I vecchi dittatori sono quasi sempre ancora al loro posto e nuovi dittatori si sono affacciati sulla scena mondiale in ogni continente. Tutte ottime notizie per i guerrafondai, perché le guerre digitali sembrano quanto mai necessarie per affermare ancora e sempre la società trionfante nella libertà del mercato.

Individuare i conservatori cyber-utopisti è facile: sono coloro che parlano di internet e degli strumenti di comunicazione del web 2.0 come di missili della libertà puntati contro i regimi autoritari. Sono coloro che incensano i blogger iraniani, egiziani, tunisini, siriani, cubani come altrettanti agenti segreti filoccidentali, orde di guerriglieri del libero mercato, mettendoli così in pericolo più di quanto già non siano. Finanziano fondazioni e programmi di guerra informatica, per trafiggere i dittatori moderni con la forza della libertà di parola, per diffondere sistemi anti-repressione capaci di bucare i firewall della censura e provocare la sollevazione delle masse oppresse.

I cyber-utopisti progressisti sono meno a loro agio con le allegorie militari, ma parlano comunque della libertà di internet come di un punto irrinunciabile dell'agenda dei governi per realizzare una società più libera e giusta. Ritengono senz'altro che la libera circolazione delle informazioni sia un formidabile strumento di democrazia; a maggior ragione, sono evangelizzatori democratici del web 2.0, perché laddove sono gli utenti a generare la gran parte dei contenuti, la democrazia dovrebbe sorgere spontaneamente, come fosse un effetto collaterale di internet. Nella loro visione, la penetrazione capillare dell'automatizzazione informatica nella società porterà automaticamente alla democrazia globale.

Conservatori o progressisti, i guru di internet diffondono la logica perversa della cibernetica sociale, un meccanismo di retroazione mai verificato per il quale partecipare sul web 2.0 corrisponde automaticamente a un maggior livello di democrazia. Come ogni fede progressista, anche quella cyber-utopica si fonda sul postulato che la storia sia lineare, che il Progresso sia sempre un bene, e che sia quantificabile in termini numerici. In questa semplice equazione utopica, la partecipazione online sta alla democrazia come il PIL sta al benessere di una società. L'era della libertà è arrivata e i regimi autoritari stanno per crollare a colpi di tweet. Nel frattempo, le democrazie occidentali diventano sempre più democratiche perché i cittadini sono più informati, possono accedere sempre e comunque alla verità messa a loro disposizione dalle reti digitali, gestite da società private per il loro bene. Cittadini connessi e consapevoli, è impossibile per loro subire i soprusi delle amministrazioni corrotte, la manipolazione del marketing, la propaganda degli estremisti religiosi, nazionalisti e xenofobi, i raggiri dei malintenzionati, la violenza nascosta in tante relazioni sociali (a cui solitamente si affibbiano nomi in inglese, dal mobbing allo stalking), i ricatti del crimine organizzato. Il cybercittadino sceglie sempre in maniera consapevole. L'ignoranza insomma sarebbe un problema residuale, le guerre una questione di mancanza d'informazione, e persino la fame e la povertà saranno risolte dall'abbondanza di informazioni e di relazioni gratuite, stabilite nella grande piazza democratica di internet.

Oggi come non mai siamo immersi in società della conoscenza; ci hanno raccontato delle reti che permettono il libero fluire delle informazioni, oltre che del denaro, e di quanto questa circolazione avrebbe comportato benessere, ricchezza e felicità per tutti. Dalla ricchezza delle nazioni siamo giunti alla ricchezza delle reti, la democrazia globale connessa su scala locale. Ma uno sguardo alla realtà che ci circonda, anche a prescindere dalla crisi economica e finanziaria che sta scuotendo il sistema capitalista globale, mostra che il cyber-utopismo è un abbaglio, e che la democrazia 2.0 non ha nulla a che vedere con la società aperta liberale, né tanto meno con una società rivoluzionaria di individui autonomi, capaci di gestire insieme un mondo comune con dinamiche antiautoritarie. Anzi, possiamo fin d'ora affermare che la socialità 2.0 presenta notevoli affinità con il modello della società chiusa delineato proprio dal liberale Popper come contraltare della democrazia occidentale.

L'entusiasmo nei confronti delle reti, e della socialità in rete soprattutto, è un classico fenomeno che si verifica puntualmente quando emerge una nuova tecnologica mediatica. In effetti, ad ogni ondata tecnologica, eserciti di esperti e futurologi si precipitano a magnificare le sorti progressive dell'umanità, svelando di aver compreso la logica intrinseca di questa o quella tecnologia. Così la stampa è stata considerata la lancia che ha imposto le democrazie in Europa; all'avvento del telegrafo, la guerra sembrava un'idea assurda di un'epoca passata in cui le persone non potevano comunicare fra loro; la radio, promettente tecnologia in cui teoricamente ognuno può emettere e ricevere, è stata propagandata come strumento di una nuova era di pace; la televisione prometteva di far vedere a tutti quello che accadeva all'altro capo del mondo, così che gli orrori della guerra sarebbero stati evidenti, e dunque evitati. Ebbene, le guerre di religione sono divampate anche grazie alla stampa, che ha dato un aiuto indispensabile anche ai nazionalismi e alla costruzione delle burocrazie statali moderne; il telegrafo è stato uno degli strumenti fondamentali della distruzione dell'Ovest e dei nativi americani; la radio, l'arma di propaganda più potente dei regimi fascisti e nazisti, fino ai genocidi etnici in Jugoslavia e Ruanda; la televisione, il sedativo delle masse di consumatori e il pulpito dei telepredicatori più aggressivi.

L'euforia mediatica è sempre mal riposta, perché si basa sul principio taciuto del determinismo tecnologico, una fede saldamente illuminista per cui l'informazione è emancipatrice, la conoscenza e le idee rivoluzionarie, il Progresso un orizzonte ineluttabile. Ma se i mezzi di comunicazione sono intrinsecamente democratici, e se l'avvento dei social media corrisponde alla tanto attesa rivoluzione in cui gli individui sono partecipi in prima persona alla costruzione della società, allora non è il caso di affaticarsi. La narrativa del determinismo tecnologico si fonda su una presunta necessità storica, nella quale il peso delle scelte individuali è nullo o ininfluente. In questo è simile alla dialettica marxista: è necessario che s'imponga la libertà, perché la tecnologia è di per sé libera, foriera di diritti umani universali, indipendentemente dalle persone, così come la dittatura del proletariato è inevitabile. In questo modo si nasconde il fatto che le aziende che stanno dietro all'esplosione dei social media non sono fiancheggiatori loro malgrado di un processo storico inevitabile, ma agenti attivi che sostengono i propri interessi particolari. Non è affatto scontato che la privacy sia un concetto obsoleto perché la società, tecnologicamente determinata, va nella direzione di una trasparenza totale; sono Facebook, Google, Twitter, Amazon e così via che hanno bisogno di spazzare via la privacy per poter instaurare il regno del consumo personalizzato.

Evgeny Morozov è uno dei pochi studiosi ad aver messo in guardia contro le ingenuità della rete, contro il fideismo tecnologico e l'internet-centrismo. Il ricercatore bielorusso ricorda che l'essenza della tecnologia non è mai tecnologica, ma analizzabile in termini sociali, politici, economici, psicologici, antropologici; è dunque assurdo considerare Internet un oggetto a sé stante, squisitamente tecnologico, che assorbe e media ogni altro discorso. Proprietà aristotelica più che categoria kantiana, la tecnologia è una sorta di passepartout concettuale e discorsivo: l'oggetto tecnologico sembra dotato di questa proprietà virtuosa, la tecnologicità, in quanto incarnazione di un ideale tecnologico, ideale che si trova nel suo luogo naturale, l'oggetto ad alta tecnologia appunto. Una proprietà priva di significato concreto, come la cavallinità, proprietà del cavallo, o l'umanità, tipica dell'essere umano. Bisogna entrare nel merito senza rifugiarsi dietro parole fumose.

D'altra parte, va scongiurato anche il rischio opposto, ovvero l'«insulso rifiuto di considerare che alcune tecnologie, per loro stessa essenza, sono più portate a produrre determinati risultati sociali e politici rispetto ad altre, una volta immerse in un ambiente sociale favorevole»4. Si dice che tutto dipende dall'uso che si fa di una tecnologia, perché in sé la tecnologia non è né buona né cattiva, è neutrale. Falso. La tecnologia non è affatto neutrale: ogni strumento ha caratteristiche specifiche che vanno analizzate e discusse in maniera specifica. Tuttavia è auspicabile anche un inquadramento generale della questione. La tecnica è potenza, l'uso di strumenti tecnologici implica l'esercizio di una competenza, frutto di una conoscenza, per cui l'utilizzatore si pone in una dinamica di potere situata, «in relazione a»; nemmeno l'uso di una tecnologia è neutro, perché modifica l'identità dell'utilizzatore. L'idraulico deriva il proprio essere idraulico dal suo sapere-potere. Il punto cruciale è che l'uso di strumenti di comunicazione, esplicitamente dedicati alla socialità, modifica non solo l'identità dei singoli utenti, ma anche l'identità collettiva. L'utilizzo della tecnologia in un ambito sociale è fonte di socio-potere. Chiamiamo sociopoteri

le forze di condizionamento che plasmano il rapporto tra individui e collettività espresse nei dispositivi innestati nel minuto e quotidiano dispiegarsi del processo di socializzazione, ovvero in tutti quei momenti in cui la soggettività si relaziona con le credenze comuni, le norme comportamentali, i canoni di giudizio, le nozioni di appartenenza ed esclusione, nonché la concezione di devianza. [...] Il potere attiva sia meccanismi (la sanzione) sia risultati (la produzione di una certa condotta) analoghi a quelli del processo di socializzazione. La differenza è nei dispositivi: mentre il potere è, in genere, identificato in momenti specifici, il sociopotere è olistico, pervasivo e onnipresente, attivo nell’organizzazione delle cognizioni e nella regolamentazione delle prassi. Il sociopotere non va quindi inteso solo come capacità di determinare con la forza la condotta altrui, piuttosto concerne la più sottile e meno evidente capacità di plasmare, rendere più o meno desiderabile una certa azione, indirizzare, persuadere, generare disposizioni5.

Questa prospettiva si discosta notevolmente dalla posizione di Morozov, che da sincero democratico afferma di credere davvero nella sedicente missione dei governi occidentali di esportare la democrazia in tutto il mondo. Se il sociopotere è pervasivo, da una parte è fondamentale spostare l'attenzione dai grandi attori più o meno opprimenti (governi, aziende, politiche internazionali) ai piccoli scarti e devianze che costruiscono linee di fuga concrete nella pratica quotidiana. Non ha senso denunciare semplicemente l'ingerenza nella socialità contemporanea dei social media, come se fosse tutta colpa di Facebook se la gente non si parla più dal vivo, senza scavare un poco più a fondo; soprattutto se si considera il fatto che sono spesso le persone stesse a richiedere a gran voce tale ingerenza e a renderla possibile. Dall'altra parte, nel tentativo di assumere una giusta distanza analitica verso quegli stessi grandi attori che sembrano determinanti e al tempo stesso pienamente rappresentativi dello Zeitgeist della società della conoscenza, si dovrà evitare di credere che davvero ogni nuovo gadget tecnologico sia in potenza uno strumento di maggior libertà e democrazia, che però per qualche strana ragione si rivela un formidabile strumento di oppressione. Così si cercherà di far luce in maniera archeologica sui motivi politici, economici, storici che spingono ad esempio Facebook a propagandare il verbo della condivisione come panacea di tutti i mali della società. Terremo comunque presenti le acute analisi di Morozov sulla facilità con cui i regimi dittatoriali hanno adottato la filosofia del web 2.0 per meglio controllare la popolazione. Rimane il fatto che stanno emergendo nuove modalità di relazione fra le persone, da analizzare in maniera specifica. Ma quali sono nel dettaglio le cose che non ci piacciono del web 2.0, e di Facebook in particolare?

3) Ippolita, Geert Lovink, Ned Rossiter, The Digital Given. 10 Theses on web 2.0, http://networkcultures.org/wpmu/geert/2009/06/15/the-digital-given-10-web-20-theses-by-ippolita-geert-lovink-ned-rossiter/ 

4) Evgeny Morozov, The Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom, p. 283, 2011. 

5) Stefano Boni, Culture e Poteri, Elèuthera, Milano, 2011