Open non è Free - Ferry Byte
Recensione a 'Open non e' Free', Ippolita, 2005, Eleuthera edizioni.
Il miglior giallo dell'estate sulle sorti del softare libero con finale
a sorpresa tutto da (auto)costruire.
Open non e' free e' un libro intrigante non solo perche' scritto da
misterioso colettivo di autori che si cela dietro il nome di un server
di rete 'tutto da scoprire' - [Ippolita http://ippolita.net/] - ma
perche' fornisce una quantita' enorme di stimoli fatti di testi e grafi
su uno dei terreni meno esplorati e maggiormente strategici dei nostri
tempi: le connessioni socio-economiche della cosiddetta New Economy.
Un libro assolutamente utile in ambito didattico per comprendere la
storia e la portata del 'movimento' che ha dato vita al software libero
ed indirettamente al fenomeno 'Open Source'. Un libro piacevole e
prezioso non fosse altro che per l'apprezzata attitudine di spiegare il
significato di molti termini di uso quotidiano che troppo spesso
rimepiono la bocca di moderni tecnocrati senza troppo coscienza di se' e
del proprio agire.
Un libro fatto di molte 'parole chiave' che accompagnano il nostro
quotidiano tecnologico con il pregio di fare chiarezza intellettuale sul
loro ruolo. L'enciclopedia Wikipedia di spirito autogestionario - cosi'
tanto amata dal 'popolino' e forse anche per questo con altrettanto
intensita' avversa dai gesuiti per la sua presunta
inaffidabilita'scientifica - viene presa come riferimento bibliografico
in molti casi ma utilizzata anche come strumento per realizzare il libro
stesso e mantenerlo come opera viva. Le 'release' del software, termine
spesso usato con leggerezza anche da chi non conosce la sua accezione di
vera e propria 'liberazione' da vincoli e segreti. La licenza Creative
Commons viene non solo spiegata - insieme ad un insopportabile elenco
dettagliato di varianti ed acronimi di licenze varie - ma anche
utilizzata per rendere il libro stesso uno strumento di condivisione di
conoscenze. Alcune altre 'parole chiave' anche se non informatiche
vengono utilizzate in maniera opportuna quale il concetto di 'ponte' per
cercare di incidere sull'immaginario collettivo nel tentativo di far
comprendere la portata strategica di alcune evoluzioni tecnologiche ed
economiche (e come non ricordare che i ponti sono il primo obiettivo di
tutte le - troppe - guerre che ci circondano, quella dei balcani
compresa...).
Un libro con molti pregi che si presenta quasi come un libro giallo
dell'estate in cui fin da subito si intravede un omicidio (vittima il
software libero) ed un assassino (l'Open Source). Su questa impostazione
di come stanno evolvendo gli assetti socio-economici del digitale non
concordo ma essendo questo libro fatto di stimoli penso sia un ennesimo
pregio quello di creare confronti come quello che propongo sul tema del
rapporto Open Source / software libero.
Trovo banale ed ingenuo nonche' generato da facili moralismi e giudizi
affrettati continuare a proporsi come vittime sacrificali del mercato
che tutto mangia e ricicla. Dobbiamo forse ricordare che lo stesso
fenomeno Punk e' stato digerito, ri-elaborato ed utilizzato dal mondo
che doveva essere da esso piu' lontano ed antitetico - quello della moda
- per diventare potente oggetto e strumento di business ? Tutto cio' che
deriva dai 'movimenti' e riesce ad incidere sull'immaginario collettivo
e sui costumi sociali viene naturalmente riciclato ed utilizzato dal
'mercato' non fosse altro perche' viviamo in una societa' di libero
mercato (pur viziato da privilegi di stampo medioevale).
Credo che sia necessario ribalatare il concetto e considerare vere e
proprie 'vittorie politiche' il fatto che idee e principi derivanti dal
movimento diventino status quo sociali. Mi ricordo una Firenze ed
un'Italia fatta di locali impraticabili da tasche di giovani 'in canna'
ed un movimento di centri sociali che ha fatto diventare molti locali ed
eventi alla moda del tutto commerciali ad accesso libero spostando il
'focus del business' su aspetti pubblicitari e sui consumi all'interno
dei locali ed eventi stessi. Faccio un esempio non informatico e ne
potrei fare tanti altri ma anche rimanendo sul tema del libro ovvero su
come il business sta utilizzando le idee del software libero con il
nuovo e piu' digeribile marchio Open Source e quindi - tesi del libro -
inquinando la spinta ideologica orginaria credo sia da salutare come una
grande vittoria politica il fatto che giganti del business informatico e
stati interi siano disposti a continuare le loro attivita' con l'opzione
di mantenere un pezzo strategico del sapere quotidiano non solo aperto
ma di fatto libero.
Non credo infatti che nessuno abbia ammazzato il software libero ma che piuttosto l'Open Source non sia mai nato ma sia solo un'operazione di facciata per promuovere anche all'interno di meccanismi di business ben oliati idee nuove. In questo contesto sarebbe stato molto piu'interessante promuovere ricerche statistiche e sociologiche per capire se l'esercito di nuovi lavoratori che si rapportano a questo modo di produrre sono di nuovo schiacciati e sfruttati 'alla Chaplin' dalla macchina del business oppure si stanno creando nuove opportunita' di organizzare il proprio tempo e il proprio lavoro: operiamo tutt* sotto l'affettuoso sguardo di San Precario oppure il meccanismo della condivisione del sapere ha innescato nuovi modelli cooperativi di lavoro e nuove gestioni del proprio tempo (libero e non) ?
Certo il software libero e' uno strumento e come tale puo' essere utilizzato anche da ambienti militari - da chi distrugge i ponti e non li costruisce per capirsi - ma anche questa e' una rozza banalita' che mi ricorda altre discussioni di quando occupando aree dismesse per restituirle a verde pubblico qualcuno ipotizzava polemicamente che nel neo-nato giardino strappato alla speculazione sarebbe venuto a prendere aria fresca anche il poliziotto che aveva cercato brutalmente di sgomberarci !?! ... Il concetto di difesa e promozione del bene pubblico - altra 'arma' potente del software libero - e' di per se' neutro ma implica anche un miglioramento della qualita' della vita per tutt* che non puo' non avere un effetto positivo sulle coscienze e quindi sulla vita pubblica nel suo complesso ivi compreso la speranza di diffondere istinti libertari piu' che liberticidi.
Il libro invece su molti argomenti si pone - imho - in ottica resistenziale, e quindi, naturalmente perdente. Prendiamo il complesso ed attuale problema della privacy: la maggioranza neanche troppo silenziosa vuole ed accetta maggiori controlli per presentarsi come vittima scarificale all'altare della sicurezza ed in questa situazione limitarsi a promuovere strumenti tecnici di autodifesa digitale (che spero bene comunque rimangano una libera opzione per tutt* peraltro...) diventa politicamente perdente e non molto significativo. Bisognerebbe viceversa sfruttare le energie in movimento per orientarle verso un obiettivo di maggiore accesso alle informazioni per tutt* anche quando l'accesso diventa una pratica scomoda ed insostenibile per potentati economici ben felici di difendere la loro - si' - preziosa privacy.
La diffusione di Mozilla, Firefox ed Open Office dovrebbe essere salutata solo con soddisfazione quali prodotti liberi anche se targati Open Source cosi' come - giusto per fare un esempio su tanti - l'avvento dell'opzione di poter ricercare prodotti' licenziati 'creative commons' nel motorone di ricerca Yahoo e' segno che i principi della condivisione dei saperi e delle informazioni stanno contaminando il mondo intero e tutto cio' non dovrebbe che renderci felici.
Continuiamo a costruire ponti, poi il problema di non farseli bombardare (anche con caccia comandati da software libero) rimane aperto e neanche risolvibile peraltro stando davanti ad una tastiera.
Ferry gamba matta
