Reazioni e antropotecniche di sopravvivenza

Non tutto è perduto. Si possono scaricare i propri dati e si può semplicemente scomparire dalle reti sociali online. Si possono ignorare le rivelazioni inutilizzabili di WikiLeaks, e al contempo costruire alternative «libere» dal controllo, come Lorea137, The Diaspora Project, Openleaks. Si possono costruire motori di ricerca e servizi di posta elettronica che non profilino, servizi di cloud computing e in generale reti di comunicazione gestite dalle persone che le usano. Con spirito di curiosità tipicamente hacker, si potrebbe cominciare a costruire reti fisiche di comunicazione autonome. Tutto è possibile, e strumenti indipendenti sono sicuramente auspicabili rispetto alla delega completa, ma bisogna avere ben chiaro che nessuna alternativa sarà mai completamente libera. Anche ammesso che riusciamo a definire in maniera concreta cosa significhi liberarsi, e che raduniamo energie sufficienti, rimane pur sempre da fare la parte più difficile, quella costruttiva. La sfida non è ribellarsi e basta, ma immaginare metodi di ampliamento dell'autonomia realizzabili qui e ora.

Uno degli atteggiamenti usati per sfuggire al controllo pervasivo promosso dalla trasparenza radicale è l'adozione di strumenti di crittografia pesante e di anonimizzazione. Ogni mail che inviamo può essere crittografata in maniera estremamente complessa, cioè resa incomprensibile da chiunque non possegga la chiave di lettura appropriata; ogni ricerca che effettuiamo sul web può essere anonimizzata, così come ogni connessione a reti informatiche, e persino tutti i dati che si trovano sul nostro computer, cellulare, smartphone. Sono disponibili algoritmi di crittografia ibrida molto potenti come il GPG (Gnu Privacy Guard)138. Navigare in maniera anonima è possibile, ad esempio con il sistema TOR139, sviluppato inizialmente dalla marina americana e ora indipendente. TOR permette agli utenti di nascondere quello che stanno cercando collegandosi prima a uno o più punti intermedi della rete (proxy), altri nodi TOR scelti in maniera casuale, da cui poi raggiungere il sito desiderato. È molto intelligente proteggere la propria privacy quando possibile; gli strumenti crittografici dovrebbero essere la regola e non l'eccezione.

È molto utile anche per prendere confidenza con gli strumenti che usiamo quotidianamente, come esercizio di formazione. Bisogna però tenere sempre presente che non si tratta di una protezione assoluta, bensì di una sicurezza ragionevole in rapporto all'attuale livello tecnologico. Avendo a disposizione sufficienti risorse finanziarie, e una potenza di calcolo adeguata, è solo una questione di tempo aprire il lucchetto di una comunicazione crittografata. Per quanto riguarda l'anonimizzazione, in un sistema di sorveglianza diffusa, si può bloccare l'accesso ai proxy: come abbiamo visto, è una pratica attualmente diffusa nei regimi democratici come in quelli autoritari. Se poi l'utente è un obiettivo considerato realmente pericoloso dagli apparati di sorveglianza, la coercizione fisica è una strada sempre percorribile. Ma l'aspetto più controproduttivo di queste tecnologie è che in un mondo in cui tutti si fidano, non crittografano e usano il loro nome reale online, chi si comporta diversamente ha qualcosa da nascondere, ovvero l'uso stesso di questi sistemi ci rende bersagli autoevidenti, che si denunciano da soli. La devianza dal comportamento standard è sospetta. Allo stesso modo, non avere un account Facebook comincia a diventare sospetto (che cosa avrà da nascondere?), come non possedere un cellulare o vivere in un luogo isolato.

La crypto-via non è facile da usare, richiede un livello medio-alto di competenza tecnica; questo è un grosso ostacolo alla sua diffusione. In quanto forma di sapere-potere specialistica, favorisce lo sviluppo di gerarchie di esperti più o meno affidabili. Inoltre non protegge realmente dalla profilazione, perché possono tranquillamente esistere profili di utenti crittografati, e dal momento che questi utenti avranno sicuramente contatti con altri utenti meno scaltri, grazie all'impronta personale e all'impronta di gruppo è possibile ricostruire perfettamente la storia di quell'utente. Paradossalmente, più cerco di proteggermi, più mi distinguo dalla massa e più sono riconoscibile. Se il mio browser è carico di estensioni per evitare la profilazione, anonimizzare e crittografare; se uso solo un particolare sistema operativo GNU/Linux per accedere al web, sono più riconoscibile di un utente che usa sistemi meno sofisticati e più comuni140.

Infine, l'aspetto più critico della crypto-via è che si basa sul medesimo principio della crescita illimitata, sempre più potente e sempre più veloce, promosso dal turbo-capitalismo libertariano. Con l'aumentare della potenza di calcolo e della velocità delle reti aumenta l'efficacia dei sistemi crittografici più recenti, e contemporaneamente i vecchi lucchetti diventano rapidamente obsoleti. E questo meccanismo di crescita-obsolescenza è inserito in un quadro di scontro militare, in una logica di attacco-difesa, di spionaggio e controspionaggio. Non dimentichiamo che si tratta pur sempre di sistemi concepiti a scopo militare per comunicare in maniera sicura rispetto al campo nemico. In definitiva la crittografia è una buona pratica, specie per gli smanettoni curiosi che adorano i rompicapi logici, ma non risolutiva dal punto di vista dell'approccio.

La seconda reazione diffusa, una bella tentazione soprattutto per chi detesta smanettare, è il luddismo. Appurato che le tecnologie digitali sono minacce per la libertà personale e collettiva, formidabili strumenti di oppressione nelle mani dei governi di tutti i colori e favoriscono pratiche di auto-delazione compulsiva; verificato che la gestione gerarchica di questi saperi-poteri tecnologici tende a creare sistemi tecnocratici di dominio, il luddista ritiene che non si debbano usare. Anzi, che vadano distrutte. In realtà i luddisti possono essere sia tecnofobi sia tecnofili. I primi sono più consequenziali: non si trovano a loro agio nell'utilizzare le macchine, specialmente macchine digitali. Spesso magnificano un mitico mondo naturale che non è mai esistito, nel quale l'essere umano era libero dal giogo della macchina. Il loro mantra è «si stava meglio quando si stava peggio», oppure «una volta queste cose non succedevano», che ripetono riferendosi a tutte le disgrazie che la tecnologia non solo non ha sistemato, ma ha aggravato. Non hanno tutti i torti: le critiche di Ivan Illich sugli strumenti tecnologici industriali sono ancora valide. I sistemi tecnici quando crescono oltre una certa misura sono controproduttivi, e superano presto la soglia di inutilità per diventare nocivi. Le automobili in città sono un mezzo di trasporto lento, e sono sempre inquinanti e pericolose; così come l'Internet sociale assomiglia sempre di più a un sistema per farci sentire da soli insieme, ognuno collegato alla grande Rete in maniera individuale, senza contatti fisici con gli altri, lontano da una realtà invivibile.

Ma la tecnofobia luddista è incoerente nel suo desiderio di purezza naturale: la storia umana è una storia culturale ovvero di tecniche concretizzate in strumenti tecnologici. Il problema è la pratica del dominio, non la Tecnica in sé, che non esiste più di quanto esista la Natura in sé. I più estremisti si spingono a propugnare la distruzione di tutti i sistemi tecnici, come gli anarco-primitivisti alla John Zerzan; vorrebbero cancellare non solo Internet, ma anche l'agricoltura, l'arte, il linguaggio, in quanto tecniche di dominio. Chi vorrebbe vivere in un mondo simile? Ne deriva che le posizioni luddiste più coerenti esaltano l’inviolabilità della Natura con spirito fondamentalista, e sono fanatiche in senso religioso, oppure si spingono a promuovere l’estinzione141 dell’essere umano quale unica soluzione alla catastrofe incombente.

I luddisti tecnofili hanno un atteggiamento più schizofrenico. Apprezzano molto le comodità e le possibilità offerte dai ritrovati tecnologici, in particolare da quegli strumenti personali che li mettono in contatto con gli altri. Ma rifiutano completamente di interessarsi a come funzionano quegli strumenti di socialità. Non sono interessati a capire, autogestire, plasmare le tecnologie perché delegare le difficoltà è più facile e meno faticoso. Esprimono una grande fiducia negli esperti, a cui fanno ricorso non appena qualcosa non funziona; con la loro inconsapevolezza gettano così i germi della tecnocrazia. Salvo poi lamentarsi amaramente di non capirci nulla di questi aggeggi infernali, e attaccare furiosamente quegli stessi esperti-sacerdoti quando si rendono conto che nessuno gestirà gli strumenti al loro posto e gratis, che la libertà costa più cara della dipendenza, e che in ogni caso gli esperti sono incapaci di risolvere i loro problemi una volta per tutte.

La prassi forse più comune di tutte consiste nell'abbracciare consapevolmente la tecnocrazia, arrendendosi alla pratica della delega senza ritorno. Bombardati da messaggi contraddittori, disorientati dal caos informativo, viene quasi spontaneo pensare che si tratti di questioni talmente enormi da non poter essere risolte in maniera autonoma. La rete è globale e le tecnologie digitali sono più pervasive di altre. La patina tecnologica che tutto avvolge porta a credere che si tratti di un problema globale, che richiede risposte globali. Gestire in maniera autonoma queste conoscenze, raccontano i tecno-entusiasti, è troppo pericoloso, perché gli esseri umani sono per natura avidi ed egoisti, pronti a farsi la guerra: credono alla sentenza di Hobbes, homo homini lupus. Meglio delegare a qualcuno di capace, per il bene di tutti, per superare i particolarismi. I tecnolatri ritengono che sia necessario prevedere organismi o istituzioni, meglio se di carattere globale, transnazionale, per regolare tutta questa «roba tecnologica», e per garantire così a tutti i diritti civili, le libertà e naturalmente un adeguato livello di consumo.

La tecnocrazia è intrinsecamente scientista ed è difficile opporsi perché si viene immediatamente tacciati di oscurantismo, di opposizione al Progresso, di ingenuità. I tecnocrati desiderano regolamentare ogni aspetto della Rete; per poterlo fare, ritengono che il controllo sia la strada maestra, perciò promuovono l'estensione del panottico. Nella Matrice, gli utenti sotto la tutela degli esperti formeranno una grande Intelligenza Collettiva, completamente disincarnata, una società di conoscenza assoluta, il miraggio della Noosfera di TeilHard de Chardin142. L'estremismo tecnocratico si realizza compiutamente nel postumanesimo transumanista; ma anche i moderati che richiedono a gran voce di regolamentare la rete a livello globale, nel concreto favoriscono i progetti di trasparenza radicale e di profilazione globale.

Il presupposto della posizione tecnocratica è che le tecnologie siano intrinsecamente buone, figlie di un ricerca scientifica oggettiva e disinteressata. Le macchine non mentono, perché non possono mentire, e in ogni caso non avrebbero alcun interesse a farlo. Forse è vero, ma non dimentichiamo che le macchine sono programmate da esseri umani, che hanno molti interessi personali e sanno mentire persino a sé stessi. La tecnocrazia si fonda sulla delega ad altri della gestione dei saperi-poteri tecnici. In assenza di meccanismi di delega condivisi, le gerarchie tendono a strutturarsi in maniera autoritaria, e a perdere coscienza del proprio carattere storico, frutto di convenzioni e accordi sociali. Riconoscere l'autorevolezza di una persona più capace in un determinato ambito e investirla di un mandato collettivo, sottoposto a verifica puntuale e revocabile in qualsiasi momento, è ben diverso che affidarsi ciecamente all'autorità di un tecnocrate. Le gerarchie fisse diventano realtà naturali, come fossero montagne inamovibili. Il potere degli esperti-sacerdoti diventa inoppugnabile, incontestabile, e si presenta sempre come salvifico, spesso in chiave millenarista: se non ti affiderai al tecnico adeguato, sarai perduto143. Il tecnico informatico, ancor più del medico, è lo sciamano contemporaneo: guarirà il mio computer dal virus che ha contratto? C'è speranza per i miei dati perduti, scomparsi per incanto? Magari con un tocco magico, un esorcismo comunque oscuro. Il dominio degli esperti conduce alla situazione paradossale per cui ogni gesto si trasforma in una petizione al principio di autorità esterna, e contemporaneamente di auto denigrazione. Bisogna confessare la propria ignoranza e la propria inadeguatezza, pentirsi per i propri errori e chiedere umilmente aiuto, salvo poi rendersi conto di quanto gli esperti non siano affatto neutri depositari di un sapere oggettivo. A volte i tecno-entusiasti disillusi possono trasformarsi in tecnofili luddisti.

La tecnolatria è una conseguenza inevitabile della tecnocrazia. La tecnica diventa idolo, Moloch da adorare. Si nutre una fiducia che sconfina nella fede in soluzioni taumaturgiche per ovviare ai problemi sociali. Si attende una soluzione tecnica all'inquinamento, al riscaldamento globale, alla fame nel mondo, e si coniano nuove fantasiose mitologie: la benzina verde, le tecnologie pulite. il grano OGM. Soluzioni rapide e indolori, praticamente magiche. Come ogni apparato egemonico, le tecnocrazie ottundono la capacità critica perché esigono la collaborazione cieca delle persone, pretendono uno schieramento identitario, in una catena sociale senza inizio né fine. Tutto si tiene perché tutti sono implicati, nessuno può chiamarsi fuori. Tutti i gesti del consumismo, e ancora più quelli dettati dal tecnoentusiasmo, sono omaggi alla tecnocrazia. Riconoscono come inevitabile il sistema vigente, perché adottano l'ultimo strumento proposto dalla propaganda pubblicitaria come bacchetta magica della felicità. Accettano l'espropriazione del desiderio personale, indotto dalla pubblicità stessa, e contemporaneamente la diminuzione delle competenze individuali, ridotte a sguardo rapace in cerca dell'affare migliore. Nel rendere più trasparente l'individuo, la mediazione tecnica si costruisce in maniera opaca, rendendo impenetrabile il processo di costruzione del sapere-potere. La società tecnocratica è la società delle Megamacchine, nella quale nessuno è responsabile benché ingranaggio del meccanismo, almeno in quanto consumatore; il vertice della gerarchia è irraggiungibile quanto la base, la sottrazione è inconcepibile144.

Peter Sloterdijk ha sostenuto, in Regole per il parco umano145, che l'antropotecnica umanistica è in crisi. Il progetto di allevamento-addomesticamento di cittadini attraverso l'educazione non funziona più, l'alfabetizzazione di massa potrebbe lasciare il posto alla costruzione eugenetica di una razza più adatta. Non c'è bisogno di andare a scomodare l'ingegneria genetica, l'ingegneria sociale è più che sufficiente: abbiamo già visto come l'uso di tecnologie sociali pervasive si traduca in pratiche di obbedienza meccanica, seriale, presentate come necessità benefica. Possiamo definirla senza difficoltà l'antropotecnica di Facebook. In questo modo il controllo biopolitico dei corpi e delle menti è il più possibile decentralizzato presso l'utente, che è effettivamente responsabile della sua stessa deferenza nei confronti delle tecnologie. L'individuo trasparente vive già là fuori, immerso nel comune bagno penale tecnologico, senza segreti né ombre, senza nessun altrove in cui rifugiarsi. Perde sempre più la fiducia nella propria autonomia perché meno competente, e si arrende all'incomprensibile vastità della rete globale: sembra che non ci sia altro modo di far funzionare le cose, che del resto non funzionano affatto bene.

La finanza è un buon esempio: contemporaneamente a portata di mouse di investitori dilettanti e forza incontrollabile capace di spazzare via intere economie, in balia di oscillazioni imprevedibili. Le tecnocrazie si propongono come soluzione razionale a tutti i problemi, ma di fatto sono la massima espressione dell'irrazionalità dell'economia. L'abbaglio dell'antropocentrismo di fondo tende a individuare un'intenzionalità razionale nascosta dietro ogni evento, ed è quindi facile porre l'equivalenza tra forze tecniche incontrollabili e forze naturali, evidenti nel linguaggio corrente: i terremoti finanziari, il diluvio di informazioni. L'assimilazione della Tecnica alla Natura promuove atteggiamenti misticheggianti e produce un'assurda alternanza fra sottomissione, ansia di dominazione e vacuo ribellismo.

L'individuo ideale in un sistema tecnocratico globale è supino, consenziente. Obbedisce alle regole imposte e forza con il proprio comportamento, entusiasta, passivo o rinunciatario, gli eventuali riottosi ad adeguarsi. Non è un leader carismatico né un individuo eccezionale, ma un adepto della banalità tecnologica, un piccolo Eichmann del totalitarismo tecnologico contemporaneo:

In every country there are now countless Eichmanns in administrative offices, in business corporations, in universities, in laboratories, in the armed forces: orderly, obedient people, ready to carry out any officially sanctioned fantasy, however dehumanized and debased146.

137) Una rete sociale autogestita http://lorea.org/ 

138) Nella crittografia asimmetrica ogni attore coinvolto detiene una coppia di chiavi. La chiave pubblica, da distribuire, serve a codificare un documento destinato alla persona che possiede la relativa chiave privata; la chiave privata, personale e segreta, si utilizza per decodificare un documento cifrato con la chiave pubblica. Immaginiamo la chiave pubblica come un lucchetto aperto a disposizione di tutti, di cui solo noi abbiamo la chiave. Chiunque può inviarci un messaggio con il nostro lucchetto chiuso, ma solo noi possiamo aprirlo. Nella crittografia simmetrica invece esiste un solo lucchetto e una sola chiave. GPG è un progetto di sofware libero che usa solo algoritmi non protetti da brevetto. Come prevede lo standard OpenPGP, è un sistema ibrido nel quale ogni messaggio viene crittografato con una chiave simmetrica (usata solo per quel messaggio), a sua volta cifrata con la chiave pubblica del destinatario http://www.gnupg.org/. Esistono plugin che implementano facilmente OpenPGP per client di posta, come Enigmail http://enigmail.mozdev.org/home/index.php.html  

139) Ogni nodo TOR negozia con altri nodi chiavi asimmetriche, perciò la sicurezza cresce con il crescere del numero dei nodi connessi, perché l'analisi e la decrittazione del traffico diventa molto difficile quando non impossibile https://www.torproject.org/. Per usare correttamente TOR è possibile scaricare un browser già configurato appositamente per una navigazione anonima direttamente dal sito del progetto.  

140) Il progetto Panopticlick della Electronic Frontier Foundation http://panopticlick.eff.org permette di testare il proprio browser, ma anche l'uso della mail e dei social media, e di ricavarne un'impronta. L'iniziativa della EFF mostra come paradossalmente chi si distingue nell'uso degli strumenti informatici è più tracciabile e quindi più individuabile. La metodologia utilizzata si trova nell'articolo http://panopticlick.eff.org/browser-uniqueness.pdf  

141) Un’eccellente risposta all’assurdo logico rappresentato dal nichilismo estinzionista si trova in Marco Maurizi, «Che cos’è l’antispecismo», Liberazioni, n° 4 febbraio 2008, http://www.liberazioni.org/liberazioni/articoli/MauriziM-06.htm, nota 7: «L’estinzionismo è una sciocchezza assoluta perché assurdo da un punto di vista squisitamente logico. Se l’uomo potesse giungere alla consapevolezza collettiva della propria malvagità radicale e decidere di autoestinguersi, dimostrerebbe con ciò di poter raggiungere un livello morale tale da mettere in questione quella malvagità: sarebbe in effetti l’animale più altruista mai visto sulla faccia della terra! Dunque delle due l’una: o si pensa che l’uomo possa accelerare coscientemente la propria estinzione (e allora a maggior ragione si deve pensare che egli è in grado di compiere gesta etiche di ben altra portata), oppure no (e allora il movimento per l’estinzione volontaria è privo di senso). Ovviamente coloro che civettano con l’estinzionismo lo fanno soprattutto per provocare. Ma mi risulta difficile comprendere l’utilità di questa provocazione che impedisce ogni analisi seria dei rapporti tra natura e civiltà».  

142) Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) utilizza il termine Noosfera per descrivere la tappa dell'evoluzione umana in cui la Terra sarà avvolta da uno strato di pensiero interconnesso, appena precedente all'avvento del Cristo Cosmico, o Punto Omega. Paleontologo, gesuita, futurologo, de Chardin ha influenzato con la sua mistica tecnologica specialmente le correnti transumaniste. Inizialmente avversato dalle gerarchie cattoliche, è stato nei fatti riabilitato da Ratzinger: la visione di Paolo di Tarso «É la grande visione che poi ha avuto anche Teilhard de Chardin che alla fine avremo una vera liturgia cosmica, e il cosmo diventerà ostia vivente», omelia per i vespri nella cattedrale di Aosta, 24 luglio 2009, http://www.zenit.org/article-19086?l=italian. Eric S. Raymond si trova molto a suo agio nella noosfera, e ritiene che gli hacker non facciano altro che colonizzarla, come ha scritto nel suo saggio Homesteading the Noosphere, 2000 http://www.catb.org/~esr/writings/cathedral-bazaar/homesteading/. Nella noosfera spirituale convergono le visioni di un radioso futuro degli anarco-capitalisti e della Chiesa Cattolica. 

143) Un esempio lampante è rappresentato dall'espressione «governo tecnico», con cui nel novembre 2011 è stato insediato in Italia un governo di esperti non provenienti dal mondo della politica, con il preciso incarico di salvare il Paese. 

144) Le critiche alle tecnoburocrazie si possono agevolmente applicare all'informatica del dominio, denunciata da Donna Haraway, «A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century,» in Simians, Cyborgs and Women: The Reinvention of Nature, New York, Routledge, 1991, p. 161. I sistemi cumulativi gerarchici tendono a sviluppare modelli sociali concentrazionari a prescindere dalle epoche. Le competenze personali richieste per contribuire a tali sistemi decrescono con l'aumentare del potere tecnico. In particolare, si veda l'analisi del sistema sovietico in Cornelius Castoriadis, La societé bureaucratique, Bourgois, Paris, 1990. 

145) Peter Sloterdijk, Regole per il parco umano. Una replica alla lettera di Heidegger sull’umanismo, in aut aut, n° 301-302, 2001 

146) Mumford, Lewis (1970). The Pentagon of Power: The Myth of the Machine, Vol. II. New York City: Harcourt Brace Jovanovich. p. 279. ISBN 0-15-163974-4.