I partiti pirata: la tecnologia in politica

I pirati informatici hanno gettato l'ancora nella socialdemocratica Svezia. The Pirate Bay indicizza dal 2003 i torrent, cioè è un sito che conserva nomi e indirizzi di file condivisi dagli utenti attraverso il protocollo peer-to-peer torrent100, un formato che contiene i metadati per identificare i file (testi, audio, video, ecc.). I file condivisi non risiedono su un server centralizzato, vengono semplicemente catalogati per essere raggiungibili dagli utenti. In questo modo si aggira il problema di correità in violazione del copyright che aveva portato alla chiusura di Napster nel 2001, di Morpheus e Grokster nel 2003, e di molti altri sistemi di scambio file. Nel ragionamento dei pirati, eventuali violazioni sono a carico degli utenti. Le minacce legali ricevute dai pirati svedesi (Microsoft, Apple, Dreamworks, Adobe, e molti altri) vengono regolarmente pubblicate sul sito, con tanto di risposte che sbeffeggiano i giganti dell'IT.

Ma qual è il crimine di cui si macchiano i pirati? Il concetto di pirateria in questo caso è in larga parte derivato dalle contese in atto tra le imprese dei media (soprattutto i grandi cartelli) e la pratica della condivisione di file protetti da copyright. Le organizzazioni che rappresentano i grandi interessi legati alla produzione e distribuzione di materiali multimediali utilizzano il termine pirateria per stigmatizzare il furto del copyright, derivante a loro avviso da un minore introito. Il ragionamento è il seguente: se scarico un film (audio, libro, videogioco, programma, ecc.) protetto da copyright, non andrò a vederlo al cinema, né comprerò una copia in altra forma; ergo, danno economico derivante da furto.

Ammettiamo, per amore di discussione, che la proprietà vada difesa nel momento in cui si ledono gli interessi economici altrui. L'argomento a priori da opporre è che la crescente disponibilità di contenuti non accresce il potere di acquisto. Se ho dieci euro da spendere in musica, non ne spenderò dieci volte tanto. Forse posso scaricarli gratuitamente (solitamente con notevoli compromessi di qualità: l'mp3 non è musica stereofonica da un buon apparecchio acustico, così come lo streaming video non è uno schermo cinematografico), forse mi piacerebbe possedere più libri, film, musica, ma devo fare i conti con il portafoglio. Se non fossero gratuiti semplicemente non li consumerei, non c'è nessun profitto perduto. L'argomento a posteriori è che il giro d'affari crescente dell'industria dell'intrattenimento globale mostra chiaramente che mai come oggi i contenuti mediali sono fonte di profitti; ma certo l'avidità è insaziabile, e anche solo il sospetto che i profitti possano crescere più di quanto crescano attualmente fa venire la bava alla bocca alle grandi imprese mediali.

Ci sono poi ragioni giuridiche per cui questa definizione di pirateria è problematica. Il furto, se così vogliamo chiamarlo, di un bene digitale riproducibile in maniera identica a costi estremamente ridotti (l'usura delle memorie di massa e l'elettricità necessaria a effettuare la copia stessa) è evidentemente differente dal furto di un bene non-digitale101. Un file copiato non mi priva del file originale. Da questa constatazione discende che la proprietà intellettuale relativa a questi beni deve essere differenziata rispetto ai beni non-digitali. Inoltre, nella condanna senza appello dello scambio file si tende a non compiere alcuna differenziazione tra uso personale e uso commerciale, mentre è chiaro che rivendere per profitto un oggetto digitale protetto da diritto d'autore è ben diverso dal fruirne senza scopi di lucro. In realtà è l'architettura stessa del sistema di distribuzione dei contenuti a consentire tradizionalmente un uso personale ampio. Un libro legittimamente acquistato può essere regalato, letto ad alta voce, prestato; le frasi possono essere memorizzate, ripetute, modificate e riscritte per uso personale, e anzi le citazioni in altri libri sono altrettanti omaggi alla grandezza di un autore, non furti102.

La legislazione è carente, in Europa come negli Stati Uniti, per non parlare del resto del mondo. Quando esiste, tende a limitare e reprimere gli usi personali a favore degli oligopoli dei media, che di fatto trovano negli Stati complici entusiasti per espandere i propri interessi corporativi a livello legislativo. Lungi dall'essere universalmente accettate, rivendicazioni e accuse di pirateria e furto costituiscono la base per i cicli continui di diatribe. Anzi, siti come TPB sono veri e propri «repertori di contese», per usare i termini di Charles Tilly e Sidney Tarrow103; l'utilizzo di massa di servizi simili determina l'emersione di zone di contropotere economico, che l'economista John Kenneth Galbraith ha definito potere di compensazione (countervailing power), un concetto abbastanza prossimo al contropotere elaborato in ambito postmarxista. Queste zone formano

resist lines of prevailing power in the absence of competition, and in the particular example in question (Sweden) in the presence of state collusion with anti-market forces. The collusion of governments with oligopolies raises serious problems for citizen-constituencies, and is discussed as a kind of «organized crime» related to a wave of de-democratization. What makes such alliances more troubling is the fact that file-sharing has not demonstrably «damaged» the creative industries as a whole, but appears to have contributed to world-economic transformations including an increase in creative production and an expansion and globalization of media markets104.

I gestori di TPB sono stati condannati a un anno di carcere nel 2009 e a multe consistenti dopo uno storico processo. Il ricorso è ancora in atto. Il governo svedese, dietro pressione delle potenti lobby dei media, ha scelto la via della repressione; ma uno dei giudici aveva interessi di parte, e la questione pare intricata. Attualmente, dopo una vendita annunciata ma fallita, TPB continua a indicizzare alcuni milioni di file. Pur essendo di gran lunga meno ricco di altri siti analoghi che indicizzano centinaia di milioni di file, continua a fare paura: lo Stato italiano, ad esempio, ha deciso di oscurarne l'accesso, perciò il sito non è raggiungibile. Non direttamente: proxy, Google Translate e altri sistemi consentono di aggirare questo ennesimo, goffo tentativo di censura105.

L'idea che uno sciame di net citizens violi delle leggi (online) e manifesti in questo modo il proprio dissenso contro le concentrazioni di potere economico non è nuova, ed è senz'altro sensata. La pressione dei consumatori, come nei boicottaggi offline, può produrre dei cambiamenti reali. Decisamente più ardue da sostenere sono le teorie politiche derivate per le quali scioperi, mobilitazioni, dimostrazioni e comunicazioni in Rete stanno conducendo all'emersione di un nuovo tipo di sovranità popolare distribuita, che si oppone alla sovranità tradizionale106. Come vedremo più avanti, l'attivismo online tende a erodere forme di impegno politico più tradizionali. Il vantaggio di questi approcci è che spostano l'attenzione da ciò che è meno rilevante, l'aspetto economico, anche in questi casi ampiamente sopravvalutato, agli aspetti sociali e politici.

È corretto affermare che l'affaire TPB ha avuto notevoli ripercussioni politiche. La recrudescenza delle manifestazioni anti-copyright aizzate dalla repressione governativa sono state un elemento importante nell'ascesa del Pirat Partiet svedese, il primo e più importante Partito Pirata del mondo. Rivendicando il diritto a violare leggi di protezione intellettuale giudicate antiquate e illiberali, il Pirat Partiet ha ottenuto uno strepitoso successo negli ultimi anni, culminato nell'elezione di due suoi rappresentanti al Parlamento Europeo di Bruxelles nel 2009. Non c'è dubbio che l'attuale conglomerato di copyright, brevetti, marchi registrati e clausole di non divulgazione, con la notevolissima varietà di applicazioni di queste diverse misure, abbia progressivamente eroso le libertà civili e personali nell'indifferenza generale. La creatività di autori, inventori e ricercatori viene castrata da quelle norme che dovrebbero proteggerla e promuoverla, a vantaggio dei grandi gruppi industriali. Spesso sotto la bandiera della guerra globale al terrorismo e agli stati canaglia sono state approvate misure liberticide che mirano in realtà al controllo della popolazione per proteggere gli interessi degli oligopoli dei media, ma anche dei gruppi farmaceutici, biochimici, militari, insomma di tutti coloro che hanno interesse a privatizzare la conoscenza.

La discussione intorno al SOPA (Stop Online Piracy Act), una proposta di legge avanzata al Congresso americano nell'ottobre 2011, riassume per sommi capi gli interessi in gioco. Il titolo completo della legge recita: «To promote prosperity, creativity, entrepreneurship, and innovation by combating the theft of U.S. property, and for other purposes. - H.R. 3261». Da una parte i detentori di copyright, ovvero gli oligopoli mediatici, si propongono come alfieri dell'innovazione che combattono i ladri-pirati. MPPA (Motion Picture Association of America, cinema), RIIA (Recording Industry Association of America, musica) e altre lobby dei media spingono per criminalizzare in senso stretto chiunque violi a qualsiasi titolo, anche per uso personale, le normative vigenti. Va ricordato che al momento la violazione di copyright è un reato penale, in ossequio al DMCA (Digital Millenium Copyright Act, USA) e all'EUCD (European Union Copyright Directive, Unione Europea). Il giro di vite consisterebbe nel considerare penalmente perseguibili tutti coloro che favoriscono il reperimento online di materiale protetto, quindi tutti i motori di ricerca (Google, Yahoo!, Bing), ma anche i browser (come Mozilla) di cui gli utenti si servono per ricercare file illegali. Dall'altra parte si schierano quindi tutti o quasi gli intermediari delle reti digitali, che non producono né detengono materiale protetto da copyright in sé, ma che vengono utilizzati dagli utenti proprio per fruire di quei materiali. L'aspetto paradossale di questa situazione è che formalmente Google, eBay, Yahoo!, Facebook, Twitter e così via si battono per la libertà degli utenti, quando è evidente dal discorso svolto fin qui che sono proprio loro i nuovi padroni. Oltretutto, il codice che compone la struttura di questi giganti che propagandano e servono la trasparenza anche nei contenuti è completamente proprietario, opaco e protetto. Gli utenti usano i loro strumenti proprietari e contribuiscono al loro mondo completamente privato. Dalla padella dei vecchi oligopoli mediatici alla brace dei nuovi padroni digitali, la libertà positiva e l'autonomia nei confronti della tecnologia sembrano sempre più lontane.

I grandi intermediari digitali e il Partito Pirata hanno un nemico in comune: gli oligopoli mediatici. E anche se il Partito Pirata non è certamente il Partito degli hacker, ha buon gioco nel presentarsi come latore delle istanze politiche specialmente di fasce giovani della popolazione che faticano ad accedere al paradiso del consumo compulsivo. Parallelamente, si oppone allo strapotere del controllo poliziesco. Dal sito del Pirat Partiet:

The Pirate Party wants to fundamentally reform copyright law, get rid of the patent system, and ensure that citizens' rights to privacy are respected. With this agenda, and only this, we are making a bid for representation in the European and Swedish parliaments. Not only do we think these are worthwhile goals. We also believe they are realistically achievable on a European basis. The sentiments that led to the formation of the Pirate Party in Sweden are present throughout Europe. There are already similar political initiatives under way in several other member states. Together, we will be able to set a new course for a Europe that is currently heading in a very dangerous direction.107

Può sembrare un programma eccessivamente scarno anche per un partito di protesta. Rimane il fatto che nelle elezioni del Land berlinese (lo stato di Berlino) in Germania, nel settembre 2011, i Piraten tedeschi hanno sfiorato il 9% dei consensi, entrando dalla porta principale della composizione del parlamento locale. Ma tornando alla Svezia, è chiaro che questi sedicenti pirati hanno interessi poco sociali e molto personali. Nell'agosto 2010, in piena bufera mediatica, il Pirat Partiet (il Partito Pirata svedese) ha cominciato ad ospitare gratuitamente sui suoi server Wikileaks, appoggiando pubblicamente il progetto e sfidando lo Stato Svedese a sostenere la «battaglia per la libertà» del carismatico Julian Assange e compari108. E ritorniamo agli hacker, ai complotti, alla guerra globale contro i nemici della libertà d'espressione e di parola.

100) Dal 2009, il sistema si è spostato sempre più verso l'uso di magnet link, ovvero tracce (hash) dei file, invece di nomi e indirizzi. Un minore flusso di metadati che consente notevoli risparmi di banda. TPB, come molti altri servizi simili, ha cominciato a promuovere l'uso di DHT (Distributed Hash Table) e PEX (Peer Exchange), sistemi alternativi ai tradizionali tracker centralizzati. Il vantaggio più rilevante è di evitare agli utenti (peer) di doversi riferire a un singolo server che immagazzina e distribuisce nomi o tracce dei file torrent; insieme ai sistemi di crittazione dei flussi dati in uscita e in entrata dai peer, i protocolli decentralizzati rendono la rete più robusta e affidabile, e ovviamente più difficile da intercettare e smantellare. 
101) La distinzione comune tra beni materiali e immateriali è fuorviante oltre che scorretta, e corrobora la vulgata informazionalista. I file non sono immateriali, sono precise sequenze di impulsi elettrici immagazzinati al momento su supporti di silicio drogato. Inoltre, senza i computer e le reti sono inaccessibili, e i computer e le reti sono molto, molto materiali. 
102) Questo è impossibile ad esempio con i programmi proprietari: la licenza d'uso di Windows prevede che l'utente non sia proprietario di quell'oggetto digitale, ma possa solo usarlo, senza modificarlo, senza copiarlo, senza regalarlo a nessuno. Lo stesso vale, in maniera ancora peggiore perché legata indissolubilmente a un hardware specifico, per i programmi di Apple, che derivano tra l'altro da una chiusura di programmi distribuiti sotto licenza BSD. 
103) Charles Tilly, Sidney Tarrow, Contentious Politics, Paradigm Publishers, Boulder, 2007. 
104) Leon Tan, «The Pirate Bay – Countervailing power and the problem of state organized crime», Ctheory, 25 novembre 2010 http://www.ctheory.net/articles.aspx?id=672  
105) Maggiori informazioni http://piratebayitalia.com/  
106) Lasciando da parte le militaresche visioni di moltitudini contrapposte a imperi, più interessanti anche se estremamente sofisticate e in definiva farraginose sono le argomentazioni di Alexander R. Galloway, Eugene Thacker, The exploit – A theory of networks, University of Minnesota Press, 2007. 
108) Dichiarazione del Pirat Partiet a sostegno di Wikileaks, http://press.piratpartiet.se/2010/08/17/swedish-pirate-party-to-host-new-wikileaks-servers/