Surrogati di presenza e rassicurazioni emotive

Sussistono quindi molte criticità riguardanti il linguaggio, che abbiamo indicato come il secondo limite dell'esperienza umana e quindi sociale. Gli algoritmi delle reti sociali online sono molto meno sofisticati del linguaggio umano, il web semantico è ancora di là da venire e per ora sono gli utenti a comportarsi sempre più in maniera consono a essere compresi dalle macchine, compilando diligentemente i loro profili online e semplificando così la ricchezza espressiva nei 140 caratteri di Twitter o nell'onnipresente «mi piace».

Il primo limite, ovvero il corpo, risulta ancora più castigato. Bisogna adattarsi fisicamente ai social media, essere reattivi, sviluppare abilità digitali nel senso di nuove forme di motricità delle dita, per manovrare tastiere sempre più piccole e schermi tattili. Ma a farla da padrone è l'occhio, perché nonostante le promesse della realtà virtuale è pur sempre lo schermo il mezzo per accedere ai social media. Tatto, gusto e odorato sono completamente esclusi (eccezion fatta per le console videoludiche che cominciano a simulare il tatto, ma sempre via schermo), e del resto sono poco utilizzati anche offline. L'udito viene nutrito da suoni di bassa qualità, dagli mp3 alle suonerie dei cellulari, un abisso rispetto alla stereofonia analogica. Eppure ciò che si ricerca nei social media è pur sempre un contatto con gli altri, e quindi un contatto fisico, per quanto mediato. In questo senso, tutti i media sociali sono mezzi per surrogare la presenza, per mostrare un simulacro che mascheri un'assenza e una lontananza fisica. Per rendere concreto l'evanescente ricordo dell'altro. Forse la vita quotidiana ci sarebbe insopportabile ora che siamo abituati a essere continuamente reperibili e, al tempo stesso, a procrastinare continuamente la nostra presenza fisica, visto che non siamo ubiqui. Ma almeno abbiamo l'impressione di partecipare alla costruzione di mondi condivisi, come ci promette Facebook, rimanendo comodamente davanti al nostro computer, e senza correre i rischi della fisicità.

Non solo: tutto accade più in fretta online, è molto più reale della realtà perché apparentemente assai più denso. Come possiamo riunire cento, mille amici e conoscenti e interagire con tutti loro? Come possiamo seguire contemporaneamente tutte le fonti di notizie delle persone, testate, gruppi, aziende che riteniamo interessanti e autorevoli? È assolutamente impossibile. Con Facebook, Twitter & C. questa compresenza, surrogata dalla condivisione della piattaforma imposta dal social media, diventa esperienza che scandisce il quotidiano. L'aspetto paradossale è che per poter essere più attivi socialmente, per esercitare e far crescere il nostro io digitale, dobbiamo necessariamente essere più passivi fisicamente. Ci vogliono molte ore di disciplinato uso dei social media per creare un profilo accattivante e popolare. Bisogna esercitarsi ore ogni giorno, impegnarsi a interagire con computer e smartphone, ore in cui il nostro corpo diventa un grande occhio, in cui ci addestriamo a surfare senza immergerci mai, senza profondità possibile, con un minimo di orecchio, pronti a captare e a rispondere alle suggestioni della realtà «là fuori».

L'esperienza reale diventa necessariamente più rarefatta, di certo noiosa e ripetitiva rispetto all'abbondanza della socialità online, al limite pericolosa perché nella vita reale non ci sono solo amici e followers. I surrogati di presenza allontano la realtà e tendono a sostituirsi alla realtà stessa in maniera più convincente e meno impegnativa. Gli strumenti tendono a monopolizzare le esigenze che pretendono di soddisfare e diventano l'unica risposta possibile, insostituibile e inevitabile51. Se tutti vanno in auto è difficile e anzi pericoloso andare a piedi per spostarsi, anche se in auto si va a passo d'uomo. Se tutti usano il telefono per comunicare non si troverà nessuno in piazza per chiacchierare, perché anche quelli che saranno in piazza staranno parlando con qualcun altro presente all'altro capo dell'onda. In definitiva, il reale è meno seducente che mai perché vince la prospettiva di stare seduti e accedere con gli occhi, con un telecomando o con una tastiera, piuttosto che alzarsi e andare a esplorare con tutto il corpo. È in atto una mutazione antropologica governata dai media, capaci di far dimenticare la propria caratteristica di mediazione, di interposizione fra i corpi e la percezione della realtà:

I media vorrebbero farci credere di essere strumenti di accesso al vissuto, mentre in realtà sono diventati portali che consentono solo i frames [esperienze già preordinate sotto forma di quadri] che offrono, e che traducono continuamente il vivibile nell'accessibile, in rete e attraverso la rete. […] È in atto una clonazione del vissuto, non nel senso che i media possano sostituire l'esperienza ma nel senso che essi si pongono come condizioni necessarie di essa: si impongono a noi con la seduzione della vecchia ruffiana che è la tecnologia, la cui carta vincente è sempre stata il lascivo sussurro all'orecchio «io ti servo».52

A cosa servono i media sociali? È rassicurante accendere il computer e trovare tutti i propri contatti su skype. È rassicurante trovare molte mail nella propria casella di posta; è rassicurante vedere i propri post commentati. I media sociali ci rassicurano del fatto che esiste un mondo là fuori, che questo mondo è anzi molto attivo, e che noi siamo parte integrante di quel mondo. Ogni sms, ogni squillino, ogni post, mail, tweet, oltre alla cosiddetta funzione comunicativa, ha anche una funzione primaria di rassicurarci della nostra esistenza all'interno di una rete sociale. La distrattenzione frenetica derivata dall'uso dei media sociali è, almeno in parte, dovuta alla relativa novità di queste tecnologie. Stiamo ancora imparando a confrontarci con la vita in tempo reale.

Se abbiamo bisogno di essere rassicurati, significa che viviamo in un timore perenne della solitudine e dell'abbandono. Con diverse gradazioni, ma è senz'altro così. Paradossalmente, i media sociali sono al contempo fonte di rassicurazione e di frustrazione. Abbiamo bisogno di controllare di esistere soprattutto a livello sociale perché è sempre possibile che gli altri si riuniscano senza di noi, che si stiano divertendo altrove; scoprirlo in tempo quasi reale può essere un duro colpo alla nostra autostima. Gli psicologi sociali parlano di una vera e propria sindrome dell'abbandono, detta FOMO (Fear Of Missing Out)53. L'esperienza della solitudine è diventata rara, come quella del silenzio, della lentezza, della profondità. Forse perché avendo gettato tutto online, rimanere da soli significherebbe fare i conti con un vuoto interiore insopportabile, oltre che con un corpo mutilato dei suoi strumenti di connessione (gli arti, i sensi) e quindi sostanzialmente disabile. L'affermarsi delle reti sociali online è un fenomeno che può essere inquadrato in un processo di lunga durata di de-corporeizzazione e di investimento nella vista a discapito degli altri sensi, attraverso l'invenzione di tecnologie mediatiche. È da molto tempo che cerchiamo di allontanare la realtà e di dominarla dall'esterno con uno sguardo onnipotente, cercando al tempo stesso di parteciparvi senza farci ferire; in un certo senso, è la storia stessa della tecnica occidentale. Ma torneremo ad occuparcene più da vicino nell'ultima parte. Ora facciamo un passo indietro rispetto al corpo e un passo in avanti rispetto alla socialità online, andando a indagare gli aspetti più propriamente politici delle reti sociali digitali.

51) L'analisi dei sistemi degli strumenti tecnologici e della tecnica che li sostiene di Ivan Illich rimane un punto di riferimento imprescindibile, anche se datato. Ancora più attuale la contrapposizione fra strumenti industriali e strumenti conviviali, in La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo, Boroli Editore, 2005, p. 37: «La convivialità è la libertà individuale realizzata nel rapporto di produzione in seno a una società dotata di strumenti efficaci. Quando una società, qualunque essa sia, reprime la convivialità al di sotto di un certo livello, diventa preda della carenza; infatti nessuna ipertrofia della produttività riuscirà mai a soddisfare i bisogni creati e moltiplicati a gara». http://www.altraofficina.it/ivanillich/Libri/Convivialità/convivialità.htm  

52) Franco La Cecla, Surrogati di presenza. Media e vita quotidiana, Bruno Mondadori, Milano, 2006, p. 26. 

53) John M. Grohol, «FOMO Addiction», http://psychcentral.com/blog/archives/2011/04/14/fomo-addiction-the-fear-of-missing-out/